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lefebvriani

Müller al concistoro rompe il silenzio sul "caso Écône"

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L'ex prefetto della Dottrina della Fede scuote il sacro collegio nell'imminenza di un nuovo atto scismatico. Due le proposte: replicare all'accusa di aver perso la fede, mossa dalla Fraternità San Pio X alla Sede Apostolica, e prepararsi ad accogliere coloro che non proseguiranno nello scisma, come avvenne nel 1988 con la Commissione Ecclesia Dei. 
- Dossier: il caso FSSPX

Ecclesia 29_06_2026
Alessia Mastropietro - Imagoeconomica

Non era nell’agenda del concistoro in corso, ma il cardinale Gerhard Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e presidente, ex-officio, dell’allora Pontificia Commissione Ecclesia Dei, non ci ha pensato due volte: secondo la notizia diffusa da Il Giornale, il cardinale ha preso la parola per chiedere ai confratelli cardinali e al Papa di rispondere all’accusa aperta della Fraternità Sacerdotale San Pio X che Roma, a partire dal Concilio Vaticano II incluso, avrebbe perso la fede.

Avevamo dato notizia della “professione di fede” che la FSSPX, di certo non senza una certa provocazione, aveva inviato il 24 giugno scorso a tutti i cardinali riuniti in concistoro. Che Roma abbia perso la fede, che la Chiesa cattolica sia ormai declassata ad una decadente “chiesa conciliare” non è di certo una convinzione dell’ultim’ora nel panorama lefebvriano; ma di certo le imminenti consacrazioni episcopali e i toni di sfida del superiore generale, don Davide Pagliarani, non potevano passare inosservate.

Il cardinale ha avuto la franchezza necessaria per scuotere i confratelli da un silenzio piuttosto imbarazzante, quasi che un nuovo atto scismatico imminente sia qualcosa di cui la Chiesa non debba occuparsi. Due sembrano essere le indicazioni che Müller ha voluto suggerire al Santo Padre. La prima riguarda il fatto che è giunto il momento di rispondere nei contenuti alle accuse della Fraternità, senza lasciare questa incombenza ad interviste estemporanee di qualche prelato o al solo dibattito teologico. Anche perché i fedeli hanno il diritto alla chiarezza, da parte dei propri pastori.

Di certo non è rassicurante che un tale incarico possa essere assegnato all’attuale prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Victor Manuel Fernández, e non solo per la sua problematica formazione teologica, ma anche perché, di una questione così delicata, è necessario che si occupi chi la conosce a fondo, avvalendosi del contributo di quelle realtà che hanno ben chiare le posizioni della Fraternità e che da anni vi hanno dedicato i propri studi. Mai come in questo frangente appare necessario ricostituire l’Ecclesia Dei, dopo la chiusura forzata voluta da Francesco, che ha il vantaggio di (ri)partire da un bagaglio di quarant’anni di esperienza, arricchendola di nuovi collaboratori che hanno approfondito, dal punto di vista teologico, l’una o l’altra delle questioni sollevate dalla FSSPX. Perché se una risposta dev’esserci – e dev’esserci –, dovrà essere caratterizzata da completezza, articolazione, esaustività.

Tra le tematiche che bisognerà affrontare vi sono di certo quei testi del Concilio Vaticano II che la Fraternità continua ad equivocare e che una corrente diametralmente opposta alla FSSPX interpreta in una linea di rottura: ecumenismo, libertà religiosa, collegialità, potere supremo e primato, dialogo interreligioso; una chiarificazione di questi e altri punti renderà un servizio di verità alla Chiesa intera, e non solo al mondo tradizionalista. Ma bisognerà anche mettere definitivamente la Fraternità di fronte ai propri errori sul modo di intendere l’intenzione sacramentale, l’episcopato, il primato petrino, l’unità della Chiesa ed altre questioni “minori”, ma cui la FSSPX fa continuamente appello, come la giurisdizione di supplenza, il principio dell’Ecclesia supplet, et alia.

