• LA CRISI NELL'EX URSS

Per Biden, la guerra in Ucraina è imminente

In Ucraina “la guerra può scoppiare in ogni momento, da adesso”. È questo il messaggio tutt’altro che rassicurante lanciato ieri dalla Casa Bianca. E nell’intervista rilasciata alla Tv Nbc, il presidente Biden invita anche tutti i cittadini americani a lasciare il prima possibile l’Ucraina. Ma il governo di Kiev invita alla calma.

Trincee nell'Ucraina orientale

In Ucraina “la guerra può scoppiare in ogni momento, da adesso”. È questo il messaggio tutt’altro che rassicurante lanciato ieri dalla Casa Bianca. E nell’intervista rilasciata alla Tv Nbc, il presidente Biden invita anche tutti i cittadini americani a lasciare il prima possibile l’Ucraina. L’argomento di Biden è stato subito rintuzzato dal Cremlino, che denuncia un’opera di “disinformazione”, ma anche dal governo ucraino, che dichiara di non ritenere imminente un pericolo di invasione militare. Un curioso scambio delle parti.

Le dichiarazioni allarmanti di Biden fanno eco alle riflessioni analoghe del Consigliere della sicurezza nazionale Jake Sullivan, con cui era stato in riunione giovedì. Mentre inizialmente si pensava che il pericolo di invasione fosse da fine febbraio, dopo la fine delle Olimpiadi invernali di Pechino, ora Sullivan ritiene che, in base ai dati di intelligence che ha a disposizione, un attacco possa iniziare addirittura prima della fine dei giochi, approfittando della distrazione del mondo dunque. Le Olimpiadi hanno storicamente sempre portato sfortuna ai vicini della Russia: durante quelle di Pechino del 2008 scoppiò la guerra con la Georgia e nel 2014, subito dopo quelle di Sochi, iniziò (con l’occupazione della Crimea) la lunga guerra in Ucraina, che dura tuttora come conflitto a bassa intensità. Da ieri, con l’inizio delle esercitazioni in Bielorussia, circa 30mila militari russi, con carri armati, artiglieria, missili balistici Iskander e anti-aerei S-400, hanno completato un semi-accerchiamento dell’Ucraina che, adesso come adesso, dovrebbe fronteggiare un potenziale nemico a Sud (dalla Crimea), da Est (Donbass), da Nordest (la regione di Kharkiv) e da Nordovest (il confine con la Bielorussia). E anche la Flotta del Mar Nero russa, ieri, ha ricevuto altre 6 unità di rinforzo.

Dal Cremlino arriva una secca smentita. Non ci sarebbe alcuna intenzione di invadere. le manovre russe sono solo esercitazioni. Altre unità si stanno addestrando anche nell’Atlantico e nel Mediterraneo. Il ministro della Difesa russo Sergej Shoygu ha confermato al suo omologo britannico Wallace che non esiste alcun piano di invasione dell’Ucraina. Tuttavia, il segretario alla Difesa di Londra ha accolto queste rassicurazioni con un certo scetticismo. “I russi vanno giudicati sui fatti – ha dichiarato ieri – Ci sono 130mila uomini in stato di allerta e in fase di esercitazioni, aerei militari, navi nel Mar Nero, lungo i confini dell’Ucraina e tutto ciò non è normale. Va oltre le normali esercitazioni”. Per evitare incidenti di frontiera con la Nato, i capi di Stato Maggiore statunitense e bielorusso ieri si sono sentiti telefonicamente per concordare i movimenti delle truppe. Le manovre in Bielorussia sono seguite da vicino da un fianco orientale della Nato rafforzato. Ieri sono giunti in polonia anche 1700 paracadutisti dell’82^ divisione statunitense, membri della forza d’azione rapida.

