L'illusione degli aiuti a un'Africa non democratica e corrotta
Non si può chiedere di investire in paesi corrotti, in cui la democrazia è soppiantata da dittature plebiscitarie e i golpe sono ormai abituali. Ben 15 Stati sono "democrazie imperfette" (fallite) quasi tutti gli altri sono dittature.
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Nell’arco di un mese in Africa due paesi, la Guinea Conakry e l’Uganda, sono andati al voto per eleggere il capo dello stato. Si è trattato di due appuntamenti elettorali particolarmente importanti.
In Guinea ha vinto il generale Mamady Doumbouya con l’86,72% dei voti, una vittoria schiacciante che l’opposizione ha attribuito ai brogli, durante lo spoglio dei voti, e prima ancora all’esclusione dei due principali avversari del generale, l’ex presidente Alpha Conde e l’ex primo ministro Cellou Dalein Diallo, entrambi all’estero da quando nel 2021 i militari hanno preso il potere con un colpo di stato. A guidarlo era stato proprio Doumbouya che poi aveva assunto la carica di presidente ad interim. Il generale aveva promesso una rapida transizione democratica. Aveva anche assicurato che non si sarebbe candidato per lasciare spazio ai civili. Invece le elezioni sono state rimandate più volte per imprecisati motivi tecnici e Doumbouya alla fine ha deciso di presentarsi “per il bene del paese”.
In Uganda la vittoria è andata al presidente in carica, Yoweri Museveni, con il 71,6% dei voti. Anche Museveni è un militare e anche lui ha preso il potere con un colpo di stato, nel lontano 1986, sconfiggendo un altro dittatore, Tito Okello, che a sua volta l’anno precedente aveva deposto il dittatore Milton Obote. Rivolgendosi alla folla, dopo aver assunto la carica di presidente, Museveni aveva detto: “i popoli africani, il popolo dell’Uganda hanno diritto a un governo democratico. Non è una concessione da parte di un regime. Il popolo deve essere sovrano, non il governo”. Quel giorno aveva anche detto che “il problema dell’Africa in generale, e dell’Uganda in particolare, non è la popolazione, ma i leader che vogliono restare al potere troppo a lungo”. Ebbene, da allora, Museveni ha governato ininterrottamente per 40 anni. Nel 1996, a conclusione di una transizione democratica durata 10 anni, si sono tenute le prime elezioni che Museveni ha vinto con il 75,5% dei voti. Da allora ha ottenuto altre sei vittorie elettorali, tutte contestate dall’opposizione con accuse di intimidazioni, violenze e brogli.
È una transizione democratica davvero singolare quella che trasforma un dittatore in un capo di stato, in condizioni di voto oltre tutto a dir poco discutibili. Ma non solo Doumbouya e Museveni l’hanno intesa in questo modo. Come loro, altri sette autori di colpi di stato ricoprono attualmente la carica di presidente per esservisi candidati, quasi tutti dopo aver dato assicurazioni di voler fare un passo indietro e lasciare ad altri il governo dei rispettivi paesi, che sono: Ciad, Togo, Guinea Equatoriale, Camerun, Repubblica del Congo, Gabon e Zimbabwe (l’unico paese in cui a guidare il golpe è stato un politico e non un militare).
In alcuni di quei paesi il leader che fu autore del golpe governa da decenni. Paul Biya è presidente del Camerun dal 1982 e il 12 ottobre scorso ha vinto per l’ottava volta le elezioni – contestatissime – conquistando un altro mandato di sette anni. Denis Sassou Nguesso è diventato presidente della Repubblica del Congo (allora Repubblica popolare del Congo) subentrando in qualità di suo vice al presidente Yhomby-Opango, costretto a dimettersi. Mantenne la carica fino al 1992, quando fu eletto Pascal Lissouba. Tornò al potere combattendo contro Lissouba nel 1997 e lo conserva tuttora. Teodoro Obiang Nguema Mbasogo dal 1979 è presidente della Guinea Equatoriale che, come è stato appena annunciato, sarà il primo paese africano insieme all’Angola che Papa Leone XIV visiterà. Da quando è presidente, ha visto salire al soglio pontificio cinque papi.
In altri sei paesi africani la transizione democratica successiva a un golpe deve ancora incominciare e solo allora si saprà se lo sarà davvero. Sono Mali, Burkina Faso, Niger, Sudan, Madagascar e Guinea Bissau. I leader dei primi tre paesi hanno già annunciato che intendono conservare la carica di presidente almeno fino al 2030.
Sono in tutto 15 paesi che meritano l’eufemistica definizione di democrazie imperfette. All’elenco altri se ne devono aggiungere. In Eritrea non si è mai votato, da quando è diventata indipendente nel 1993 al costo di 30 anni di guerra con l’Etiopia, e neanche nel Sudan del Sud, che è indipendente dal 2011 dopo decenni di persecuzione e violenze inflitte dal governo arabo islamico del Sudan di cui faceva parte. In Somalia, in guerra dal 1987, non si vota da oltre mezzo secolo. Dal 2004 l’elezione del capo dello Stato è affidata a parlamentari non eletti. Solo gli abitanti della capitale Mogadiscio – unica eccezione – sono andati alle urne alla fine del 2025 per eleggere i consiglieri comunali.
«Senza pace, sicurezza e stato di diritto non si possono mettere a frutto le enormi risorse del continente e non si può chiedere che più capitali privati investano in Africa. Democrazia e buon governo sono le fondamenta sulle quali deve poggiare il progresso dell’Africa, senza di che lo sviluppo è destinato inevitabilmente a crollare sotto il peso della corruzione e della repressione». A sostenerlo è la fondazione Mo Ibrahim che ogni due anni pubblica l’Indice della governance, un rapporto sullo stato della democrazia in Africa. La fondazione è stata creata dall’omonimo miliardario di origine sudanese per promuovere buon governo e democrazia nel continente. L’ultimo rapporto, uscito nel 2024, ha registrato e documentato un aumento dei casi di persecuzione di partiti di opposizione, di manipolazione delle commissioni elettorali e di uso della forza per mantenere e consolidare il potere. Per la prima volta in dieci anni ha registrato una generale diminuzione della governance.