La ricostituzione dell’Ecclesia Dei potrà rispondere anche all’altra esigenza sollevata dal cardinale Müller, ossia quella di avere a disposizione una struttura per accogliere sacerdoti, religiosi e laici che eventualmente lasceranno la FSSPX in seguito alle consacrazioni. Che all’interno della Fraternità non tutti siano particolarmente felici della linea di aperta sfida voluta da don Pagliarani, non è un mistero. Che questo però sia sufficiente per compiere un passo come quello di lasciare Ecône per riunirsi all’inaffidabile “Roma modernista” è un altro paio di maniche. Bisogna infatti ricordare che nel 2003-2004, il rappresentante della linea “morbida”, mons. Bernard Fellay (co-consacrante il 1° luglio) non si fece scrupoli dall’espellere dalla Fraternità alcuni sacerdoti che avevano difeso l’accordo tra la comunità di Campos e la Santa Sede.

Dalla Santa Sede ci si attende un segnale ancora più chiaro e forte. È da decenni che tutti i sacerdoti e i fedeli legati al rito antico e a quella che, per comodità, indichiamo come la “pedagogia tradizionale della fede”, nella ferma volontà di non lacerare con lo scisma il corpo mistico di Cristo, vivono in uno stato di precarietà continua e non di rado di enorme difficoltà per poter accedere dei luoghi ove trovare questo tesoro inestimabile del rito antico. A costoro è sovente riservato un trattamento diffidente quando non apertamente ostile da parte dei vescovi e delle curie diocesane. Trovare una soluzione che sottragga questi fedeli ad una tale instabilità sarebbe il segnale più grande, da parte del Papa, offerto anche a tutti coloro che frequentano le cappelle della FSSPX, senza voler aderire allo scisma. Questi fedeli e sacerdoti, spesso indicati come “Ecclesia Dei”, sono una realtà estremamente viva ed in continuo aumento. Basti pensare ai numeri sbalorditivi del pellegrinaggio di Chartres.

In questa prospettiva don Nicola Bux, in una recente Lettera aperta pubblicata da Edward Pentin, ha domandato a papa Leone di guardare «alla realtà di tanti vescovi che, con equilibrio, hanno realizzato l’armonia liturgica nelle proprie diocesi» e concedere nuovamente «a tutta la Chiesa la possibilità di celebrare, accanto al nuovo rito, l’antico rito romano, riaffermando al contempo la validità della riforma liturgica e l’inviolabilità del Concilio Vaticano II, come di ogni altro Concilio Ecumenico».

Di grande interesse è anche la proposta patrocinata da padre Louis-Marie de Blignières, ossia quella di costituire delle circoscrizioni o ordinariati, guidate da vescovi scelti all’interno del mondo tradizionale, sul modello di quelli nati dopo il motu proprio Anglicanorum coetibus. Questa struttura permetterebbe finalmente di inserire pienamente il movimento tradizionale nella gerarchia della Chiesa, di avere una maggiore stabilità, e dunque di promuovere più decisamente quella pacificazione liturgica tanto agognata.

Negli Stati Uniti, dove la presenza della FSSPX è particolarmente diffusa, le autorità e i teologi della Franciscan University of Steubenville, hanno indirizzato al superiore generale, al consiglio e ai fedeli della FSSPX una Lettera aperta per domandare di desistere dall’atto scismatico in programma per il 1° luglio, «che consoliderebbe e approfondirebbe la separazione già presente», e ritrovare la strada del dialogo con la Santa Sede. Tra i firmatari spiccano i nomi di Scott Hahn, autore di numerose pubblicazioni tradotte anche in italiano, Mark Miravalle, teologo sempre attivo nella promozione del dogma sulla mediazione e corredenzione di Maria, John Bergsma, ex pastore protestante, specialista di Antico Testamento e Rotoli del Mar Morto, Stephen Hildebrand, vice-rettore dell’Università.

Un appello lodevole, che speriamo possa far breccia in almeno alcuni membri della FSSPX; una lettera fraterna ma anche estremamente franca: «I tesori della Tradizione cattolica non appartengono a chi è fuori dalla comunione con Pietro; essi appartengono al cuore della Chiesa. Una nuova ordinazione episcopale al di fuori della gerarchia ecclesiale e senza il mandato apostolico creerebbe una nuova ferita nel Corpo di Cristo e porrebbe i doni che Dio ha affidato alla Fraternità [...] al di fuori del suo abbraccio materno».



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