• OSSERVATORI "INDIPENDENTI"

La finta democrazia dei partiti e dei loro leader

Pullulano fondazioni, task force, osservatori, scuole di formazione politica riconducibili sempre e comunque ai leader di partito e ai capicorrente, quindi con il vizio originario e inestirpabile di essere figli di uno spudorato verticismo. Come quello di Letta che alla festa dell'Unità annuncia la nascita di un "Osservatorio" per la rinascita del Pd.

Enrico Letta alla festa dell'Unità

Nella Prima Repubblica i partiti avevano tante risorse. Con Tangentopoli si è capito da dove arrivavano. Venivano spese per alimentare i costosi apparati e per foraggiare le clientele funzionali all’acquisizione del consenso e alla conservazione del potere. Sulle macerie di quel sistema corrotto si è affermato un modello di organizzazione politica sicuramente peggiore e infinitamente meno democratico, dominato da lobby e consorterie, e disancorato da qualsiasi principio di meritocrazia nella selezione della classe dirigente.

I segnali del progressivo deterioramento della qualità della politica sono diversi e tutti assai eloquenti. Nella Prima Repubblica si convocavano assemblee e congressi e i partiti potevano contare sulle sezioni e su altre ramificazioni territoriali. E avevano, come fiore all’occhiello, i centri studi; nei quali però, anziché coltivare gli ideali ed elaborare proposte politiche, i dirigenti si spartivano tessere e poltrone. Nell’epoca post-Tangentopoli, con l’avvento di Forza Italia, la politica si è trasferita prevalentemente sull’asse Arcore-Palazzo Chigi-Procure e il crollo di credibilità dei partiti tradizionali ha creato un vuoto di rappresentanza e un deficit di partecipazione democratica.

Oggi pullulano fondazioni, task force, osservatori, scuole di formazione politica riconducibili sempre e comunque ai leader di partito e ai capicorrente, quindi con il vizio originario e inestirpabile di essere figli di uno spudorato verticismo. Non mancano le finzioni di coinvolgimento della base come nel caso della piattaforma Rousseau, celebrata inizialmente dai grillini come esempio di democrazia diretta e di assunzione di decisioni assunte dal basso, poi sconfessata dagli stessi vertici pentastellati come strumento di ratifica di decisioni prese altrove. E la faida scoppiata con Casaleggio a suon di carte bollate lo conferma in pieno.

Si ricorre a qualunque espediente per ammantare di democrazia ogni modello di organizzazione politica funzionale al mantenimento dello status quo. E la cronaca degli ultimi giorni ci regala altri amari spunti di riflessione. Enrico Letta, segretario Pd, intervenendo alla festa dell’Unità, a Bologna, ha annunciato con enfasi la costituzione di un Osservatorio chiamato in qualche modo a rifondare il partito. La finalità è comprensibile, visto che i dem si vergognano perfino del loro simbolo, tanto da occultarlo alle suppletive di Siena, dove in corsa è proprio il loro timoniere. Ciò che invece non si giustifica è l’ipocrisia di definire “indipendenti” i sei componenti di quell’Osservatorio, che è stato addirittura denominato “Osservatorio degli indipendenti delle Agorà democratiche”. Nulla da eccepire sulle qualità e lo spessore delle sei persone che ne fanno parte: lo scrittore Gianrico Carofiglio, il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi, l’ex segretaria della Cisl Annamaria Furlan, Monica Frassoni, Carlo Cottarelli ed Elly Schlein.

Ciò che lascia perplessi è la loro designazione dall’alto, senza un coinvolgimento degli iscritti e, soprattutto, l’ipocrisia di definire indipendenti (ma da chi?) persone dichiaratamente di area. Sono tecnici o ex politici da sempre vicini alla sinistra e con idee di sinistra. Perché non avere l’onestà intellettuale di dichiararlo? Si dirà che il compito dei sei designati è proprio quello di scrivere il programma del nuovo Pd confrontandosi con la base e allargando il campo d’azione del Pd. Ma le vaghe parole di uno dei sei, Gianrico Carofiglio, alimentano più di un dubbio: «Non è come Rousseau, che era uno strumento di democrazia diretta, quella della demagogica affermazione dell’uno vale uno. C’è invece il tentativo di una democrazia deliberativa e partecipativa, che rientra nel concetto della delega a un partito».

Quindi di cosa si occuperanno questi sei servitori della causa dem? Come opereranno? In che modo verranno coinvolti i sempre meno numerosi iscritti e simpatizzanti? L’impressione è che questo annuncio di Letta si rivelerà una boutade di fine estate e che presto la cronaca quotidiana riporterà con i piedi per terra il segretario Pd, che tanto ama la Costituzione ma che forse dimentica il significato dell’articolo 49, dedicato ai partiti politici come strumenti chiamati a concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale. Con metodo democratico, non con la cooptazione di qualche “indipendente”.

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