Pizzaballa: rotoliamo via la pietra del rancore e della sfiducia
La «consegna pasquale» dal Santo Sepolcro: non restare fermi davanti alle pietre del mondo, ma diventare “pietre vive”, segni di riconciliazione, artigiani di speranza, testimoni di una vita che la morte non riesce più a chiudere. L'omelia nella veglia pasquale del Patriarca di Gerusalemme.
Fratelli e sorelle,
questa Veglia santa ci ha condotti in un cammino di attesa e di speranza, dalle tenebre alla luce. Non con un salto improvviso, ma attraverso un lungo e paziente percorso segnato dalla Parola di Dio, dal silenzio, dal fuoco e dall’acqua. La Pasqua non inizia dalla proclamazione della vittoria, ma dall’ascolto di una storia: una storia che affronta la morte per giungere alla vita.
Le porte sono ancora chiuse. Il silenzio è quasi assoluto, rotto forse dal rumore lontano di ciò che la guerra continua a seminare in questa terra santa e lacerata. Tuttavia, proprio qui, in questo luogo dove la morte è stata abitata da Dio, la Parola di Dio risuona più forte di ogni silenzio. E lo dico con semplicità: anche noi, oggi, celebriamo con una fede provata, fragile, forse stanca… eppure ancora in piedi. Non perché siamo forti, ma perché qui ci sostiene Qualcuno.
Qui la morte non è stata evitata, né attenuata, ma è stata affrontata fino in fondo. Dio non ha scelto una via di fuga, ma ha deciso di entrare nella condizione umana nella sua realtà più profonda, assumendo su di sé tutte le dimensioni dell’esistenza, compresa quella che oggi, purtroppo, sperimentiamo in maniera spesso violenta: il dolore e la morte. Non per “spiegarli” da lontano, ma per abitarli da vicino.
La lunga liturgia della Parola che abbiamo ascoltato ci ha guidato attraverso momenti decisivi. La creazione che nasce dal caos: “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu” (Gn 1,3). Poi la prova di Abramo sul monte Moria, dove un padre viene fermato dal coltello e vede un ariete impigliato tra i rovi, immagine di un sostituto che prefigura l’Agnello vero. Poi il passaggio del Mar Rosso: il mare aperto come via di liberazione, non di fuga. Poi le parole di consolazione del profeta Isaia: “Ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Is 54,8). E ancora l’invito universale: “O voi tutti assetati, venite all’acqua” (Is 55,1). Poi la voce di Baruc che indica la Sapienza come via della vita. Infine, la promessa di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez 36,26). Ogni passo ci ha condotti a questo luogo, dove il Vangelo di Matteo ci racconta: “Venne un gran terremoto; infatti un angelo del Signore discese dal cielo, si avvicinò e rotolò via la pietra, e si pose seduto sopra di essa” (Mt 28,2).
Questa scena non è un semplice dettaglio narrativo. È il cuore di un passaggio che scuote il mondo: una pietra rimossa non da forze umane, ma dalla potenza divina. In questo momento sembra non ci sia nessuno che possa rotolare via le pietre delle tombe che la sofferenza per questa situazione di guerra continua a scavare. Ma proprio per questo ascoltiamo con più urgenza la domanda che le donne portavano nel cuore: “Chi ci rotolerà via la pietra” (Mc 16,3). Non è solo una domanda pratica. È la domanda di ogni ricerca di speranza quando sembra che non ci sia più nulla da fare. È la domanda di chi ama senza cercare risposte immediate, di chi si avvicina al mistero con fiducia, anche quando il cammino appare oscurato. Oggi quella domanda sale da tutta la Terra Santa, e da ogni luogo del mondo segnato dalla violenza. E la risposta non è un annuncio a vuoto, ma un evento: la pietra è stata rotolata via. Non dalla nostra forza, ma dalla potenza dell’amore di Dio che è più forte della morte.
