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Il clima, pretesto per battere cassa. Paga l'Occidente

Nelle settimane precedenti la Cop25, apertasi il 2 dicembre a Madrid, si sono sprecati studi e rapporti catastrofisti sul clima, tutti intesi ad accusare l'Occidente di aver portato il pianeta sull'orlo della catastrofe e ad esigere che paghi per i danni inflitti. E intanto si chiede ai paesi poveri di non fare più figli.

Manifestazione di vegani alla Cop25

In vista della Conferenza internazionale sul clima, Cop25, apertasi il 2 dicembre a Madrid, gli adepti delle ideologie antioccidentali hanno serrato i ranghi e hanno prodotto una quantità di documenti tutti intesi ad accusare l’Occidente di aver portato il pianeta sull’orlo della catastrofe ambientale, a condannarlo senza appello e ad esigere che paghi per i danni che si pretende stia infliggendo alla Terra e alla parte dell’umanità incolpevole del cambiamento climatico.  Un approccio ideologico ben lontano dalla realtà, come più volte abbiamo dimostrato.

Si rinnova la consueta alleanza di soggetti che, per il ruolo che svolgono, godono di credito e ne approfittano: membri del mondo accademico, con l’autorevolezza di chi si presume affermi solo verità scientifiche, e del mondo del cosiddetto volontariato, laico e religioso, di cui si suppone che parlino in virtù delle esperienze maturate sul campo, mossi all’azione da motivazioni morali. Sia gli uni che gli altri rifiutano anche solo di prendere in considerazione la possibilità che il riscaldamento globale di origine antropica sia una congettura non dimostrata scientificamente.

Ed ecco alcuni degli ultimi esempi. Sul versante accademico, ecco dunque un articolo pubblicato il 5 novembre dalla rivista Bioscience: si intitola “L’allarme degli scienziati mondiali sull’emergenza climatica”, è firmato da cinque accademici che si dicono portavoce di molti colleghi. “Gli scienziati – esordisce l’articolo – hanno l’obbligo morale di avvertire con chiarezza l’umanità di qualsiasi minaccia catastrofica e di ‘dire come stanno le cose’. In virtù di questo obbligo morale e degli indicatori riportati più avanti, noi affermiamo, insieme a oltre 11.000 scienziati da tutto il mondo, che il pianeta Terra si trova sicuramente e inequivocabilmente di fronte a una emergenza climatica”.

Qualche grafico, qualche riferimento all’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, e si passa subito alle conclusioni “scientifiche” degli autori. La crisi climatica, secondo loro, deriva indiscutibilmente da un aumento della temperatura della Terra che a sua volta è causato dai consumi eccessivi imputabili agli stili di vita dei ricchi. I paesi ricchi sono i principali responsabili delle emissioni di gas serra perché vi si concentrano fattori antropici come la produzione di carne, il prodotto interno lordo, il consumo di combustibili fossili, i voli aerei, solo per fare qualche esempio.

Siccome la crescita economica e quella demografica, prosegue l’articolo, sono tra le principali cause dell’aumento delle emissioni di CO2, occorrono decisi e drastici cambiamenti nelle politiche economiche e demografiche, tanto più urgenti e necessari perché il tasso di denatalità tende a diminuire, l’umanità continua purtroppo ad aumentare di circa 80 milioni all’anno, più di 200.000 persone al giorno, e bisogna porvi rimedio prima che sia troppo tardi. La popolazione del pianeta, concludono gli autori dell’articolo, “si deve stabilizzare e, idealmente, deve diminuire gradualmente”. Bisogna ridurre i tassi di fertilità mettendo a disposizione di tutti efficaci servizi di pianificazione famigliare e abbattendo le barriere che rallentano il conseguimento della parità di genere in particolare dando a tutte le ragazze e le giovani donne la possibilità di studiare.

Oxfam, invece, organizzazione non governativa espressione del volontariato internazionale, ha optato per un rapporto sui danni del global warming soprattutto in Africa: milioni di sfollati, fame, enormi perdite economiche. Secondo l’ong, oltre 52 milioni di persone in 18 paesi africani devono far fronte a gravi crisi alimentari a causa di eventi atmosferici estremi: siccità prolungate, come in Zimbabwe e Zambia, alluvioni provocate da piogge intensissime, come in Kenya e nel Sudan del Sud. In Africa, sostiene Oxfam, nel solo 2019 il clima avverso ha prodotto 2,6 milioni di profughi. Le situazioni più gravi si sono verificate in Etiopia, Somalia, Sudan e Sudan del Sud. Quei paesi inoltre nell’ultimo decennio hanno patito ogni anno in media perdite economiche per 700 milioni di dollari a causa del cambiamento climatico, senza contare il costo delle ultime crisi.

“Gli scienziati hanno dimostrato – si legge nel rapporto – che il cambiamento climatico aumenta la frequenza e la gravità dei fenomeni meteorologici”. L’assurda ingiustizia è che l’Africa contribuisce solo per meno del 5% alle emissioni complessive di CO2 e invece è il continente più duramente colpito dalla crisi climatica. Lo scandalo – per Oxfam – è che ci sono stati pochissimi progressi nella raccolta di fondi destinati a rimediare alle perdite e ai danni dovuti al riscaldamento globale.

Una volta tanto Oxfam ha rivolto un appello non ai governi dei paesi industrializzati bensì ai ministri africani che di lì a poco si sarebbero ritrovati a Durban, in Sudafrica, per partecipare dall’11 al 15 novembre alla 17esima Conferenza ministeriale africana sull’ambiente, intitolata quest’anno “Agire per la sostenibilità ambientale e per la prosperità dell’Africa”. Ai governi africani si è rivolto, ma solo per esortarli a insistere affinché i paesi industrializzati riducano le emissioni di CO2 per limitare il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e onorino l’impegno a destinare, a partire dal 2020, 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare l’adattamento al cambiamento climatico e la riduzione delle emissioni di gas serra dei paesi in via di sviluppo.

E i paesi ricchi non possono esimersi dal farlo perché è colpa loro se il clima cambia infliggendo nuove sofferenze a popolazioni già provate da fame e conflitti.