• IL DUELLO/9

L’esilio di Dante che si riflette nella Divina Commedia

Nel canto centrale del Paradiso Dante incontra il trisavolo Cacciaguida al quale riferisce tutte le profezie avverse sentite nel viaggio e che lancia l’accusa nei confronti di papa Bonifacio VIII deciso a mandarlo in esilio a Roma: il poeta dovrà lasciare la casa e la famiglia con la speranza di ritornare a Firenze, ma ciò non avverrà.

L’esilio compare numerose volte all’interno della Commedia in forma di profezia prospettata a Dante viator dalle anime.

Nell’Inferno il goloso Ciacco espone a Dante i mali che affliggono Firenze (superbia, invidia, avarizia) e profetizza lo scontro tra Bianchi e Neri. Nel cerchio degli eretici Farinata annuncia al poeta che sperimenterà quanto sia difficile tornare a Firenze dopo la sconfitta. Il maestro Brunetto Latini (Inferno XV) profetizza al discepolo un futuro di malvagia ostilità da parte dei fiorentini, avari, invidiosi e superbi. La dirittura morale e l’onestà – prosegue Brunetto – infonderanno la forza al poeta per reagire alla cattiva sorte e per guardarsi dai costumi corrotti dei suoi concittadini. Il ladro pistoiese Vanni Fucci, guelfo nero e avversario politico, profetizza l’esilio a Dante con malvagità, perché possa soffrirne.

Anche nel Purgatorio compaiono molti riferimenti alle vicende di Dante. Il marchese Corrado Malaspina profetizza al poeta che verrà accolto dalla sua famiglia con liberalità prima che passino sette anni. Bonagiunta Orbicciani accenna alla cortesia di una giovane donna, Gentucca, che renderà piacevole il soggiorno di Dante a Lucca. Forese Donati, amico del poeta, gli predice l’imminente morte del fratello Corso, capo dei guelfi neri e colpevole dei mali di Firenze.

Nel canto centrale del Paradiso Dante incontra il trisavolo Cacciaguida al quale riferisce tutte le profezie avverse sentite nel viaggio e manifesta il desiderio di conoscere il significato delle parole oscure, perché è più facile proteggersi dai colpi, quando sono previsti. Il trisavolo lancia l’accusa nei confronti di papa Bonifacio VIII che sta progettando l’esilio di Dante a Roma:

Questo si vuole e questo già si cerca,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si merca.

I versi in cui viene esplicitato l’esilio senza mezzi termini sono tra i più noti del poema:

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente: e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Dante non potrà più vedere la città amata, la casa, la famiglia, gli amici. Proverà l’asprezza di dover mendicare. Vagherà di città in città, di corte in corte, mangiando il pane salato tipico di quelle terre. In Toscana il pane era cucinato senza sale, probabilmente per un’usanza che risaliva al XII secolo quando i Pisani iniziarono a far pagare a caro prezzo ai Fiorentini il sale che sbarcava nel loro porto. Così, questi cominciarono a produrre pane senza sale.

La difficile situazione di Dante in esilio sarà, però, aggravata dalla compagnia malvagia con cui il poeta si troverà ad agire:

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle:
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.

Si allude in questi versi al gruppo dei guelfi bianchi con cui Dante rimane per qualche tempo, probabilmente nei pressi di Arezzo, con l’intento di pianificare il ritorno a Firenze. Ad un certo punto, però, il poeta decide di dissociarsi dai tentativi dei compagni di rientrare a Firenze. Così, quando nel 1304 essi combattono presso la località La Lastra a Fiesole contro i guelfi neri, Dante non partecipa allo scontro cruento che vede la disfatta dei bianchi. Il primo rifugio per Dante sarà, quindi, Verona dove troverà ospitalità presso Bartolomeo della Scala:

Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello;
ch’in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.

Lo stemma di Bartolomeo presenta una scala con l’aquila imperiale, poiché il signore di Verona ha sposato una pronipote dell’imperatore Federico II. Signore della città dal 1301 al 1304, Bartolomeo sarà così cortese con Dante che il poeta vedrà spesso rispondere ai suoi bisogni prima di averli espressi, proprio come in Paradiso i santi risolvono i suoi dubbi senza che lui li abbia esplicitati.

Nella realtà dei fatti, Dante non è probabilmente molto gratificato dal rapporto con il signore. Il giudizio estremamente lusinghiero risente del fatto che quando Dante compone questi canti si trova nuovamente a Verona, questa volta presso Cangrande, che, divenuto signore unico della città nel 1312, sarà suo nuovo protettore dal 1313 al 1318. Per questa ragione gli verrà dedicata la terza cantica.

Dante continua a coltivare fino all’ultimo la speranza di ritornare a Firenze, ma solo per meriti propri, per essere incoronato poeta nel battistero di San Giovanni. Il sospirato ritorno non avverrà mai. Dante trascorrerà gli ultimi anni a Ravenna, centro di settemila abitanti, governato da una famiglia guelfa. L’ultimo suo protettore, Guido Novello da Polenta, che esercita una sorta di potere feudale sulla città e sul territorio circostante, garantirà a lui e ai figli l’incolumità, la serenità e la tranquillità economica, la possibilità di poter accedere ai libri e di dedicarsi alla conclusione della terza cantica. Dante non nomina mai la sua casata nel Paradiso, ad attestazione del fatto, probabilmente, che il poeta non debba ricorrere ai toni celebrativi ed encomiastici nei confronti di quel signore. La terza cantica risente in molti canti di una certa «ravennità», cioè delle suggestioni dei mosaici della città.

Scrivendo di Francesca da Polenta, zia di Guido Novello, nel canto V dell’Inferno Dante ha reso noti a tutti una storia e un assassinio su cui le famiglie Malatesta e da Polenta non avevano voluto che si indagasse. Nell’incontro con Cacciaguida Dante rivela proprio la paura di non trovare ospitalità se racconterà tutto quanto ha visto nell’aldilà. Ciò, però, non accade. I da Polenta lo ospiteranno fino alla morte avvenuta il 13 settembre 1321 dopo il tramonto. I funerali saranno celebrati nella chiesa di San Francesco, quella che si trova a fianco della tomba in cui ancora oggi è sepolto il Sommo poeta.

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