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Letta torna alla guida del Pd, ma non starà sereno

Il Pd riparte da Enrico Letta, che oggi viene incoronato segretario del partito. I leader delle innumerevoli e conflittuali correnti dem lo hanno chiamato, dal suo esilio volontario a Parigi, al capezzale di un partito moribondo. Ma adesso potrà "stare sereno" veramente? La faida è appena cominciata. E c'è la concorrenza di Conte.

Letta alla sezione Testaccio del Pd

Il Pd riparte da Enrico Letta, che oggi verrà incoronato segretario dall’assemblea del partito. I leader delle innumerevoli e conflittuali correnti dem lo hanno chiamato al capezzale di un partito moribondo più per disperazione che per convinzione, e con un obiettivo chiaro: evitare il crollo di consensi già preannunciato dai sondaggi all’indomani delle dimissioni del segretario Nicola Zingaretti.

Lui sette anni fa si rifugiò a Parigi dopo essere stato defenestrato in malo modo da Matteo Renzi, ma anche dal resto del partito, che lo liquidò senza troppi complimenti e oggi è costretto a richiamarlo per sedare le rivolte interne. Il Pd non ha mai vinto le elezioni politiche negli ultimi 15 anni, eppure si è quasi sempre trovato al governo con manovre di palazzo. Ora con il governo Draghi non ha più il peso rilevante che aveva nel Conte bis. Di qui i malumori del gruppo dirigente e degli iscritti, che invocavano a gran voce una scossa. A darla ci ha pensato Zingaretti, dimettendosi e attaccando i suoi compagni di partito accusandoli di pensare solo alle poltrone. Peccato che proprio lui di poltrone ne avesse ben due, e di enorme peso: quella di governatore del Lazio e quella di segretario del Pd. Letta torna dal suo esilio parigino con spirito di rivalsa e pretenderà carta bianca per due anni: il tempo sufficiente per gestire, da segretario del Pd, l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, le prossime elezioni politiche (marzo 2023, salvo scioglimento anticipato delle camere) e la ricostruzione del centrosinistra.

Sarà all’altezza della sfida? Ma, soprattutto, potrà stare “sereno”? Per ora è chiamato più che altro a rimuovere le macerie di un partito uscito ridimensionato dalla mancata formazione del Conte-ter e diviso al suo interno tra filo-grillini e anti-grillini. I primi vorrebbero rendere sempre più salda l’alleanza con i pentastellati, al fine di poter determinare l’elezione del nuovo Capo dello Stato, di poter conquistare le poltrone di sindaco nelle più importanti città italiane e di poter vincere le prossime elezioni politiche. I secondi ritengono suicida l’appiattimento sul Movimento di Beppe Grillo e chiedono discontinuità rispetto alla gestione Zingaretti, che considerano subalterna a Giuseppe Conte e Luigi Di Maio.

Letta ha già lasciato trasparire il suo orientamento: proseguire il lavoro del suo predecessore e dunque rimanere legato a doppio filo ai Cinque Stelle, rinsaldando il vincolo anche con Leu. Non è anzi escluso che Pierluigi Bersani, Roberto Speranza e i pochi eletti in quella formazione politica dai modestissimi consensi elettorali possano tornare all’ovile e diventare una corrente del nuovo Pd a guida Letta. Più difficile che del progetto possano far parte gli ex renziani come Luca Lotti e Lorenzo Guerini, da sempre sostenitori di una linea di maggiore autonomia dai grillini. C’è poi tutta l’area dei sindaci come Giorgio Gori o dei governatori come Stefano Bonaccini, sempre più critici verso Zingaretti e ora alla finestra in attesa di capire come si muoverà il nuovo segretario.

Sicuramente non è un buon segnale per il Pd l’abbandono del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che ha deciso di sposare fino in fondo il verbo ecologista, aderendo ai Verdi europei e quindi sganciandosi dai Dem. Che cosa significherà questo suo passo? Resterà lui il candidato sindaco di Milano del centrosinistra? Sono in molti a ritenere che questo sia l’ennesimo schiaffo che il Pd è costretto a subire in questa sua parabola discendente e di progressivo allontanamento dai territori e dalle comunità.

Pare che Letta, prima di accettare la proposta di tornare in Italia per fare il segretario del Pd abbia telefonato anche a Mario Draghi: un gesto di cortesia per ribadirgli appoggio leale? Lo si capirà presto. Certo è che Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e i grillini più titolati non fanno i salti di gioia dopo la designazione di Letta alla guida del partito. Per almeno due ragioni. La prima: nei sondaggi un Movimento Cinque Stelle rigenerato dalla leadership di Giuseppi drenava voti proprio dal bacino elettorale dem, voti che ora sono destinati a tornare al Pd, perché Letta è comunque persona di rilievo e stimata dalla base del partito, come si è capito ieri nel suo blitz alla sezione di Testaccio, cuore popolare di Roma.

La seconda: Letta è personalità ingombrante per Conte, poiché pesca nel suo stesso bacino moderato e perché ha relazioni internazionali solide e un profilo istituzionale di tutto rispetto. Magari non sarà carismatico e non si rivelerà un trascinatore per un Pd da rifondare, ma potrà risultare determinante nelle partite più delicate per il futuro del Paese, dunque rubando la scena, sul fronte giallo-rosso, allo stesso Conte. Senza escludere che possa entrare in competizione con lui anche nella corsa al Quirinale, poltrona che il Pd tende a rivendicare sempre per un suo esponente e che Conte sotto sotto sogna. In ogni caso neppure questa volta Enrico Letta sa se potrà stare “sereno”, ma è altamente probabile che possa comunque essere lui a togliersi qualche sassolino dalla scarpa e a scombussolare ulteriormente il quadro politico.

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