• MESTIERI & LETTERATURA / 1

Il senso di un mestiere

Un tempo l’attività lavorativa aveva a che fare con la preparazione, l’appartenenza e la stabilità. Il mestiere appreso non era l’esito di un percorso individualistico per salire i gradini della scala sociale, ma un'autentica vocazione. Nella modernità “liquida” si cambiano innumerevoli posti, ruoli e mansioni, dimenticando però che il lavoro consiste nel realizzarsi mettendo a frutto i talenti donati da Dio.

Inizia un percorso sui mestieri di oggi e di ieri, raccontati e riscoperti attraverso la letteratura. Il titolo della rubrica non allude solo ai mestieri comunemente intesi (attività manuali, apprese attraverso la pratica ed esercitate ogni giorno per guadagnarsi da vivere, come il minatore, il falegname, il pescatore), ma anche alle professioni (attività prevalentemente di natura intellettuale, che necessitano di un percorso di studi, come il medico, il maestro, il giudice, l’avvocato).

In una società come la nostra, definita «liquida» dal filosofo contemporaneo Zygmunt Bauman (1925-2017), in cui mancano riferimenti fissi e forme stabili, l’idea di cambiamento continuo, di mobilità, d’instabilità, di liquidità viene perfino elevata a sistema e a principio indefettibile tanto che il consiglio stesso di scoprire e imparare un mestiere nella vita possa di per se stesso essere considerato antiquato e anacronistico. Meglio sarebbe imparare ad adattarsi, ad essere camaleonti, a ricoprire di volta in volta ruoli differenti in modo da svolgere lavori che permettano di soddisfare la propria ambizione.

Un tempo il mestiere presupponeva una preparazione, un cammino e una meta; al contempo, si trovava in un rapporto costante con la comunità e la collettività all’interno di uno spirito di appartenenza. Il mestiere appreso non era l’esito di un iter individualistico per il raggiungimento di uno status sociale.

I cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni nella nostra società sono evidenti a tutti. Certamente, non è nostra intenzione contestare mutamenti che sono frutto di percorsi storici, economici, sociali avvenuti nell’Occidente. È interessante, però, riscoprire il significato profondo sotteso all’apprendimento di un mestiere e a tal fine è necessario richiamare, seppur brevemente, alcuni esiti dell’epoca contemporanea.

Come scrive ancora Zygmunt Bauman: «Non è la pressione soverchia di un ideale irraggiungibile che tormenta gli uomini e le donne del nostro tempo, quanto l’assenza di ideali: la penuria […] di punti di riferimento fissi e stabili, di una destinazione prevedibile per l’itinerario della vita».

Le vite degli uomini si sono spesso ridotte a consorzi di egoismi, l’uomo come individuo in senso estremo diventa un solitario, che sa vivere solo per sé e non per gli altri. Si è smarrito il senso dell’uomo come persona e si è sostituito quello dell’uomo come individuo, come singolo, con tutta una serie di conseguenze che ne derivano. Viene perduto il vero senso del sociale e del politico in senso forte, e l’individuo non è più capace di essere un vero cittadino.

L’epoca contemporanea è l’esito di una concezione della libertà personale svincolata dalla verità, come sorgente del bene e del male, con la conseguenza di una totale svalutazione della libertà stessa. L’eccesso di libertà distrugge la libertà stessa e si rovescia nel suo contrario. La nostra è anche l’epoca dell’imperversare del relativismo, che è alla base della diffusione delle ideologie, perché ha spazzato via ogni barlume di certezza del passato e si è tradotto nel tempo, a sua volta, in una vera e propria ideologia. Ma il relativismo non è se non la forma più diffusa del nichilismo, perché considera tutte le idee di uguale valore, per il fatto che nessuna esprime verità, ma ciascuna di esse corrisponde a qualcosa che non vale nulla, ossia a qualcosa che vale zero. A questo si giunge, se si negano la verità e la sua funzione determinante nella vita e nelle ricerche dell’uomo.

