a cura di Anna Bono
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Nei campi profughi di Cox’s Bazar in Bangladesh in attesa del Covid-19

 

Se il Covid-19 raggiunge paesi e territori già colpiti da altre emergenze le conseguenze possono essere devastanti. È il caso di Cox’s Bazar in Bangladesh, il più grande complesso di campi profughi del mondo in cui vivono quasi un milione di Rohingya, in gran parte musulmani salvo una minoranza di cristiani, fuggiti dallo Myanmar quasi tutti nel 2017 per sottrarsi agli scontri tra milizie antigovernative ed esercito. Come in altri campi profughi, tende e case sorgono una vicino all’altra, il sovraffollamento lascia solo 10,7 metri quadrati a persona. Un ampliamento delle strutture è stato più volte chiesto senza esito. La conseguenza è che le precauzioni raccomandate per evitare i contagi sono molto difficili se non impossibili da seguire tanto più che circa metà dei rifugiati sono minorenni, molti dei quali bambini. Il governo bengalese ha già messo in quarantena 34 insediamenti e ha disposto che l’assistenza ai rifugiati sia ridotta al minimo indispensabile per prevenire il contagio. La Caritas – riferisce l’agenzia di stampa AsiaNews – collabora con il governo e con alcune organizzazioni non governative per aiutare i rifugiati a proteggersi dal virus. Il direttore di Caritas Banglaesh, Ranjon Francis Rozario dice che sono stati distribuiti nei campo 200.000 volantini informativi, migliaia di poster in lingua Rohingya, mascherine, disinfettanti e sapone per le mani. Le autorità locali hanno ricevuto contributi in denaro e sono stati consegnati dei medicinali ad ambulatori gestiti dalla Chiesa cattolica. Particolarmente critica è la situazione dei rifugiati di fede cristiana, discriminati nei campi e oggetto di attacchi da parte di estremisti.