a cura di Anna Bono
  • Corte di giustizia dell’Unione Europea

No ai test psicologici per i richiedenti asilo che si dichiarano omosessuali

Il 25 gennaio la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i test psicologici per accertare l’orientamento sessuale dei richiedenti asilo che sostengono di essere omosessuali, e perciò perseguitati in patria, non sono attendibili, violano la privacy e quindi non devono essere usati. La sentenza è stata emessa in seguito al ricorso di un immigrato illegale nigeriano che nel 2015 ha chiesto asilo in Ungheria dicendosi omosessuale, affermazione che è stata giudicata priva di credibilità. Nel 2014 un’altra sentenza della Corte di giustizia, relativa a un caso dibattuto nei Paesi Bassi, aveva stabilito che i test di orientamento sessuale violano i diritti umani dei richiedenti asilo. Prima ancora, nel 2010, l’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali aveva condannato la Repubblica Ceca per l’impiego di test di stimolazione sessuale per accertare se alcuni richiedenti asilo fossero effettivamente omosessuali. La Corte ungherese non si può appellare contro la sentenza della Corte di giustizia che è vincolante per tutti i 28 stati dell’Unione. Dovrà riconsiderare il caso dell’immigrato nigeriano che adesso ha maggiori probabilità di ottenere lo status di rifugiato. Centinaia di immigrati provenienti da paesi dall’Africa e dall’Asia in cui l’omosessualità è illegale sostengono di essere omosessuali, in fuga per evitare di essere perseguitati. Nel 2013 la Corte di giustizia dell’UE ha stabilito che è possibile concedere asilo a persone che in patria sono state arrestate e incarcerate con l’accusa di pratiche omosessuali.