• REDEMPTORIS CUSTOS/5

Perché i lavoratori devono guardare a san Giuseppe

Diversamente dalle ideologie (marxismo in primis) che hanno strumentalizzato i lavoratori, il magistero della Chiesa insegna che il lavoro va fatto secondo la volontà di Dio. Cristianamente inteso, esso rende l’uomo partecipe all’opera del Creatore e al disegno di salvezza. Perciò Pio XII indicò a modello san Giuseppe.

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I Vangeli, pur con cenni rapidi, ci restituiscono un’informazione spesso sottovalutata: una parte rilevante della vita terrena di Gesù si svolse al lavoro. Per esprimere lo stupore (misto a scandalo) di fronte alla sapienza che Gesù manifestò fin dall’inizio della sua vita pubblica, i suoi concittadini lo chiamavano infatti «carpentiere» (Mc 6,3) o «figlio del carpentiere» (Mt 13,55). Chi gli aveva insegnato il mestiere? Naturalmente, san Giuseppe.

Questa scuola presso il proprio padre verginale ebbe quindi un peso notevole nella crescita di Gesù in sapienza, età e grazia (avvenuta nella generale sottomissione ai genitori). Di qui si intuisce la portata salvifica di questa realtà, ben riassunta nell’esortazione apostolica Redemptoris Custos: «Il lavoro umano e in particolare il lavoro manuale trovano nel Vangelo un accento speciale. Insieme all’umanità del Figlio di Dio esso è stato accolto nel mistero dell’Incarnazione, come anche è stato in particolare modo redento. Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione» (RC, 22).

Il Redentore, accostandosi al lavoro, lo ha perciò purificato e santificato, come ricordava anche padre Tarcisio Stramare, josefologo che collaborò alla RC. «L’attività umana non è stata da Lui esclusa dalla salvezza, perché la sua solidarietà con l’uomo è stata totale: in tutto simile a noi fuorché nel peccato». E sul ruolo del capo della Santa Famiglia, aggiungeva: «Ebbene, nessuno tra gli uomini, dopo Maria, è stato tanto vicino alle mani, alla mente, alla volontà, al cuore di Gesù, quanto san Giuseppe. Riproponendo l’esempio di san Giuseppe ai lavoratori, Pio XII sottolineava appunto che egli era stato il santo nella cui vita era penetrato maggiormente lo spirito del Vangelo»[1].

È a motivo di questa vicinanza a Gesù che papa Pacelli volle istituire la festa liturgica di «San Giuseppe artigiano» (oggi memoria di «San Giuseppe lavoratore»), dandone l’annuncio nel discorso dell’1 maggio 1955. Il contesto storico in cui ciò avvenne era negativamente influenzato dall’ideologia marxista, che guardava ai lavoratori (soprattutto operai) con le lenti della lotta di classe, secondo una prospettiva atea che escludeva qualsiasi riferimento al Padre celeste. Essa faceva quindi il gioco del diavolo, che «semina zizzania» e «fa di tutto per diffondere false idee sull’uomo e il mondo, sulla storia, sulla struttura della società e dell’economia». È vero che il marxismo, nel frattempo, è diventato più liquido ma le ideologie continuano a proliferare. E il lavoro è tuttora, insieme alla famiglia, uno degli ambiti più sotto attacco.

Ieri come oggi, la soluzione è - come indicava lo stesso Pio XII - riconoscere la regalità di Cristo sulla storia e aprire a Lui «le realtà sociali», unica via per la vera pace e la vera giustizia. Per evitare la contaminazione dell’errore tra gli anelli più deboli della catena, il pontefice segnalava questa precisa urgenza: «La formazione religiosa del cristiano, e specialmente del lavoratore, è uno degli offici principali dell’azione pastorale moderna». Tale formazione non può limitarsi, nelle intenzioni di Pacelli, a soddisfare gli obblighi religiosi, ma deve condurre il lavoratore ad approfondire la dottrina della fede e capire l’ordine morale del mondo, divinamente stabilito. E che va riconosciuto in primis da governanti e datori di lavoro.

Pio XII esortava in definitiva a recuperare il senso cristiano del lavoro, che deve essere orientato a «estendere il regno di Dio». E quale miglior protettore di san Giuseppe che con il suo lavoro, e la sua intera vita, ha operato unicamente per questo fine?

Il lavoro, cristianamente inteso, rende infatti l’uomo partecipe all’opera creatrice di Dio. Richiamando il racconto biblico sui giorni della Creazione, san Giovanni Paolo II scrisse che nella Genesi si può rintracciare il primo «Vangelo del lavoro». Quella descrizione (che ci dice che Dio al termine di ogni giorno vedeva la bontà della Sua opera) dimostra la dignità del lavoro e «insegna che l’uomo lavorando deve imitare Dio, suo Creatore, perché porta in sé - egli solo - il singolare elemento della somiglianza con Lui. L’uomo deve imitare Dio sia lavorando come pure riposando, dato che Dio stesso ha voluto presentargli la propria opera sotto la forma del lavoro e del riposo» (Laborem Exercens, 25). Il lavoratore è allora chiamato a osservare il riposo domenicale, che non riguarda solo l’aspetto fisico ma investe tutta la sua dimensione interiore. Si tratta del riposo in Dio, che l’uomo deve cercare nel «settimo giorno» ma pure in ciascuna giornata lavorativa, trovando degli spazi di tempo da dedicare alla preghiera.

Anche in questo san Giuseppe è maestro, poiché il falegname di Nazaret non solo usava il suo lavoro per nutrire e servire Gesù e Maria, ma trovava le più grandi gioie della giornata nell’adorare il Figlio divino e rendere lode al Padre. Il glorioso patriarca incarnò dunque perfettamente il principio dell’ora et labora e, per tale ragione, anche i contemplativi hanno in lui un modello.

Da quanto detto, è evidente che il lavoro - sia manuale che intellettuale (vedi la lode allo scriba che si fa discepolo del Regno dei cieli, in Mt 13,52) - deve essere svolto in accordo alla volontà di Dio e aiutare l’uomo a guadagnare la gioia eterna. Questo ci ricorda pure che una sua dimensione essenziale, come sottolineava Wojtyla, è la fatica, che lo collega mirabilmente all’opera redentrice. «Nel lavoro umano il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l’accetta nello stesso spirito di redenzione, nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce. Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova…» (LE, 27). Come cambia la prospettiva delle nostre giornate se guardiamo al lavoro - con tutte le sue fatiche e magari piccole contrarietà quotidiane - così? Allora esso diventa davvero espressione dell’amore, come fu per Giuseppe, e mezzo per il Paradiso.

 

[1] San Giuseppe. Dignità. Privilegi. Devozioni, padre Tarcisio Stramare, Shalom, 2008, p. 121

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