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Libertà di stampa

Per i Reporter senza frontiere non siamo un paese libero: un rapporto fazioso

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L’Italia è un paese in cui la libertà di stampa è "solo parzialmente libera". Se lo dice Reporters sans Frontières… La Ong per la difesa della libertà di stampa, sponsorizzata da Soros, ha però un problema politico con la destra italiana di governo.
-Ranucci fa il pm, ma non lo è di Andrea Zambrano

Politica 05_05_2026
Thibaut Bruttin (AP)

L’Italia è un paese in cui la libertà di stampa è "solo parzialmente libera", nel terzo gruppo di paesi su cinque. Se lo dice Reporters sans Frontières… Secondo la prestigiosa e influente Organizzazione non governativa diretta da Thibaut Bruttin, l’Italia si trova al 56mo posto in classifica, considerando che al 1mo posto per libertà di stampa c’è la Norvegia e al 180mo e ultimo posto l’Eritrea. La tendenza è negativa, perché dall’anno scorso il nostro paese ha perso sette posizioni, finendo dietro l’Ucraina (un paese in guerra) e quasi tutti i paesi Ue, ad eccezione di Malta, Ungheria, Grecia e Bulgaria che fanno peggio di noi.

Che in Italia vi sia un problema di libertà di stampa è noto a tutti, lettori e giornalisti. Che questi problemi siano cronici e di lunga data: neppure questo è un mistero. Il rapporto sottolinea queste minacce permanenti alla vita e alla professione del giornalista italiano: la criminalità organizzata (soprattutto nelle regioni meridionali), la querela facile che induce all’autocensura, una forte ingerenza della politica nel servizio pubblico della Rai, una forte polarizzazione politica che porta sempre più spesso all’aggressione fisica dei giornalisti e una generale precarietà della professione quale altro fattore che spinge all’autocensura. Questi problemi, comunque, c’erano anche l’anno scorso, dieci e vent’anni fa. Quel che fa la differenza, per Reporters sans Frontières (Rsf) è evidentemente altro: il governo Meloni. Non è un caso che, non appena il centrodestra sia stato eletto, l’Italia sia di colpo precipitata dal 41mo al 58mo posto, per poi risalire un po’ l’anno successivo, ma ripiombare nel purgatorio dei paesi solo parzialmente liberi nel rapporto di quest’anno.

Il governo Meloni, per Rsf, è il fattore che più di altri rende meno libero il nostro paese. Leggiamo infatti nel rapporto: «Per i cronisti di cronaca nera e giudiziaria, questa situazione (l’autocensura, ndr) può essere aggravata dalla legge bavaglio approvata dalla coalizione di governo del primo ministro Giorgia Meloni, che vieta la pubblicazione di un provvedimento di custodia cautelare fino al termine dell’udienza preliminare. Anche i sindacati dei giornalisti condannano la crescente ingerenza politica nei media pubblici. La Rai, l’emittente pubblica principale del Paese, sta affrontando una recrudescenza di ingerenze dirette volte a trasformarla in uno strumento di propaganda politica al servizio del governo».

Dai termini usati e dalla scelta degli argomenti, si deduce che Rsf abbia come unica fonte quella dei sindacati. Ad esempio chiama il dlgs 198/2024 con il suo nomignolo dispregiativo, “legge bavaglio” ed evita di dire che il decreto recepisce una direttiva europea, la 343 del 2016 sulla presunzione di innocenza. Si può essere d’accordo o meno sul fatto che sia lecito, per i giornalisti, divulgare un provvedimento di custodia cautelare di una persona su cui non è neppure stata completata un’indagine preliminare. Il confine fra privacy e libertà di espressione è sempre molto elastico. Ma da qui a parlare di censura governativa ce ne passa.

Curioso poi che sia condannata l’ingerenza della politica in Rai proprio adesso, quando la maggioranza non è più del centrosinistra. Ma chiunque conosca l’Italia sa che la lottizzazione del servizio pubblico è una pratica vecchia quasi quanto il servizio pubblico (almeno fin da quando la Dc perse il suo monopolio di fatto) e che non è certo la Meloni ad aver cambiato questo scenario. Non a caso questo parere sul servizio pubblico viene dai sindacati, organizzazioni in cui il centrodestra ha ben poca (eufemismo) rappresentanza.

Quindi il problema del rapporto di Rsf è che è fazioso. E lo è per due motivi: è faziosa la fonte ed è fazioso lo sponsor più “pesante” della stessa Rsf. La fonte è quella dei giornalisti italiani che si collocano ideologicamente, in media, molto più a sinistra rispetto all’opinione pubblica italiana, come risulta dall’unico studio completo in merito di Luigi Curini (docente di Scienza politica all’Università Statale di Milano) e Sergio Splendore (ricercatore di Comunicazione pubblica sempre a Milano). Il Worlds of Journalism Study della Columbia University Press ha anche condotto uno studio comparativo tra i paesi europei da cui risulta che i giornalisti italiani siano ideologicamente più a sinistra di tutti i loro colleghi europei occidentali. Considerando che questi studi si basano soprattutto su autodichiarazioni, cioè su quanto i giornalisti si percepiscano di sinistra o di destra, noi vediamo un panorama monocolore, in cui un giornalista è tale solo se è di sinistra. E chiaramente un giornalista di sinistra è più portato a considerare come un pericolo per la propria professione la mera presenza di una maggioranza di governo di centrodestra. Interpellato da un osservatore internazionale, sarà più propenso a rispondere che: ebbene sì, la libertà di stampa è minacciata (perché al governo c’è la destra).

Se questo vale per tutti gli osservatori internazionali, compresa la più neutrale Freedom House che ci declassò nella sua classifica non appena al governo arrivò Berlusconi nel 2008, Rsf ha anche uno sponsor “pesante”: George Soros. Non per essere complottisti, ma Soros fa politica politicante, anche in Italia, dove ha sponsorizzato +Europa e altri esponenti della sinistra e nelle elezioni del 2022, premeva apertamente per una coalizione di sinistra unita, da contrapporre alla destra. Una manovra di cui è rimasto vittima soprattutto il progetto di “terzo polo” centrista. Vero che i soldi non sono tutto, ma Soros, tramite la Open Society Fountations è il maggior finanziatore di Rsf. Qualcosa vorrà pur dire.