“La mia gravidanza a 47 anni. E come mi aiutò Leo Aletti”
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La scoperta di essere incinta al quarto mese, poi i dolori e l’ecografia: il cuore della bambina in grembo non batte più. Un altro ospedale conferma l’esito drammatico, finché non interviene il dottor Leo Aletti… La Bussola intervista Elena Landoni.
Si avvicina la 48^ Giornata Nazionale per la Vita (domenica 1 febbraio 2026) e allora è quantomai necessario ricordare chi la vita – a partire da quella nascente – l’ha difesa con tutte le sue forze, tanto più in una fase storica, come l’attuale, in cui anche la Chiesa italiana ha digerito, fatte salve poche eccezioni, la legge 194/1978. Dunque, servono testimoni capaci di ricordare la dignità incommensurabile di ogni vita umana, fin dal concepimento.
Qui vogliamo ricordare in particolare il dottor Leandro Aletti (1945-2022), per gli amici Leo, ginecologo che insieme all’amico e collega Luigi Frigerio finì al centro di quello che la stampa – sul finire degli anni Ottanta – definì “caso Mangiagalli”, dopo la denuncia attraverso Avvenire (28 dicembre 1988) di un aborto al quinto mese di gravidanza spacciato per “terapeutico” e avvenuto nella clinica milanese. Un caso che era un po’ la punta dell’iceberg secondo la testimonianza di Aletti e che lui stesso ha avuto modo di raccontare nel libro Carne, ossa, muscoli e tendini (Gribaudi, 2017). Aletti e Frigerio furono sospesi dal lavoro (con lo stipendio dimezzato) e ingiustamente incriminati per violazione del segreto professionale, oltre a subire poi altri guai giudiziari.
Ma se da un lato Aletti visse questo martirio bianco per via della sua opposizione all’aborto, dall’altro ha goduto (e gode) dell’ammirazione sincera di molte persone, in primis delle tantissime mamme che ha aiutato a partorire e anche dei bambini, oggi adulti, che ha fatto nascere. A tre anni e mezzo dalla sua morte, avvenuta il 15 agosto 2022, giorno dell’Assunta – una carezza del Cielo per lui che chiamava la Madonna «la mia mamma» – la Bussola ha raccolto la testimonianza di una di queste donne, Elena Landoni, madre di tre figli e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano.
Elena, come ha conosciuto il dottor Leo Aletti?
L’ho conosciuto una cinquantina di anni fa, quando mia mamma decise che per me era arrivato il momento di fare ogni tanto una visita ginecologica, un controllo.
Come descriveresti la persona che hai conosciuto?
Mi è sembrato subito un professionista burbero, di poche parole. Questo almeno al primo impatto. Allo stesso tempo era coltissimo. Durante le visite il dottor Aletti mi intratteneva con argomenti di storia e di letteratura. Mi sembrava quasi che attribuisse maggiore importanza a quello che mi stava dicendo anziché alla visita. Ma poi ho capito che non era così, mi accorgevo che il discorso diventava tanto più coinvolgente quanto più fastidioso poteva risultare l’intervento medico: e quindi era una specie di sua personale anestesia, che mentre mi distraeva dal dolore mi apriva anche orizzonti culturali.
Leo Aletti ha fatto nascere i suoi figli, giusto?
Sì, mi sono sposata e Leo ha fatto nascere i miei figli.
Le sue gravidanze sono state difficili o no?
Le prime due gravidanze sono state normali. Due figli maschi nati benissimo, senza nessuna complicazione. Il problema è sorto quando avevo 47 anni…
Che tipo di problema?
A quell’età ho cominciato a rendermi conto che il mio fisico stava cambiando, ero anche un po’ arrabbiata perché mi sembrava un po’ presto e ho subito pensato che fosse un precoce collocamento a riposo del mio apparato riproduttivo.
La menopausa…
Esatto, credevo di essere entrata in menopausa.
E invece?
Invece ero incinta.
In che anno siamo?
Nel 2002. A un certo punto, mi hanno convinto a fare dei test e da lì è risultato che ero incinta. Quando lo abbiamo scoperto, ero già al quarto mese.
Questa scoperta che cosa le ha causato? Quali sentimenti?
Incredulità, panico, naturalmente un resettaggio delle prospettive che avevamo in famiglia, uno stupore, insieme anche a un’infinita gratitudine. E per i miei due figli maschi, che ormai erano quasi alla soglia della maggiore età, un’attesa piena di meraviglia.
Questa gravidanza a 47 anni è stata semplice o ha avuto complicazioni?
