• DISOBBEDIENZA CIVILE

#IoApro, opposizione pragmatica e anti-ideologica

Il mondo della ristorazione e quello della scuola sono in ebollizione: oltre 50mila esercenti hanno già aderito all'iniziativa di aprire i locali a partire dal 15 gennaio, a pranzo e cena. Mentre studenti e insegnanti cominciano le proteste pubbliche per chiedere la riapertura delle scuole. È la reazione comprensibile a un sempre più ingiustificabile lockdown. 

L'iniziativa di disobbedienza civile di massa dei ristoratori e baristi italiani #ioapro - che prenderà il via venerdì 15 gennaio e alla quale hanno dato già la loro adesione più di 50.000 esercenti - e la protesta degli studenti liceali in tutta italia contro la Dad sono due fatti nuovi di notevole rilevanza pratica, ma anche simbolica nell'atteggiamento della società civile italiana rispetto alle politiche di restrizioni e chiusure adottate dal governo Conte, al pari e più ancora che da altri esecutivi euro-occidentali come quelli britannico, francese, tedesco e spagnolo, come approccio unico e sistematico al problema dell'epidemia di Covid.

Prima di ora, infatti, non erano mancate proteste contro i lockdown, ma si erano risolte prevalentemente o in richieste di maggiori risarcimenti a categorie danneggiate, o in raduni di piazza tanto chiassosi quanto inconcludenti.

Questa volta invece l'opposizione dei ristoratori e degli studenti appare l'espressione di una fase nuova nella crisi sanitaria, ma anche economica e sociale apertasi ormai quasi un anno fa: una fase in cui in settori crescenti dell'opinione pubblica cresce la convinzione dell'inefficacia e insostenibilità di una strategia ideologica e totalizzante, emergenzialistica ad oltranza, nel contrasto al virus; e viceversa della necessità di convivere con esso in maniera pragmatica e prudente, consentendo alle attività essenziali del paese – in questo caso il sistema formativo e settori vitali di un'economia fondata innanzitutto su piccole e medie imprese – di tornare ad operare a regime, pena un vero e proprio collasso del tessuto sociale, al quale non corrisponderebbe peraltro nessun significativo progresso sul piano strettamente sanitario.

Tale convinzione è infatti essenzialmente il risultato di un bilancio disincantato, sempre più ampiamente condiviso, di quella che è stata la gestione governativa del problema attraverso uno stato d'emergenza costantemente prorogato ed enfatizzato: le pesanti restrizioni alla vita economica, sociale, culturale attuate in primavera - mai del tutto allentate in estate e ripristinate in successivi “giri di vite” sempre più severi dall'autunno in poi, fino ad arrivare al lockdown pressoché totale delle vacanze di Natale, paradossalmente dopo che si erano giustificate le precedenti chiusure proprio con l'obiettivo di “salvare il Natale” - in tutta evidenza non hanno influito positivamente in maniera significativa sulla “curva” dei contagi e delle vittime.

Quest'ultima ha infatti continuato a decrescere e poi a ricrescere a quanto pare in base a fattori essenzialmente stagionali, del tutto analoghi a quelli che determinano la diffusione delle epidemie influenzali ogni anno, e la trasmissione del virus è avvenuta – a detta di molte indagini scientifiche affidabili – essenzialmente attraverso catene domestiche e familiari legate alla convivenza, su cui le ripetute esortazioni a “stare a casa” possono aver avuto addirittura un effetto controproducente di  intensificazione.

Alla luce di tale giudizio fattuale difficilmente contestabile, se non in base ad un'opzione emergenzialista aprioristica, appare sempre più ingiustificabile continuare a tenere paralizzati settori della vita pubblica essenziali per il paese, producendo danni catastrofici sul piano economico, culturale e psicologico che rischiano di ripercuotersi addirittura per generazioni. Tanto più in quanto si tratta di settori – come, appunto, la ristorazione e la scuola (ma il discorso andrebbe esteso a università, cultura, arte, spettacolo, impianti sportivi) – che da tempo hanno adottato protocolli di sicurezza rigorosissimi e precauzioni minuziose, in virtù dei quali la possibilità che essi possano diffondere significativamente il contagio appare remota, al pari che per altre attività rimaste operative “in presenza” come il commercio al dettaglio e molti uffici pubblici.

Più l'emergenza sanitaria si prolunga, più si rivela irrealistico e disastroso continuare a impedire a ristoranti e bar di svolgere il loro servizio in sicurezza, o addirittura, come è intenzione del governo con il prossimo Dpcm, limitarne ulteriormente l'esercizio con i criteri più stretti per la determinazione delle fasce “arancione” e “rossa”, e con il generale divieto di asporto serale ai bar. E più si rivela ugualmente disastroso continuare a tenere milioni di studenti in un limbo che danneggia enormemente i loro risultati di profitto e li priva di un'esperienza fondamentale come la comunità scolastica.

La pacata, ma ferma determinazione dei ristoratori a riaprire i locali e la forte pressione degli studenti per riprendere l'attività didattica in presenza si inscrivono allora nella consapevolezza ormai largamente trasversale - al di là della narrazione catastrofista ancora imposta in tono monocorde da governo, Cts e media - della ineludibile necessità di tornare senza altre esitazioni, il più possibile, ad una normalità responsabile rispetto ad un problema sanitario serio, ma che non può diventare la pietra al collo che conduce un'intera società ad annegare.

I governi che adottano politiche di lockdown - e quello italiano in ciò si distingue particolarmente - tendono a rifutare una discussione laica, concreta e pragmatica sui risultati dei loro provvedimenti, e ad insistere invece sulla presunta inevitabilità di essi, adottando la tipica fallacia logica della profezia che si auto-avvera e dell'auto-rinforzo: l'epidemia si riduce? È merito delle restrizioni; si espande? È colpa di chi non rispetta le restrizioni (le grottesche, continue ricerche di capri espiatori in runner, bagnanti, aperitivi, “movide”, “cenoni”), e chissà quanto sarebbe peggiore la situazione se non ci fossero state le restrizioni.

Questo circolo vizioso logico, che si traduce in autoritarismo politico congiunto a inefficienza, deriva dal fatto che il “lockdownismo”, come da mesi si sottolinea su queste pagine, non è una strategia pratica, ma una vera e propria ideologia. I suoi sostenitori, e tanto più le classi politiche che alla mobilitazione emergenziale devono la persistenza del proprio potere, pensano e agiscono in base ad un'impostazione dogmatica – simile a quella della classe politica e dell'intellighenzia comunista nel Novecento – per cui se i provvedimenti non conseguono gli obiettivi dichiarati non è perché essi, e la filosofia che li ispira, erano sbagliati, ma perché sono stati sabotati da “traditori” o perché non sono stati attuati coerentemente fino in fondo, e dunque possono solo essere riproposti in forme ancora più intransigenti.

Rispetto a tale deriva, le iniziative di opposizione civile di ristoratori e studenti - sintetizzabili, nelle loro differenti impostazioni, nella richiesta “Lasciateci lavorare/studiare seguendo le norme di sicurezza che voi stessi ci avete imposto” - rappresentano uno scarto salutare, e che si auspica si diffonda sempre più. Una de-ideologizzazione radicale del dibattito sulla pandemia, che deve riportarlo all'interno di coordinate e parametri realistici, fuori dall'ossessione e dalla psicosi, per restituire all'Italia – e ad altre società occidentali – una prospettiva di avvenire altrimenti fortemente a rischio.