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l'indagine istat

I giovani desiderano la famiglia, ma l'anti-natalismo spegne il sogno

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L'indagine Istat sui giovanissimi di 11-19 anni dimostra che il cuore dell'uomo è proiettato naturalmente verso la famiglia e il matrimonio prima dei 30 anni, ma il sogno si guasta con l'età adulta. Incidono le politiche economiche, ma soprattutto la cultura antinatalista che altera il loro desiderio. 

Editoriali 22_05_2024

Il cuore dei giovani desidera ancora mettere su famiglia, ma il bombardamento ideologico in cui vivono spegne quel desiderio fino a farlo rattrappire e a consegnarci così la desolante fotografia della glaciazione demografica.

É questa la lettura che si può dare dell’indagine condotta dall’Istat su un campione di giovani e giovanissimi italiani, dagli 11 ai 19 anni. Indagine bambini e ragazzi 2023, questo il nome dato alla statistica, che ha fatto emergere un dato interessante: il 74,5% dei giovanissimi pensa che da grande vivrà in coppia a prescindere da un eventuale matrimonio, ma l’istituto delle nozze tiene in maniera solida il primato, dato che è desiderato dal 72,5% degli intervistati. Il 76,9% vorrebbe sposarsi entro i 30 anni, mentre il 69,4% desidera avere figli, il 71,6% vorrebbe il primo figlio entro i 30 anni e tra questi, in particolare le ragazze, vorrebbero tre o più figli, il 20,8% di loro.

Questi dati, che confermano quelli delle precedenti indagini, fa dire a Istat che «nel Paese il desiderio di maternità è pressoché stabile nel tempo. Le risposte fornite dalle nuove generazioni rappresentano quindi la conferma che una ripresa della natalità nel nostro Paese è possibile a patto naturalmente che i desideri espressi possano tradursi in realtà».

«Questi sono numeri che vanno in controtendenza rispetto al racconto della società odierna – ha commentato il presidente del Forumfamiglie Adriano Bordignon -. Crediamo che siano proprio questi desideri, così intimi e genuini, che devono però trovare ascolto tra le Istituzioni. Per non tradire le aspettative e supportare questo desiderio di famiglia dei più giovani occorrono anche misure economiche, fiscali e lavorative mirate».

Effettivamente, la domanda che sorge spontanea è la seguente: com’è possibile che a fronte di un desiderio di partenza così promettente, poi gli indicatori della realtà mostrino che il desiderio non si traduce in atti concreti e nella sperata inversione demografica di cui il Paese ha così tanto bisogno?

Bisognerebbe affrontare questa domanda per cominciare ad analizzare le cause vere della denatalità. Com’è che a fronte di un desiderio così genuino, poi quegli stessi giovani, una volta cresciuti, spengano questo desiderio fino al punto da non arrivare non solo ad avere figli, ma anche a sposarsi?

C’è in questo interrogativo, tutto il problema della mentalità antinatalista che si è imposta nella società e che in Italia è ormai endemica fino a raggiungere la cifra di 1,2 figli per donna registrata nel 2023.

Proviamo a dare una risposta: sicuramente il fattore economico incide, ma non è il solo. Se i giovani non riescono ad esaudire il loro desiderio di metter su famiglia e una volta diventati 20enni e poi 30enni non realizzano quel sogno è certamente perché non trovano alcuna convenienza nello sposarsi e avere almeno due figli. Basterebbero delle politiche famigliari più robuste per destare in loro il desiderio? Probabilmente si arriverebbe, come abbiamo visto per il caso della Francia, al raggiungimento della tanto sperata soglia di 2 figli per donna, ma solo dopo molti anni di politiche e investimenti economici strutturali. Ma non basterebbe comunque.

La verità è che quegli stessi giovanissimi che oggi desiderano una famiglia, e lo fanno pur in un contesto difficile come quello odierno – quanti, ad esempio, tra gli intervistati, sono i figli di genitori separati che coltivano questo desiderio pur avendo in casa sottomano il fallimento della scelta famigliare? - nel crescere vengono letteralmente bombardati da una ideologia penetrante che li plasma fino a spengere in loro il desiderio e la volontà di mettersi in gioco anche al di là della scarsità di risorse di sostegno statali.

La promozione dell’aborto e della contraccezione in tutte le salse fin dalla scuola, la naturalizzazione del divorzio, la normalizzazione delle convivenze, per loro natura fragili e non strutturali, erodono il desiderio, lo plasmano fino a trasformarlo in rassegnazione e contribuiscono a spegnere quell’aspettativa genuina iniziale per finire poi nelle secche di in un comodo ripiegamento su uno stato di necessità che nasconde in realtà la trasformazione in senso edonistico e nichilistico di quegli stessi giovani.

Lo dimostra il fatto che, nelle sottocategorie dell’indagine, si avverte già uno scostamento rilevante di desiderio, con percentuali più basse, già nel passaggio dalla fascia 11-13 a quella 14-19: questi ultimi, infatti, cominciano a modificare lentamente il loro desiderio, segno che l’indottrinamento e il contesto anti-famigliare incidono e non poco nella modifica di queste aspettative.

Se c’è un insegnamento che deriva da questa preziosa indagine è che il bambino, non appena si affaccia al mondo, ha nel cuore in desiderio innato di famiglia, di paternità e maternità, di progettualità di vita. Solo che il combinato disposto di politiche insufficienti di sostegno, inserite in un contesto totalmente nemico della famiglia, ha poi il sopravvento quando lo sviluppo dei giovani termina e si affacciano all’età adulta.

Basterebbe forse non spegnere quel desiderio, assecondarlo e indirizzarlo. Basterebbe, ma è una sfida titanica, che presuppone un cambio di mentalità culturale e antropologico nel Paese e nelle sue istituzioni.



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