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Il Fatto e il M5S, un conflitto d'interessi inosservato

Layla Pavone, esperta in start up digitali, è la candidata sindaco grillina per Milano. E siede nel CdA del Fatto Quotidiano. Non si tratta di un caso isolato: anche Lucia Calvosa, nominata all'Eni e Ferruccio Sansa, ex candidato per la Liguria sono del Fatto, la prima nel CdA il secondo giornalista. Perché di questa commistione non si parla?

Peter Gomez e Giuseppe Conte

La notizia non è passata inosservata. Layla Pavone, esperta in start up digitali, è la candidata sindaco grillina per Palazzo Marino. Proverà a sfidare il primo cittadino milanese uscente, Beppe Sala, e il suo avversario di centrodestra Luca Bernardo. La sua designazione è avvenuta a sorpresa e l’ha decisa autonomamente Giuseppe Conte, deludendo parte della base pentastellata che aveva già scelto Elena Sironi, avvocato e consigliere comunale uscente.

Ma cosa c’è di sorprendente? Almeno due cose: le posizioni espresse nel recente passato dalla Pavone e, soprattutto, la sua appartenenza al Consiglio d’amministrazione (come consigliera indipendente) del Fatto Quotidiano, diretto da Marco Travaglio. Quest’ultima circostanza risveglia la polemica sugli editori puri, i conflitti d’interesse informazione-politica, le commistioni tra un bene pubblico come le notizie e gli interessi economici e politici che inquinano profondamente la produzione e diffusione delle stesse.

Ma andiamo con ordine. Meno di un anno fa, a fine ottobre 2020, l’allora premier Giuseppe Conte con un tweet ricordava l’utilità delle misure igieniche per fronteggiare la pandemia: mascherina, distanze, lavaggio delle mani. Tra i commenti è rimasto ben visibile quello di Layla Pavone, non proprio tenera con l’”avvocato del popolo”: «Presidente —  tuonava la manager — voi chiedete sacrifici ai lavoratori, aziende, professionisti, ma non viene in mente di dimezzarvi lo stipendio nemmeno per sogno. Attenzione che la gente è stanca e tra poco perderà le staffe e scatterà la rivolta». Ora invece la rivolta rischia di scoppiare negli ambienti del Movimento proprio per colpa sua e della sua candidatura. E, sempre lei, la Pavone, qualche giorno prima, attaccava il Conte bis sui ristori: «Altro che ristori, sono briciole. 2.000 euro a chi ne fattura 400.000».

Ma se nel mondo grillino le giravolte sono all’ordine del giorno, con repentini e radicali cambi di opinione su tutto, appare più imbarazzante il legame tra la Pavone e quello che in molti definiscono l’”house organ” di Conte, cioè il Fatto Quotidiano diretto da Travaglio. Lei è membro del Cda e si è subito dovuta dimettere per ragioni di opportunità, una volta accettata la candidatura a sindaco di Milano. La domanda nasce spontanea: con tanti possibili candidati, i Cinque Stelle dovevano proprio sceglierne uno in odore di conflitto d’interessi con il quotidiano che meglio li rappresenta? La Pavone è imprenditrice, manager, ma è anche nella governance di quel quotidiano. Per un Movimento come quello grillino che fin dalla sua nascita ha inveito contro gli editori impuri e le commistioni tra politica e informazione, questa è l’ennesima mossa maldestra. Anche perché il Fatto Quotidiano ha sempre rivendicato una diversità morale rispetto agli altri organi d’informazione e una autonomia dalla politica e dagli affari. Peccato, però, che altri precedenti parlino ancora più chiaro. Nel maggio 2020 Lucia Calvosa, viene nominata, sempre dal Conte bis, presidente dell’Eni, azienda da sempre considerata braccio operativo della Farnesina, attualmente in mano a Luigi Di Maio. Anche la Calvosa, accademica e donna di alto livello, faceva parte del Cda del Fatto Quotidiano. Un caso?

E, sfogliando l’album degli ultimi anni di vita politica, non si può non ricordare la discesa in campo di un giornalista del Fatto Quotidiano, Ferruccio Sansa (figlio di Adriano, sindaco di Genova negli anni Novanta) come candidato alla presidenza della Regione Liguria alle regionali del settembre di un anno fa. Perse, anche male, la sua battaglia contro il governatore uscente, Giovanni Toti, di centrodestra. Neppure in quell’occasione l’informazione mainstream battè ciglio, mentre si indignò, nel 2018, quando l’allora direttore di Panorama, Giorgio Mulè, decise di candidarsi in Forza Italia e fu eletto deputato e in tanti rispolverarono slogan contro il partito-azienda berlusconiano. Anche in quell’occasione due pesi e due misure.

Ma nel caso del Fatto Quotidiano la contraddizione tra il dire e il fare è davvero stridente. I casi Calvosa, Sansa e ora Pavone confermano le cicliche commistioni tra politica, affari e informazione, che non risparmiano davvero nessuno e che rimandano all’anomalia del sistema giornalistico italiano, da sempre condizionato dai grandi interessi, come peraltro i grillini sostenevano all’inizio della loro esperienza politica, salvo poi rimangiarsi tutto e diventare come gli altri, se non peggio.

Chi conosce la Pavone la definisce una donna in gamba e autonoma. Non è dunque una questione personale. E’ una questione di metodo e di opportunità. Se al secondo turno il sindaco uscente Giuseppe Sala, per sconfiggere il suo avversario di centrodestra, Luca Bernardo, avesse bisogno dei voti pentastellati e concedesse in cambio ai grillini l’assessorato alla digitalizzazione (e la Pavone, peraltro, sarebbe tagliata per quel ruolo) non si potrebbe a ragione dire che l’intera operazione puzza di bruciato, senza per questo essere bollati come dietrologi?

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