• SCONTRI A BEIRUT

La polveriera del Libano, ostaggio di Hezbollah

In Libano è appena avvenuta una recrudescenza della lunga Guerra Civile (1975-1990) negli stessi quartieri in cui si è combattuta più duramente, nella ex “linea verde” che divideva i quartieri sciiti da quelli cristiani della capitale Beirut. La causa è l'indagine (che Hezbollah non vuole) sulla devastante esplosione del 2020.

Gli scontri di giovedì a Beirut

In Libano è appena avvenuta una recrudescenza della lunga Guerra Civile (1975-1990) negli stessi quartieri in cui si è combattuta più duramente, nella ex “linea verde” che divideva i quartieri sciiti da quelli cristiani della capitale Beirut. Lo scontro fra milizie cristiane (che non hanno rivendicato) e miliziani sciiti di Hezbollah, ha provocato sette morti e più di trenta feriti. A sparare per primi sono stati i cristiani. Ma ad attaccare sono stati gli uomini di Hezbollah, con una manifestazione armata a scopo intimidatorio. L’oggetto del contendere è l’indagine giudiziaria sull’esplosione del 4 agosto 2020, che aveva provocato la devastazione di tutta l’area portuale e più di 200 morti.

Il partito filo-iraniano Hezbollah e il movimento sciita Amal hanno indetto una manifestazione di fronte al Palazzo di Giustizia. Lo scopo era chiedere le dimissioni del giudice Tarek Bitar, incaricato dalla Corte di Giustizia di indagare sull’esplosione del 2020. La Corte di Giustizia può giudicare i crimini contro lo Stato ed emette un verdetto senza possibilità di appello. Secondo il quotidiano L'Orient-Le Jour: “Hezbollah ha informazioni precise secondo le quali il giudice Bitar intende attribuire al movimento gran parte delle responsabilità per l'esplosione del porto, in particolare per quanto riguarda l'arrivo di nitrato di ammonio a Beirut e il suo uso per fabbricare esplosivi. Secondo le stesse fonti, il magistrato intende sanzionare Wafic Safa, capo dell'unità di coordinamento di Hezbollah, per quella che ritiene essere una reiterata ingerenza nel dossier su quanto accaduto al porto”. Intanto è stato spiccato un mandato di arresto contro l’ex ministro delle Finanze, Ali Hassan Khalil, braccio destro di Nabih Berry, presidente della Camera, oltre a un mandato di comparizione contro l’ex premier (in carica al momento dell’espolosione) Hassan Diab.

Già in settembre, Bitar ha subito minacce gravi da parte di Hezbollah. Ha dovuto interrompere due volte in tre settimane la sua indagine, perché ex ministri indagati, tuttora membri del parlamento, hanno chiesto alla magistratura la sua rimozione. Ali Hassan Khalil, assieme al collega di Amal, altro ex ministro, Ghazi Zaiter, hanno presentato l’ultimo ricorso per far rimuovere Bitar. Mentre, dalle sue televisioni il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah lanciava il suo proclama contro il giovane giudice “politicizzato”.

Il ricorso è stato respinto, giovedì, dalla Corte di Cassazione. L’indagine prosegue, dunque e i partiti più esposti, Hezbollah e Amal, sono passati all’azione il giorno stesso. Con una manifestazione solo apparentemente pacifica, si sono presentati di fronte al Palazzo di giustizia, poi hanno marciato sulla rotatoria Tayouneh, al confine dei quartieri cristiani, con uomini armati al seguito. Lo scopo intimidatorio era evidente, ma ignoti miliziani cristiani li hanno preceduti, sparando con fucili di precisione dai tetti delle case. La battaglia che ne è seguita, con ampio uso di mitragliatrici e bazooka, ha devastato il circondario, provocato la fuga precipitosa dei civili di passaggio e l’evacuazione della vicina scuola dei Fratelli delle Scuole cristiane, che si affaccia sulla piazza. I feriti sono stati più di trenta. Sette i morti, di cui una donna, madre di cinque figli, che stava stendendo i panni sul suo balcone, nel momento sbagliato. 

L’esercito, colto di sorpresa dallo scoppio degli scontri, è intervenuto solo successivamente, occupando i palazzi da cui sono partiti i primi colpi e minacciando di sparare su chiunque fosse stato trovato in possesso di un’arma. La situazione, da quel momento, è apparentemente calma. Hezbollah e Amal accusano le milizie cristiane del partito delle Forze Libanesi. Ma il loro leader, Samir Geagea, veterano della Guerra Civile, nega ogni responsabilità e attribuisce l’iniziativa a vigilantes locali. Secondo il leader cristiano, il problema vero è l’estrema diffusione nel Paese di armi da guerra che permettono l’azione non coordinata di cani sciolti. Anche Geagea, ieri, ha invitato alla calma. Così come il Presidente della repubblica, Michel Aoun (altro leader cristiano, veterano della Guerra Civile) che ha fatto la spola fra i leader delle fazioni coinvolte, per cercare “di capire cosa sia successo e soprattutto evitare che si ripeta”. Il premier Najib Mikati, musulmano sunnita, ha proclamato una giornata di lutto.

Evidente è il timore dell’inizio di una seconda guerra civile. E d’altra parte ci sarebbero tutte le condizioni perché scoppi. In un Paese in bancarotta, con la seconda inflazione più alta dopo quella del Venezuela e metà della popolazione in condizioni di povertà, le fazioni libanesi non hanno più nulla da distribuire alle loro clientele e più nulla da perdere. E sono armate. Hezbollah è il problema principale: ha istituzioni parallele, controlla il suo territorio (ha anche dei valichi di frontiera presidiati dalle sue milizie, da cui ha importato carburante iraniano, ad esempio) e controlla un’economia completamente invisibile agli occhi della pubblica amministrazione di Beirut. L’esplosione di un deposito di nitrato di ammonio nel porto di Beirut, in un’area controllata da Hezbollah è la dimostrazione che sostanze pericolose, il cui uso è ignoto, sono state stoccate (maldestramente) all’insaputa delle autorità portuali.

Ma Hezbollah, che è riconosciuta come organizzazione terrorista da Usa e Ue, è anche una forza armata che, probabilmente, è già in grado di vincere un’eventuale guerra contro l’esercito regolare libanese. Basti pensare che è la prima potenza missilistica non-statuale del mondo, dotata di ordigni in grado di colpire l’intera area mediorientale. Hezbollah, insomma, è una bomba ad orologeria che rischia di scoppiare, nonostante i tentativi di pacificazione nazionale. E l’indagine di un giudice integerrimo, sostenuto da tutti i parenti delle vittime dell’esplosione nel porto, potrebbe essere il detonatore definitivo.

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