• INTERVISTA AL PATRIARCA

«I Paesi arabi accolgano i profughi del Medio Oriente»

«Esistono Paesi arabi - a maggioranza musulmana - che dispongono di miliardi e di vasti territori disabitati» e che potrebbero ospitare per il tempo necessario i profughi mediorientali. «Questa soluzione sarebbe preferibile per i profughi di fede islamica che si troverebbero più a loro agio per una questione di affinità religiosa, culturale e linguistica». La Nuova BQ intervista Ignace Youssif III Younan, patriarca di Antiochia dei Siri.

Nella terra di Gesù la vita per i cristiani non è facile, alle prese con discriminazioni, esodi e massacri. Rispetto al periodo precedente allo scoppio delle cosiddette “Primavere arabe”, la presenza cristiana nel Medio Oriente si è ridotta di 200.000 unità. Queste comunità, però, continuano a costituire un importante fattore di stabilità per i Paesi indeboliti dalle rivolte scoppiate ormai un decennio fa.

Due settimane fa papa Francesco ha ricevuto in udienza i patriarchi mediorientali e ha voluto far sentire la vicinanza sua e di tutta la Chiesa universale per la sofferenza di questi nostri confratelli. Sulla situazione mediorientale in generale e sulle sue conseguenze anche in Europa, la Nuova Bussola ha intervistato il patriarca di Antiochia dei Siri, Ignace Youssif III Younan.

L’accoglienza dei profughi causati dai conflitti in Medio Oriente non è un affare che dovrebbe riguardare solo l’Europa. Lei ha un’idea precisa su questo punto: ce la può spiegare?
Dal momento che esistono Paesi arabi - a maggioranza musulmana - che dispongono di miliardi e di vasti territori disabitati, perché non sistemare lì i profughi del Medio Oriente dando loro una sistemazione momentanea in attesa di arrivare a una soluzione politica per poterli far tornare a casa? Questi Paesi hanno lo spazio, il denaro e le risorse necessarie per farlo. Inoltre, questa soluzione sarebbe preferibile per i profughi di fede islamica che si troverebbero più a loro agio per una questione di affinità religiosa, culturale e linguistica. Ma purtroppo, oggigiorno, vige il politicamente corretto anche fra i leader religiosi e questa è una verità che molti non hanno il coraggio di pronunciare.

Crede che i leader islamici locali facciano abbastanza per fermare la violenza degli integralisti e quindi l’esodo delle popolazioni dal Medio Oriente?
Fanno poco, perché anche loro hanno paura del radicalismo islamico. Perciò non si preoccupano di trovare una soluzione. Ma i primi a disinteressarsene sono soprattutto le potenze che hanno influenza sulla scena internazionale: specialmente gli Stati Uniti e l’Unione Europea che, se solo volessero, potrebbero trovare una soluzione.

Si aspetta che al vertice dei vescovi sul Mediterraneo - che si apre oggi a Bari - ci si soffermerà anche sui modi per facilitare i ritorni a casa delle famiglie rifugiate in Europa?
La facilitazione dei ritorni in patria dipende dalla politica dei Paesi che hanno influenza sulla scena internazionale. Si deve dire ai rifugiati: “Avete già la possibilità di tornare, vi garantiamo di poterlo fare in sicurezza; invece di rimanere nei Paesi dell’esodo, noi vi aiuteremo nella vostra terra natale”. Ma questo dipende da una volontà politica, e noi come Chiesa possiamo solo limitarci a dare aiuti umanitari. Ma, ripeto, la politica dei rientri dipende dalla linea che scelgono di adottare quelli che istigano alla violenza nella nostra regione, e penso soprattutto in Siria e in Iraq.

Voi cristiani mediorientali vi sentite abbandonati dall’Occidente?
Certo. Da anni vediamo l’esodo della nostra gente, causato da persecuzioni, oppressioni e dal caos creato proprio dagli occidentali. Di questa situazione non se ne parla e, se lo si fa, è solamente per fare promesse vuote. Noi non abbiamo bisogno di aiuti finanziari, vogliamo rimanere nella terra nostra e dei nostri antenati. Noi non siamo stati importati da fuori, abbiamo diritto a rimanere nei nostri Paesi. Però, purtroppo, questo non è nell’agenda delle grandi potenze che stanno dando prova di un opportunismo machiavellico. Per questo, direi che non siamo stati solo abbandonati, ma siamo stati traditi a causa di questo opportunismo.

Non c’è una contraddizione evidente in quel sistema di pensiero maggioritario in Occidente che, se da un lato insiste “a casa propria” sul tema della separazione tra Stato e Chiesa, dall’altro sembra tollerare “a casa d’altri” società in cui vige la Shari’a?
Esatto. Guardiamo a quanto avviene in Africa dove il radicalismo islamico fa stragi e nessuno ne parla, come se ad armare quelle mani assassine fossero soltanto le differenze etniche o linguistiche. No! Gruppi come al-Qaeda o Boko Haram uccidono per radicalismo islamico! Ma l’opportunismo dei politici occidentali fa sì che non se ne parli.

In Italia è stato creato un Intergruppo parlamentare per i cristiani perseguitati. L’obiettivo prefissato è quello di pretendere che il rispetto della libertà religiosa sia la conditio sine qua non per la stipula di trattati tra l’Italia e i Paesi stranieri. Lo ritiene un buon approccio alla questione?
Speriamo che possano farlo. Fino ad oggi non ha funzionato così: gli Stati europei hanno firmato trattati con Paesi in cui non vige alcun riconoscimento della libertà religiosa e che si caratterizzano per essere tra i più integralisti del mondo. Però prevalgono gli scopi opportunistici, perché questi Paesi sono anche ricchi di petrolio. Speriamo che nei parlamenti europei, specialmente in Italia, si possa arrivare a quest’esito: vincolare la firma di accordi bilaterali con il riconoscimento di una libertà non vaga, ma religiosa e civile.