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L'epidemia che con la fede fa vacillare anche la ragione

Le parole dell'infettivologo che richiamano ad un agire equilibrato. Il divieto di partecipare alla Messa che dice di una fede fragile e quindi di una ragione guidata dalla paura, che accoglie i provvedimenti esagerati del governo e crede ad una informazione scriteriata per cui l'Italia sta crollando in ginocchio. Tutto a dire che il castigo non viene da Dio, ma che ce lo stiamo infliggendo da soli, dimenticandoci che "senza di me non potete fare niente".

Di fronte ad un paese immobilizzato, vorrei cominciare con le parole del direttore del dipartimento di malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, Amedeo Capetti (clicca qui), il quale, ricordando che l’epidemia italiana di Covid-19 è più seria di quanto si aspettasse, invita anche a non ingigantire il problema.

Il dottor Capetti sottolinea che «non è detto che non ci si possa ritrovare» se siamo in salute e in luoghi non troppo affollati. «Anche l’eccessivo allarmismo - sottolinea - può danneggiare… Mi chiedono: “Dobbiamo avere paura?”. Preoccupatevi di chi è in quarantena che magari ha bisogno che gli facciate la spesa… Chi non riceve l’avviso di quarantena non si deve considerare in quarantena». Eppure, il giorno successivo parte dell’Italia (da due giorni tutta) è stata messa in quarantena.

Ci dicono le cronache che quando l’influenza Cinese colpì il Paese (nel 1968-1969 ci furono 20 mila decessi mentre ad oggi siamo a circa 620 di cui molti già affetti da altre patologie aggravate dall'età) l’Italia non si fermò. A dire che, durante un'epidemia che fu ben più grave di quella odierna, i politici capivano che un blocco totale delle attività avrebbe messo ancora più a repentaglio la Nazione. Non è mai accaduto nulla di simile, nemmeno quando la peste uccideva decine di migliaia di persone o la Spagnola milioni. Inoltre, l'emergenza poteva essere gestita con aiuti economici maggiori al settore sanitario, già in crisi e impreparato a possibili emergenze, prima dell'inzio dell'epidemia.

Penso, infatti, che ci renderemo conto solo più avanti di quanto le misure eccessivamente drastiche adottate del governo (e anche controproducenti), che fa leva su una popolazione più psicologicamente fragile e terrorizzata dalla morte che non quella del passato (dove si usciva dalla guerra, la vita era molto più fragile e i malanni di qualsiasi tipo mietevano molte più vittime), ci stanno danneggiando ancor più che non il virus. L’Italia bloccata, privata di libertà basilari, con molte persone che hanno già perso il lavoro, è infatti alveo pericoloso di un virus più grave di quello che stiamo fronteggiando: la disperazione, alimentata anche dalla diffidenza che si sta generando fra le persone (per non parlare delle accuse di egoismo contro chi mette piede fuori casa).

Non si creda che tra qualche mese tornerà tutto come prima, il sospetto verso l’Italia sui mercati e tra i partner commerciali resterà a lungo, mentre molti eventi internazionali sono stati ormai cancellati con perdite economiche devastanti. Ma pensiamo anche agli anziani e alle persone nelle case di riposo che vivono letteralmente dell’affetto dei loro cari: non mi stupirei se molti morissero di solitudine. Forse valgono meno dei malati di coronavirus?

Che il mondo privo di fede non usi più la ragione non mi scandalizza, ma che dire di noi cristiani? Sinceramente mi aspettavo provvedimenti intelligenti almeno riguardo alle Messe. Ingenuamente mi dicevo: davanti alla morte, la Chiesa finalmente ci richiamerà all’uso della ragione, che nasce dall’affidamento, quindi dalla preghiera, i sacramenti, la penitenza etc. Sono quindi rimasta scioccata di fronte al divieto di partecipare alle Messe. Se la fede rende intelligenti allora, mi dico, avremmo dovuto adottare provvedimenti come la moltiplicazione delle celebrazioni (come la Chiesa ha spesso fatto durante le epidemie), la dispensa per anziani e malati e per chi vive accanto a persone fragili, la possibilità, dove possibile, di celebrare all’aria aperta. Se, infatti, come spiega sant’Antonio di Padova, la Comunione tiene lontane le tentazioni ed alimenta la fede e la devozione, cosa accadrà se un popolo intero, già fragile da questo punto di vista, non potrà più riceverla per un mese o più? Come reggerà questo popolo quando fra qualche tempo pagherà sulla sua pelle la devastazione prodotta dalle durissime misure governative? Chi alimenterà la sua speranza?

