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Il fallimento dell'industria vaccinale in Africa

La multinazionale sudafricana Aspen Pharmacare, grazie ad aiuti economici dagli Stati Uniti, ha potuto prendere accordi con la Johnson & Johnson per produrne e venderne i vaccini anti-Covid in Africa. È stato un flop totale. I Paesi africani non comprano, quindi i vaccini per l'Africa li devono comprare clienti nel resto del mondo.

Sudafrica

L’Africa ha la percentuale più bassa di persone completamente vaccinate contro il COVID-19: circa il 16 per cento. In tutto il continente, che ha 1,4 miliardi di abitanti, sono state somministrate solo 487 milioni di dosi di vaccino sul totale di 11,6 miliardi. Per mesi si è data la colpa delle poche persone vaccinate in Africa all’egoismo dei paesi ricchi, accusati di non collaborare con il Covax, il programma creato per ricevere a titolo di dono dosi di vaccini e contributi finanziari per acquistarle, da destinarsi a paesi a reddito basso e medio basso. Alcuni governi africani, oltre a protestare per l’ingiustizia subita, hanno reagito annunciando che avrebbero creato dei centri di produzione di vaccini anti Covid-19 per mettere fine alla loro dipendenza dal resto del mondo.

Uno è stato il Sudafrica. La multinazionale sudafricana Aspen Pharmacare lo scorso novembre, grazie anche ai 770 milioni di dollari messi a disposizione dagli Stati Uniti, ha potuto prendere accordi con la Johnson & Johnson per produrne e venderne i vaccini anti Covid in Africa, con il marchio Aspenovax.  L’accordo è stato salutato come un importante passo avanti per assicurare al continente i vaccini necessari. Ma nei giorni scorsi la Aspen Pharmacare ha rivelato di non aver ancora ricevuto ordinazioni dal resto del continente e ha annunciato che quindi si vedrà costretta a sospendere la produzione. La colpa, spiega l’amministratore delegato della Aspen Stavros Nicolau, è del programma Covax che si sarebbe dovuto impegnare ad acquistare i vaccini per l’Africa dalla multinazionale sudafricana e non lo ha fatto… ed evidentemente i governi africani ad acquistare delle dosi non ci pensano proprio.

Tentando di correre ai ripari, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha già preso contatti con i governi di Kenya, Rwanda, Egitto e Ghana. “Bisogna assolutamente far sì che i vaccini usati nel nostro continente siano acquistati dalle ditte locali che li producono” ha detto in una intervista rilasciata alla Bbc. Tuttavia Stavros Nicolau replica che, da sole, le ordinazioni dei governi africani non sono sufficienti a far sì che la produzione di Aspenovax possa continuare. Bisogna che cambi l’approvvigionamento dei vaccini a livello mondiale. In altre parole, Covax e governi non africani devono comprare l’Aspenovax. “Dobbiamo essere molto determinati nel sostenere la produzione africana – afferma il direttore dell’African center for disease control and prevention John Nkengasong – la produzione locale di vaccini è un percorso indiscutibile per garantire la nostra sicurezza sanitaria. Comprare da produttori africani è una decisione politica. Non deve essere intesa come una forma di beneficenza, ma come parte delle strategie mondiali per liberarci di questa pandemia e di altre che verranno”.

Dunque la Aspen ha bisogno di clienti non africani per continuare la produzione del vaccino anti Covid-19. “Ironia della sorte – commenta il suo amministratore delegato – si continua a dipendere da paesi e organismi non Africani”.        

Da finanziamenti e tecnologie importate da altri continenti dipendono anche praticamente tutti i centri di produzione di vaccini che si stanno costruendo in Africa e che ovviamente rendono ancora più incerto il futuro di Aspenovax. Prendendo la parola durante un vertice dell’Oms svoltosi a fine giugno 2021, il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni aveva dichiarato: “Noi africani ci dobbiamo vergognare di noi stessi. Perché dobbiamo sempre dipendere dal resto del mondo per tutto? L’egoismo del mondo nei nostri confronti è una brutta cosa, ma è anche utile perché ci dà la sveglia”. Aveva quindi annunciato che il suo paese stava per iniziare a produrre un proprio vaccino anti Covid-19. Mancavano solo alcune materie prime: “non abbiate paura – aveva detto rivolgendosi ai delegati presenti – ce le compreremo da soli. Non abbiamo bisogno di donazioni”.

Ma se le donazioni arrivano, nessuno le respinge. Dalla seconda metà del 2021, sono una decina i paesi africani che hanno iniziato la costruzione di centri per la produzione di vaccini anti Covid-19 o hanno avviato colloqui con case farmaceutiche e finanziatori non africani per realizzarli. A febbraio l’Unione Europea e la Fondazione Bill & Melinda Gates hanno annunciato che nei prossimi cinque anni investiranno più di 100 milioni di euro per aiutare l’Africa a produrre vaccini e medicinali. A marzo Moderna ha confermato che intende investire 500 milioni di dollari nella realizzazione di un centro in Kenya che produrrà 500 milioni di dosi di vaccino all’anno. La tedesca BioNTech produrrà in Africa decine di milioni di dosi. Lo ha assicurato ai delegati di Ghana, Rwanda e Senegal incontrati a febbraio a Marburg.  

Se non interverrà il resto del mondo come chiedono i governi africani, c’è da domandarsi che fine faranno tutti quei vaccini, perché nel frattempo gli ostacoli alla vaccinazione di massa degli africani non sono stati presi in considerazione né tanto meno rimossi: estrema carenza di personale sanitario, scarsità di infrastrutture – strade percorribili, energia elettrica per conservare le dosi e tanto altro – l’insicurezza di estesi territori controllati da gruppi armati antigovernativi e jihadisti, non ultima la diffidenza o se non altro la poca convinzione a vaccinarsi di parte della popolazione che, non a torto, non vede nel Covid-19 una minaccia così temibile dal momento che in tutto il continente i morti registrati sono finora 254mila su un totale mondiale di 6,2 milioni. Per tutti questi motivi, da quando in Africa hanno incominciato ad arrivare i vaccini, sono circolate notizie di dosi mandate al macero – in Nigeria, Eswatini, Sudan, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Malawi… – perché scadute prima che fossero utilizzate.

Il 31 marzo il ministero della sanità del Sudafrica ha informato che stava per mandare la macero 90mila dosi di vaccino Pfizer, in scadenza quel giorno stesso. Altre 900mila dosi scadranno entro la fine di maggio e ben 10,5 milioni a fine luglio.

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