Fratelli e sorelle, quella domanda – “Chi ci rotolerà via la pietra?” qui, oggi, non è solo un’eco lontana del Vangelo. È il grido che sale dalle nostre case, perché intorno a noi pietre sono state rimesse al loro posto. Eppure, oggi siamo qui: in un sepolcro che è stato aperto una volta per sempre. Non perché noi abbiamo saputo rimuovere la pietra con le nostre forze – sappiamo bene quanto siamo deboli, quanto siamo impauriti – ma perché Qualcuno l’ha rotolata via prima di noi, senza aspettare che fossimo all’altezza, senza chiederci se avessimo fede sufficiente. La pietra è stata rimossa quando ancora era buio, quando ancora nessuno credeva possibile. E questo è il primo annuncio pasquale, qui e ora: Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita. Comincia nel buio. Comincia nel silenzio. Comincia nel sepolcro ancora chiuso.
Allora, questa Veglia ci interroga: stiamo ancora cercando di rotolare da soli le pietre che ci opprimono? O lasciamo che sia Lui, il Vivente, a precederci? Perché la Pasqua non è il risultato dei nostri sforzi di pace, per quanto necessari. È il fondamento che rende possibile ogni sforzo. Se il sepolcro è vuoto, allora nulla è veramente chiuso. Nessuna terra è per sempre contesa, nessuna ferita è per sempre insanabile, nessuna memoria è per sempre prigioniera dell’odio. Non perché sia facile – sappiamo quanto sia difficile – ma perché la direzione della storia è cambiata. Non camminiamo più verso la morte: da questo sepolcro, la morte è alle nostre spalle. E anche quando la guerra sembra dirci il contrario, noi siamo quelli che hanno visto la pietra rimossa.
E insieme a quella pietra, il Vangelo sembra rotolare via anche un’altra pietra: la paura. Perché la prima parola pasquale, qui, è semplice e disarmante: “Non abbiate paura” (cfr. Mt 28,5). Entrare in questo sepolcro vuoto – anche senza pellegrini, anche da soli, nonostante la guerra – significa confrontarsi con il mistero della vita che si rinnova. Il sepolcro vuoto non è un vuoto che annulla la storia. Non ci dice che il dolore non è esistito o che cesserà. Il corpo risorto di Cristo, ce lo ricordano i Vangeli, non è privo delle tracce della passione. Ma quelle piaghe non sono segni di sconfitta: sono il sigillo di una vita che ha vinto la morte, portandola dentro di sé. Ecco il cuore della Pasqua: Dio non cancella la nostra storia, la trasfigura, l’apre alla luce.
Ci dice che la realtà stessa può essere trasformata dalla potenza di Dio. Ha aperto un passaggio dove prima c’era solo un muro. Dove c’era una pietra definitiva, ora c’è una soglia.
Gerusalemme, città segnata dalla memoria della morte e oggi da tante divisioni, diventa il luogo in cui si annuncia la vita. Non una vita ideale, lontana, spiritualista. La vita concreta, quella delle persone, delle case, delle relazioni, delle comunità. La domanda che il profeta Ezechiele rivolgeva – “Possono queste ossa rivivere?” (Ez 37,3) – è una domanda che anche noi ci poniamo oggi, guardando le macerie intorno a noi e dentro di noi. E la risposta della fede pasquale è chiara: sì, possono rivivere. Non perché Dio faccia miracoli magici, ma perché Dio è fedele alla vita nella sua realtà più concreta. Non a una vita senza contraddizioni, ma a una vita che può attraversare la contraddizione e uscirne trasformata. E questo è già un giudizio pasquale sulla storia: la morte con i suoi pungiglioni (Cf. 1Cor 15,55) non è padrona, non è sovrana.
E permettetemi di dirlo così: se qui, oggi, c’è una “pietra” che davvero possiamo portare via, è quella che ci pesa dentro – la pietra della rassegnazione, del rancore, della sfiducia. Il Vangelo non ci chiede di compiere imprese straordinarie, ma di custodire la vita, anche nelle piccole cose. Non per negare la croce, ma per trasfigurarla, rendendola parte del cammino di salvezza che ci unisce alla vita di Dio
E questa è la consegna pasquale, qui dal Santo Sepolcro: non restare fermi davanti alle pietre del mondo, ma diventare – per quanto possiamo – “pietre vive”, segni di riconciliazione, artigiani di speranza, testimoni di una vita che la morte non riesce più a chiudere.
Cristo è risorto. È veramente risorto. Alleluia!
+Pierbattista Card. Pizzaballa
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