Ma tornando all’intervista rilasciata da Joe Biden, come si spiega l’urgenza dell’evacuazione dei cittadini americani? Il presidente è rimasto scottato dall’esperienza in Afghanistan, dove, contrariamente alle previsioni dell’intelligence, i Talebani hanno conquistato Kabul quando il personale civile e militare non era ancora stato evacuato. Ma in Afghanistan l’offensiva talebana era in corso da mesi. In Ucraina non c’è (o non c’è ancora) una guerra. Biden ha dichiarato che, in caso di conflitto, non potrà mandare i militari a Kiev per far uscire dal Paese i suoi cittadini, perché sarebbe troppo rischioso: “È una guerra mondiale quella in cui russi e americani iniziano a spararsi. Noi siamo in un mondo molto diverso rispetto a quello che abbiamo finora conosciuto”. Sono dichiarazioni apparentemente di buon senso: non possiamo mandare i militari in un’operazione eventuale di soccorso, perché se questi vengono coinvolti in un combattimento con i russi scoppierebbe la guerra mondiale. Però, l’uso stesso delle parole è importante. Parlare di guerra mondiale, quando già la tensione militare è al massimo, è in sé destabilizzante. Incitare l’evacuazione urgente implica la quasi certezza che la guerra scoppierà e che lo scoppio è imminente. Biden parla come se avesse in mano prove certe, anche se non le vuole mostrare. Puntualmente, il messaggio è stato recepito anche nel resto del mondo occidentale e anche Giappone, Regno Unito, Olanda e Norvegia hanno invitato i loro cittadini a lasciare l’Ucraina. L’Olanda ha anche trasferito la sua sede diplomatica da Kiev a Lviv (più vicino al confine con la Polonia) ritenuta più sicura.

All’allarme occidentale, paradossalmente, non corrisponde altrettanta paura ucraina. Anzi, Kiev getta acqua sul fuoco. Le truppe sono mobilitate e anche i civili si stanno esercitando per un possibile conflitto totale, ma al tempo stesso le parole usate dal governo sono molto calme. Il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba ha dichiarato che, nonostante l’allarme lanciato da Biden, sul terreno non vi è “nulla di nuovo”: “Questa dichiarazione non è la prova che sia cambiata radicalmente la situazione”. L’Ucraina ha formalmente chiesto alla Russia di fornire spiegazioni sul dispiegamento di forze vicino ai suoi confini. Secondo i termini del Documento di Vienna del 2011 (una serie di accordi sullo scambio di informazioni militari e sulla sicurezza fra Paesi europei e dell’ex Urss) Mosca deve fornire una risposta entro 48 ore. Contrariamente all’intelligence Usa, la politica e gli ambienti economici ucraini non credono che un’invasione sia imminente. Ad esempio, l’ex ministro della Difesa Andriy Zagorodnyuk, dichiarava ieri al Wall Street Journal: “Non penso che sia realistico parlare di un’invasione entro una settimana, due settimane o un mese (…) Ammassare truppe e tenerle pronte all’azione non è solo un’attività logistica, è anche un modo per lanciare un messaggio. E il messaggio è: siamo pronti ad attaccare, dunque fareste meglio a sedervi e accettare i nostri termini”. I termini in questione potrebbero essere territoriali: riconoscimento dell’annessione della Crimea, riforma costituzionale per dare piena autonomia alle repubbliche di Donbass e Luhansk, finora riconosciute dalla sola Russia. Ma soprattutto internazionali: la promessa legalmente vincolante, da parte dell’Ucraina, di rinunciare a chiedere l’adesione alla Nato e all’Ue.

Yuriy Vitrenko, amministratore delegato di Naftogaz, la compagnia nazionale del gas, sempre al Wall Street Journal dipinge scenari più foschi: “La Russia può istigare disordini sociali in Ucraina” oppure “aggravare la crisi economica al punto di rendere facile il rovesciamento del governo e l’instaurazione di un governo fantoccio che poi lo inviti (Putin, ndr)”. Ma anch’egli esclude la minaccia imminente di invasione: “Penso che queste minacce ibride siano molto più gravi e molto più acute del rischio di una guerra aperta”.

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