Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Rita da Cascia a cura di Ermes Dovico
MEDIA E POTERE

Nei social network c'è la censura. Ecco le prove

Siamo liberi di parlare sui social network? Nella terra della libertà per eccellenza, gli Stati Uniti, pare proprio di no. Durante le elezioni del 2020 e per tutta la campagna vaccinale, il governo ha di fatto imposto la censura sui social. Lo ammettono gli stessi protagonisti, come Zuckerberg, ed emerge dalle loro email.

Editoriali 03_09_2022
Mark Zuckerberg

Siamo liberi di parlare sui social network? Nella terra della libertà per eccellenza, gli Stati Uniti, pare proprio di no. Figuriamoci da noi.

È esperienza comune essere bannati per un periodo di qualche giorno o un mese, o vedersi segnalati come possibili diffusori di disinformazione, notizie false o “fuori contesto” e non capiamo mai se si tratti di una scelta prudenziale degli amministratori, a fronte di una segnalazione di qualche nostro simpatico “amico”, o di una censura vera e propria. Normalmente ci diamo la spiegazione, assai rassicurante, che si tratta pur sempre di piattaforme online gratuite gestite da privati. Noi siamo ospiti e il padrone di casa può buttarci anche fuori, se vuole. Ma se il padrone di casa fosse, a sua volta, costretto dal governo a buttarci fuori? Cambierebbe tutto, si potrebbe parlare a pieno titolo di censura. Ed è quel che sta emergendo dalle carte dell’inchiesta su Facebook negli Stati Uniti. Due le notizie gravi (per chi ancora tiene alla libertà di espressione): la prima è che lo scoop del New York Post sul contenuto compromettente del pc di Hunter Biden (figlio dell’allora ancora candidato presidente), sia stato oscurato dai social per volontà dell’Fbi. La seconda è che l’amministrazione federale, compresa la Casa Bianca, sia stata (e probabilmente sia tuttora) in contatto costante con i gestori delle maggiori piattaforme social per “suggerire” come gestire l’informazione sul Covid-19.

Le fonti di queste due notizie sono più che attendibili, non stiamo parlando di complottisti in cerca di celebrità su 4chan o qualche altro social network minore. Ma, nel caso della prima notizia (su Hunter Biden) di Mark Zuckerberg in persona che, nel podcast del commentatore televisivo Joe Rogan, ha raccontato come sia nata la censura sullo scoop che avrebbe potuto cambiare la sorte delle elezioni del 2020 (quelle vinte da Biden, nonostante le prove compromettenti sul figlio): “L’Fbi, fondamentalmente, è venuta da noi, da alcune persone della nostra squadra, [dicendo]: ‘Ehi, solo perché lo sappiate, dovreste stare in allerta… Pensavamo che ci fosse molta propaganda russa nelle elezioni del 2016, abbiamo notato che sta per esserci una porcata simile a quella, quindi state in guardia’”. La notizia del New York Post, successivamente rivelatasi autentica, venne dunque declassata a “sospetta propaganda russa” e sul social network più grande del mondo venne relegata dall’algoritmo alle ultime posizioni, così che pochi la vedessero. Twitter agì in modo più brutale, come tutti ricordiamo bene: non solo eliminò l’account del quotidiano newyorkese, ma sospese tutti coloro (Casa Bianca inclusa) che rilanciavano la notizia incriminata.

La fonte della seconda notizia (la censura in merito al Covid-19) viene invece dalle email fra i quartieri generali delle compagnie Big Tech e vari enti governativi, Casa Bianca inclusa. Le email sono state pubblicate per ordine delle procure di Louisiana e Missouri, due Stati che hanno fatto causa ai social network per il sospetto di censura. Sospetto per ora confermato, stando all’esito di questa prima indagine: «una vasta opera di censura attraverso una moltitudine di agenzie federali». Gli enti coinvolti sono molti: con i quartieri generali di big tech comunicavano regolarmente almeno 45 funzionari appartenenti a Casa Bianca, Dipartimento della salute, Dipartimento degli interni, Agenzia per la Cybersicurezza, Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, Istituto nazionale malattie infettive e Ufficio del Surgeon General. Cosa chiedevano. Un esempio eclatante: chiudere gli account-parodia di Anthony Fauci, il “virologo in capo”. I funzionari governativi fornivano istruzioni su come segnalare presunti casi di disinformazione e notizie false.

Con questa prima forma di censura nei social network il governo entra a gamba tesa nella “piazza virtuale”, dove non siamo più liberi, a questo punto, di parlare fra noi. I pretesti per censurare possono essere infiniti. Può non essere un'eccezione. È successo per le elezioni del 2020 (per paura della propaganda russa… quando non c’era ancora la guerra, figuriamoci oggi), è successo per la pandemia, succederà, sempre che già non accada, anche per il riscaldamento globale e per la crisi energetica. Governi progressisti, che vantano storicamente di aver combattuto la censura degli oscurantisti, si comportano da oscurantisti a loro volta. Sempre per il nostro bene: se non sappiamo distinguere il vero dal falso, né badare al nostro bene, dobbiamo essere preservati da informazioni pericolose. Che poi “false” probabilmente non sono, ma risultano estranee alla narrazione dei progressisti. L’arma può ritorcersi contro a chi la usa: già i media hanno perso credibilità, ora la perderanno i social.