Non è stata semplice. Dopo un po’ ho avvertito qualche dolore, che poi è diventato più forte. A un certo punto Leo, al telefono, mi ha detto di correre subito alla Fondazione Moscati, a Milano, per fare un’ecografia: non è proprio un posto dove hanno una gran fretta di eliminare i bambini dalla pancia delle madri. Eppure, il tecnico che ha eseguito l’ecografia non ha potuto farci molto: ha provato e riprovato, ma il battito non c’era più. Era un venerdì sera, naturalmente ho subito telefonato a Leo Aletti, che mi ha detto di non muovermi e di andare il lunedì successivo alle 8 all’ospedale di Melzo, dove lui nel frattempo era diventato primario. E ci avrebbe pensato lui alla mia bambina che, a quanto pareva, non ce l’aveva fatta.
E cosa è successo quel lunedì a Melzo?
Mi hanno visitato e, dati tutti i sintomi, mi hanno confermato la diagnosi della Fondazione Moscati.
Cioè, hanno rifatto l’ecografia per verificare l’assenza del battito cardiaco?
No, non me l’avevano rifatta, avevano preso per buona l’ecografia che avevo portato. In base all’anamnesi e alle domande che mi hanno fatto, erano certi. Invece, poi è arrivato Aletti, che mi ha chiesto: “Come stai?”. E gli ho risposto: “Io sto bene, non ho più nemmeno i dolori. Scusami se piango”. Lui mi ha guardato e mi ha detto: “Mah, tu non hai la faccia di una che ha un bambino morto in pancia. Preferisco rifarti l’ecografia anche se dirà quello che sappiamo già”. Mi ha rifatto l’ecografia: il cuoricino della mia bambina batteva. È andata esattamente così, non sto inventando niente. Il risultato era diverso da quello di tre giorni prima.
Come se lo spiega?
Non so dirlo, io non ho mai capito se è stata la grande professionalità di Leo, il cuore grande che aveva o tutte e due: fatto sta che proprio lui, che ha passato la vita a difendere la vita, è riuscito a salvare anche la piccola vita che in quel momento stavo custodendo io. E l’ha salvata guardandomi in faccia.
È segno di una grande premura e di non aver lasciato nulla al caso, nonostante ci fosse un esame ripetuto e la conferma dello stesso ospedale in cui lavorava lui… Il prosieguo della gravidanza com’è stato?
Non è stato facile, ho passato il resto della gravidanza quasi tutto a letto. Alla fine le cose non si sono messe bene perché la pressione mi saliva sempre di più. Leo mi chiedeva di chiamarlo ogni giorno per comunicargli i valori della mia pressione. Poi, un venerdì, non sono riuscita a trovarlo perché lui era andato a Messa al santuario di Caravaggio con sua moglie Maria e molti amici; a sera tardi, mentre era in macchina, mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Come va?”. E io: “Così così, ho la pressione minima a novanta”. E lui mi ha detto: “Allora stai più ferma che puoi e lunedì vieni a Melzo, così la facciamo nascere. Però se la pressione dovesse aumentare, corri in Mangiagalli”. La pressione minima è arrivata a cento, e allora io e mio marito siamo corsi in Mangiagalli. Ricordo la confusione che c’era, le espressioni imbarazzate dei medici, le rassicurazioni sulle buone probabilità di successo per la bambina ma non altrettanto per me. E mi ricordo le preghiere di mio marito.
Com’è finita?
Mia figlia Chiara è nata la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2002. Allora è successa un’altra cosa che mi ha colpito molto: mio marito non ha resistito e ha telefonato ad Aletti alle tre di notte; e Aletti, anziché mandarlo al diavolo e dirgli che avrebbe potuto aspettare e chiamarlo di mattina, era felicissimo e lo ha ringraziato. E la mattina seguente Aletti è venuto a trovarmi nella mia stanza alla Mangiagalli per sincerarsi che andasse tutto bene. Aveva sempre questo atteggiamento affettuoso nei confronti di noi pazienti e dei bambini che nascevano. Non so se siamo mai riusciti a esprimere ad Aletti sino in fondo la nostra gratitudine, la stima per la sua capacità di medico e per l’uomo che era, l’ammirazione, ma soprattutto non so se siamo riusciti a esprimergli il bene che gli abbiamo voluto. Per inciso, ora quella bambina ha 23 anni, si è laureata in ostetricia e sta facendo la specialistica.
Stesso “campo” di Leo, quindi: far nascere i bambini.
Esatto.
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