Imparare un mestiere o un altro, svolgere una professione o meno non è poi così secondario nella vita di una persona. Non tutti hanno le stesse propensioni, gli stessi talenti e capacità. Sarebbe indispensabile per sé e per l’intera società scoprire i talenti e le attitudini, cercando di assecondarle e svilupparle, nell’ambito lavorativo o in altri ambiti. Se ciò avvenisse, il mondo stesso sarebbe migliore. Se ciascuno di noi perseguisse i talenti, i pezzi che compongono il puzzle che è la realtà sarebbero disposti al loro posto e l’immagine sarebbe più nitida.

Nella terza cantica Dante si sofferma con attenzione sul talento in relazione al mestiere svolto. Nel canto VIII Carlo Martello d'Angiò (1271-1295) sostiene che a ciascuno è stato donato un talento. Purtroppo, spesso, le persone non assecondano i talenti e le capacità e capita che chi è adatto a combattere ricopra cariche religiose, mentre chi ha doti di predicatore diventi re. In questo caso, Carlo sta facendo un’allusione sferzante al fratello Roberto d’Angiò (1278-1343), sovrano che amava predicare in pubblico, addirittura dal pulpito delle chiese. Ci rimangono di lui quasi trecento sermoni in latino. I talenti vengono assegnati dal Cielo, senza alcuna relazione con la famiglia di origine.

Non è la prima volta che leggiamo nelle opere dantesche concetti così innovativi e rivoluzionari per la mentalità dell’epoca. Nel Convivio il poeta aveva già espresso una concezione di nobiltà non di sangue, ma proveniente dal cuore, quindi dalla sensibilità, dalla bontà, dalla gentilezza d’animo. Carlo Martello invita a seguire la natura: se le persone agissero così, sarebbero migliori. «Naturam sequi» scriveva anche il filosofo e letterato latino Seneca (4 a. C.- 65 d. C.). Nella società possiamo verificare che molto spesso le persone non occupano il posto che più si addice loro, perché nella scelta lavorativa non hanno assecondato passioni, capacità e talenti, ma hanno perseguito guadagno, opportunità di prestigio e di carriera.

Già la parola evangelica ci ha invitato a riflettere sul fatto che ciascuno di noi possiede almeno un talento che non può essere depositato sotto terra, ma va messo a frutto. La fiaccola non deve essere collocata sotto il tavolo, ma sopra, perché possa illuminare tutta la stanza. Chi scopre anche solo uno dei propri talenti, se ne avvale e lo mette a disposizione di tutti, produce molto frutto. Ne ottengono beneficio anche la comunità e tutti quanti hanno la grazia di vivergli vicino. Chi segue i talenti e persegue i doni che Dio gli ha donato porta sul volto i segni di una grande letizia.

Quando Madre Teresa di Calcutta, appena dodicenne, sentì il desiderio di diventare suora, si recò dal proprio padre spirituale Franjo e gli chiese consiglio. Questi gli rispose: «Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà». Non dobbiamo mettere a tacere la domanda di compimento e di felicità. Al contrario, dobbiamo rimanere attenti agli indizi e ai segni che arrivano dalla realtà. Tra questi vi sono anche i desideri e i sogni che albergano nel nostro cuore, come pure le passioni e i talenti che emergono dalla nostra persona.

In questa prospettiva che accomuna un genio come Dante Alighieri e una santa della carità come Madre Teresa di Calcutta la vita diviene così assunzione di responsabilità, compito, un «prendersi cura di». La vita diventa allora bella, perché è una continua scoperta, e la strada che percorreremo ci sorprenderà, perché ci mostrerà paesaggi e mete che supereranno ogni nostra aspettativa.

Dante e santa Teresa di Calcutta sono di grande attualità. Raramente i giovani scelgono quale strada intraprendere nella vita dal punto di vista scolastico e lavorativo partendo dai talenti e dalle passioni più vere. Quasi sempre, invece, hanno come riferimento le aspettative di carriera e di guadagno insinuate nel loro animo da un contesto culturale in cui l’esito economico è prospettato come l’unica possibilità di compimento personale.
 

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