Inoltre pensavo che in Quaresima sarebbe stato utile richiamare alla penitenza e al digiuno, ma a quanto pare siamo disposti a rischiare per andare al supermercato e non per andare a ricevere Gesù, pensando che il cibo del corpo sia più essenziale di quello dell’anima. Mi si dice che il punto non è il rischio personale, ma quello delle persone che ci stanno vicine e che è sbagliato, in un momento come questo, parlare di digiuno perché il corpo ha bisogno di essere forte. Ora, il terrorismo psicologico è molto dannoso per il sistema immunitario della gente (per non parlare dell’isolamento) e, fatte salve le dispense, ragionare in questi termini significa non fidarsi di Dio. «Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno», dice Gesù nel Vangelo. Mentre la Madonna dei Miracoli (apparizione riconosciuta dalla Chiesa) chiese digiuno per nove giorni continui in tutti i villaggi della terra trevisana: chi avesse digiunato con vero pentimento avrebbe ottenuto misericordia e perdono dal Signore, sdegnato per i troppi peccati del popolo.

A Medjugorje la Madonna il 20 settembre del 1982 disse: «Per la guarigione di ammalati gravi, pregate di più e digiunate di più». Il punto è: ci crediamo che sia così? Ci crediamo che digiunando e ricevendo l’Eucarestia il Signore ci fortifica e allontana il male? Se oggi ci dicessero: guarda c’è Gesù presente vivo con il suo Corpo in Chiesa, non saremmo disposti a qualunque cosa pur di gettarci ai suoi piedi e stare con Lui? Se rispondiamo di sì, allora dobbiamo ricordarci che l’Eucarestia è Gesù in persona. Motivo per cui i nostri fratelli nelle zone del mondo in cui sono perseguitati vanno a Messa rischiando non solo la loro vita ma anche quella dei loro figli. Mi vengono in mente, solo per citarne alcuni, gli attentati in Nigeria nel Natale del 2011. I cattolici andarono a Messa anche se l’allarme attentati durante le festività cristiane è altissimo e morirono diversi bambini. Non dico che bisogna cercare il martirio, ma nemmeno evitare ogni rischio. Anche perché la situazione in cui siamo non è nemmeno comparabile quanto a rischio di decesso per chi si reca in chiesa.

Un amico mi ha scritto che il virus non si sconfigge senza Dio e che mancando di fede in Lui i danni saranno peggiori. Non perché Dio si vendichi, ma perché “senza di me non potete fare nulla”, ci ha detto. Insomma, non è vero che Dio ci sta castigando, siamo noi che ci stiamo castigando da soli. “Ma noi preghiamo in casa”, mi dicono. Rispondo con le domande che mi ha rivolto una giovane liceale, discreta, mite, umile, che solitamente parla poco e lo fa sempre a voce bassa: «Come possiamo chiedere a Dio di aiutarci se noi cristiani siamo i primi vigliacchi a chiuderci nelle case (pensando di stare sicuri e non pensando ai danni che questo comporta)? Se siamo i primi ad aver paura ad andare addirittura in chiesa? Mi dicono di non preoccuparmi che Dio non ci abbandona: ne siamo sicuri, ma accettare così passivamente tutto è sbagliato. Che senso ha pregare Dio e non fare né dire nulla davanti a divieti tanto gravi? Se questa è una prova non la stiamo affrontando nel modo giusto. Se ci manca Lui, la Santa Eucarestia, tutto diventa più difficile».

I giovani e i figli ci stanno guardando, mi chiedo cosa penseranno se davanti ad una crisi, nemmeno fra le più gravi, decidiamo di rinunciare al Signore. Chiudo quindi sempre con le parole di Capetti: «Io ai miei pazienti ho sempre detto: "Guardate che la battaglia per la salute è una battaglia persa, prima o poi la perderemo tutti quanti, quindi è inutile insistere così su questa... la salute è semplicemente lo strumento per poter incontrare e riconoscere nella vita Chi ci ha dato la vita! E quindi poter rendere anche la nostra vita grande"… lo dico a maggior ragione adesso, ci si rende conto che siamo fragili ma non ci deve far paura questo, ma ci deve far spostare il tiro su ciò che non è una battaglia persa"... Ci sono pazienti che mi hanno scritto: "Ma dottore io non ho paura di morire, quando il Signore mi chiamerà vorrà dire che sarà arrivato il mio momento e io sarò felice di tornare da Lui"… Tutte le epidemie sono un’occasione in questo senso». Solo questo affidamento e certezza possono darci pace e quindi equilibrio. Ma forse lo riconosceremo solo poi, quando capiremo di essere stati messi in ginocchio dalla psicosi dilagante e di non poterci rialzare con i soli mezzi umani di un mondo che si era illuso di essere quasi immortale.