• GIORNATA MONDIALE

Migranti e rifugiati, l'Onu fa di ogni erba un fascio

Il nuovo rapporto sulle migrazioni, in occasione della Giornata internazionale dei diritti dei migranti, elimina di fatto la distinzione tra migranti economici e rifugiati e indica ai Paesi occidentali il dovere di "aprire la porta" a tutti i migranti, senza distinzioni e senza limiti.

L'ISOLA DELLE ROSE - di Stefano Magni

Il 18 dicembre si celebra ogni anno la Giornata internazionale dei migranti, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2000. Quest’anno il tema della giornata è: “Re-immaginare la mobilità umana”. “Emigrare dovrebbe essere una scelta, non una necessità – spiega il sito ufficiale dell’Onu dedicato alla giornata – riaffermiamo il nostro impegno per una emigrazione sicura e dignitosa per tutti”.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Oim, ripropone per l’occasione il rapporto 2020 sulle migrazioni, un documento di quasi 500 pagine, con dati globali e dettagliati sulla situazione mondiale, aggiornati a fine 2019 e confrontati con quella rilevata nel 2000, quando per la prima volta è stata celebrata la giornata internazionale.  

Da 150 milioni nel 2000 gli emigranti all’estero sono diventati 272 milioni. Nel 2000 rappresentavano il 2,8 per cento della popolazione mondiale, adesso sono il 3,5 per cento. Quasi costante è il rapporto maschi/femmine – le donne emigrate sono passate dal 47,5 al 47,9 per cento – mentre è diminuita – dal 16,0 al 13,9 per cento – la percentuale di emigranti minorenni.

Le Nazioni Unite invitano quest’anno a re-immaginare la mobilità umana, ma proseguendo nella lettura, si scopre che in realtà loro per certi versi lo hanno già fatto, eliminando definitivamente la distinzione tra emigranti (da qualche anno chiamati “emigranti economici”) e rifugiati. La tabella dei dati generali infatti li considera entrambi sotto l’unica voce “migranti”. Secondo il rapporto 2020, gli emigranti per lavoro sono 164 milioni, poco più del 60 per cento del totale. Nei 272 milioni rientrano anche i rifugiati, cioè profughi all’estero, gli apolidi e gli sfollati, o i profughi interni, vale a dire le persone in fuga da minacce alla vita e alla libertà che, nel mettersi in salvo, non sono uscite dai rispettivi paesi.

Per gli emigranti “che hanno lasciato tutto per sfuggire alla violenza, alla povertà e ai disastri naturali e che vivono in condizioni precarie nelle loro terre d’asilo – si legge nel messaggio del direttore generale dell’Unesco Audrey Azoulay per la giornata internazionale – il futuro si fa spesso nero. Fedele al proprio mandato di promuovere la diversità culturale e i diritti umani, l’Unesco è impegnato nel suo lavoro costante in favore dell’inclusione degli emigranti, impegno già affermato nel rapporto ‘Migrazioni ed Educazione: costruire ponti, non muri’”.
Il direttore dell’Unesco prosegue chiedendo alla comunità internazionale di sostenere il diritto fondamentale di ogni emigrante alla sicurezza, alla dignità e alla pace. Nel farlo, cita le parole della scrittrice iraniana Dina Nayeri: “è dovere di ogni persona nata in una stanza sicura aprire la porta quando qualcuno in pericolo bussa”.

La scelta di campo delle Nazioni Unite è chiara. Stanno dalla parte di chi – detto nel più semplice dei modi – sostiene che una persona decide di emigrare perché non è contenta di come vive nel proprio paese, quindi “è costretta ad andarsene” e dunque deve essere trattata come un profugo con il diritto, fino a pochi anni fa riconosciuto solo a chi in patria era minacciato da violenza diffusa e persecuzione, di entrare anche illegalmente in un paese straniero, chiedere e ottenere asilo, ricevere protezione internazionale.

Ma il dovere di “aprire la porta quando qualcuno in pericolo bussa” è universalmente riconosciuto e rispettato, se si tratta di profughi. Le Nazioni Unite non possono ignorarlo dal momento che una loro agenzia, l’Alto commissariato per i rifugiati, ha proprio il compito di prendere in carico rifugiati e sfollati e  lo svolge dal 1951, presente in 135 stati con 17.324 dipendenti e un bilancio nel 2019 di 8,6 miliardi di dollari, finanziato in gran parte da Stati Uniti, Unione Europea e stati europei.    

Invece il dovere di “aprire la porta” agli emigranti, quelli “economici” non era mai stato affermato. Poiché si tratta di lavoro, di occupazione, gli stati aprono all’immigrazione in funzione delle loro necessità, indicando numeri e qualifiche, fissano quote annuali, hanno uffici nelle rappresentanze diplomatiche incaricati delle pratiche. La maggior parte dei flussi migratori sono regolari, diretti verso i paesi che domandano manodopera, gli emigranti scelgono come destinazione città, regioni, stati che offrono delle prospettive, in cui hanno buon motivo di ritenere che troveranno lavoro perché c’è richiesta di quello che sanno e che sono disposti a fare. Le rimesse degli emigranti sono la misura del successo e, da 126 miliardi nel 2000, ammontano adesso a 689 miliardi. 

Forse l’Oim potrebbe, anzi, dovrebbe collaborare di più, istituendo più punti di informazione come quelli aperti nel 2019 in America Latina dopo aver rilevato, grazie a una indagine, che la maggior parte delle persone desiderose di emigrare non sanno come devono fare, quali documenti sono necessari, a chi rivolgersi. In Nicaragua il 60 per cento dei giovani intervistati addirittura non conoscevano neanche la differenza tra viaggiare regolarmente e illegalmente. L’Oim è presente in 173 stati, nel 2000 aveva 120 uffici sparsi per il mondo, adesso ne ha 436.   

Di dovere di “accogliere” gli emigranti economici come profughi si è incominciato a parlare, a reclamarlo, a pretenderlo solo da quando si è intensificato il fenomeno dell’emigrazione illegale verso i paesi industrializzati occidentali: Europa, Stati Uniti, Australia… Sommate tutte le voci, per arrivare al totale di 272 milioni mancano circa 37 milioni di persone di cui non si dà conto, molto probabilmente perché se ne sono perse le tracce: ad esempio, tutte quelle emigrate illegalmente che lavorano in nero o che sono state reclutate dalla criminalità organizzata che gestisce tratta, prostituzione, traffico di droga e altre attività illegali.

 

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