La solidarietà ipocrita a Leone XIV, arruolato nella guerra a Trump
Gli attacchi indifendibili del presidente USA al Papa hanno dato la possibilità alle élite progressiste e mondialiste di rispolverare lo schema "Leone XIV l'anti-Trump", già proposto al momento della sua elezione un anno fa. Schema a cui si accoda anche certo mondo ecclesiastico.
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«L’ipocrisia della sinistra e del loro insano desiderio di proteggere i loro schemi e distruggere Trump». Così Louis “Lou” Prevost, fratello maggiore di papa Leone XIV, quattro giorni fa dava su Facebook la sua approvazione a un articolo che criticava duramente chi accusa oggi il presidente americano Donald Trump di crimini di guerra per decisioni e azioni che approvavano invece quando a prenderle erano i presidenti democratici.
Lo stesso identico giudizio si può dare a proposito delle critiche a Trump per le pesanti accuse rivolte a Leone XIV. Non perché non sia criticabile Trump per queste uscite – noi stessi lo abbiamo fatto qui e qui – ma perché questa improvvisa solidarietà universale con il Papa puzza della peggior specie di ipocrisia lontano un miglio.
È chiaro che il vero obiettivo sia Trump e tutto ciò che rappresenta; e anche se ad armare la mano dei suoi nemici in questa occasione è Trump stesso, è ovvio che il tanto esaltato «ruolo morale» del Papa è solo un argomento strumentale per colpire il presidente americano. Già altri hanno fatto notare che ad esaltare il Papa sono gli stessi che ignorano o censurano le sue dichiarazioni che mal si accordano con l’ideologia dominante o che hanno pesantemente criticato e diffamato san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E certamente non ci penseranno un momento ad attaccare duramente anche papa Prevost alla prima parola “fuori posto”.
Ma a Leone XIV, primo Papa americano, fin dalla sua elezione hanno cercato di appiccicare addosso l’etichetta di anti-Trump, come se la preoccupazione maggiore dei cardinali in Conclave fosse stata quella di contrastare le politiche, reali o attese, dell’amministrazione USA. Nei giorni successivi a quell’8 maggio 2025, quando il cardinale Robert Prevost è stato eletto Papa, la maggior parte degli articoli dei media, soprattutto occidentali, puntava a sottolineare questo presunto antagonismo tra Leone e Trump.
Fin dal suo sorgere nell’arena politica, Trump è stato dipinto come una sorta di demonio da tutte le élite progressiste e mondialiste, e hanno visto dunque l’avvento di un Papa americano, missionario in un Paese povero, come una possibilità di un alleato che – proprio perché americano – avrebbe potuto essere più efficace di papa Francesco che pure non ha lesinato gli sforzi per delegittimare Trump, arrivando addirittura a definirlo «non cristiano».
Finora papa Leone, con il suo stile discreto, si è sempre sottratto a questo tentativo di rinchiuderlo in un ruolo politico, ma ecco che oggi, per le intemperanze di Trump, si presenta finalmente la grande occasione per ridare corpo a quello schema. E si fa di tutto per esasperare lo scontro.
Impressionanti i dati dell’indagine di un osservatorio sui media, Volocom, riportati da Il Giornale, secondo cui ci sono stati 17.500 articoli in tutto il mondo sul caso Papa-Trump e tra il 93 e il 96% sono di condanna del presidente americano. Dato il tenore improponibile delle esternazioni di Trump non è questo il dato più interessante, ma il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi dal Nord al Sud del mondo si riproponga lo schema “autorità morale-potere politico” e “retorica bellicistica-pacifismo”. In particolare è rilevante l’uniformità del giudizio della quasi totalità dei media dell’Europa con quelli di Iran, Russia e Cina.
Ma se l’ipocrisia del mondo nell’esprimere solidarietà al Papa è praticamente scontata, non è edificante ritrovare una analoga ipocrisia anche in certi ambienti ecclesiastici. Ovviamente in questi giorni sparare su Trump è molto semplice e non costa nulla, più difficile è articolare le ragioni di una critica fondata sulla Dottrina sociale della Chiesa. C’è infatti una notevole differenza tra una dichiarazione come quella dell’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Gerhard L. Müller e certe posizioni di generica vicinanza al Papa, come quella della Conferenza Episcopale Italiana, o di pregiudiziale anti-trumpismo come quelle del presidente di Pax Christi, monsignor Giovanni Ricchiuti, e dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini.
Müller, in una dichiarazione pubblicata da Kath.net, sulla questione del giorno afferma chiaramente che «nessuno ha il diritto di criticare il Papa quando segue fedelmente la missione che ha ricevuto da Cristo: testimoniare il Vangelo della pace». Ma allarga il discorso richiamando da una parte alla «responsabilità storica» che gli Stati Uniti hanno come «democrazia costruita sui diritti umani fondamentali» nel difendere «la pace, la libertà e il benessere dell’umanità nel nostro mondo globalizzato»; dall’altra ricorda che «il regime iraniano deve essere denunciato per l’abuso della religione, che è preghiera a Dio», e che viene invece «usata per giustificare l’uccisione di gente innocente». Del resto, dice ancora il cardinale Müller, «la strumentalizzazione del nome di Dio» non è una prerogativa dell’Iran; e, con implicito riferimento agli Stati Uniti, ricorda che «un buon fine non giustifica mezzi malvagi».
Di ben altro tenore le parole del vescovo Ricchiuti che, in una intervista ad Avvenire, dell’8 aprile – quindi ben prima dell’attacco di Trump al Papa – già faceva sfoggio della sua avversione profonda per il presidente americano, prendendo spunto dalla sua minaccia di cancellare la civiltà iraniana; così lo chiama spregiativamente «l’Americano», perché «chiamare per nome è riconoscere l’umanità di qualcuno. Chi parla così è innominabile».
Ovviamente monsignor Ricchiuti si appella al «magistero dei Papi», che però non conta su altre questioni. Ci ricordiamo infatti quando lo stesso presidente di Pax Christi invocava il diritto all’adozione delle coppie gay.
E quanto a monsignor Delpini, non si è certo trattenuto: «Mi dispiace per il popolo americano che debba provare vergogna per il suo presidente», ha dichiarato. Dispiacere e vergogna pienamente legittimi, ma anche facili da esprimere. Forse ci siamo distratti, ma non ricordiamo che l’arcivescovo di Milano abbia mai espresso nulla di simile alla vergogna per un presidente americano cattolico (Joe Biden) e una speaker della Camera cattolica (Nancy Pelosi) che hanno difeso a spada tratta il diritto all’aborto, perfino al nono mese.
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