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via d'uscita dall’impasse

I dubia spiegati a chi avesse ancora dubia

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Il Magistero stesso afferma la liceità del metodo adottato dai cinque cardinali, come qualsiasi scolaro che pone domande alla maestra. E anche se il Papa non dovesse rispondere, non è tempo perso, anzi, è un'occasione per ribadire la Verità al popolo di Dio.

Ecclesia 11_10_2023

Che cosa sono i dubia
I dubia sono delle domande che qualsiasi fedele può rivolgere al Santo Padre, analogamente a quanto uno scolaro può fare con la maestra. La Maestra è la Chiesa, e lo scolaro è un qualsiasi fedele.
Il Catechismo, infatti, ci insegna che “La Legge di Dio, affidata alla Chiesa, è insegnata ai fedeli come cammino di vita e di verità. I fedeli hanno, quindi, il diritto [CIC, can. 213.] di essere istruiti intorno ai precetti divini salvifici, i quali purificano il giudizio e, mediante la grazia, guariscono la ragione umana ferita. Hanno il dovere di osservare le costituzioni e i decreti emanati dalla legittima autorità della Chiesa. Anche se sono disciplinari, tali deliberazioni richiedono la docilità nella carità” (1).

Il Magistero ordinario è infallibile globalmente preso, ma può contenere errori in pronunciamenti particolari
Mentre l’ispirazione del testo biblico è tale che l’agiografo gode di una tale assistenza per cui egli certamente scrive, come vero autore, senza alcun errore, tutto e solo quello che Dio muove a scrivere, questo tipo di aiuto divino non si estende in modo così perfetto al Magistero.
Infatti, i pronunciamenti magisteriali possono in qualche modo, e in base al tenore con cui sono pronunciati, essere redatti in modo più o meno perfetto e talvolta possono contenere o favorire l’eresia o altre forme di errore.
Neppure le definizioni infallibili, che certamente non contengono errori e richiedono necessariamente da parte del fedele l’assenso interno della fede, godono dell’assistenza propria dell’ispirazione biblica.
Nella storia della Chiesa si sono verificati rari casi in cui i Pontefici si sono pronunciati in modo erroneo. Il caso più eclatante è stato quello di Onorio I (585-638), che favorì l’eresia monotelita asserendo che in Gesù Cristo ci sarebbe una sola volontà (2): per questo fu condannato da quattro Concilî (3), dopo la sua morte, senza che nessuno mettesse in dubbio che fosse vero Papa o che fosse decaduto dal Pontificato, o ipotizzasse la sede vacante dopo l’affermazione contraria alla vera fede.

Il Magistero ordinario del Papa e dei Vescovi uniti a lui è la norma prossima della fede
Immaginiamo una libreria con dieci scaffali, su cui ogni credente e ogni teologo va a prendere gli argomenti per credere e per argomentare: Melchior Cano (4) ha chiamato questi scaffali “luoghi teologici”: sette luoghi teologici propri – Scrittura, Tradizione, Magistero della Chiesa, Concili, decisioni dei Papi, SS. Padri, Teologi– , e tre impropri e annessi – la ragione umana, la filosofia e la storia (5).
Ebbene, il Papa ha l’ultimissima parola su tutti questi luoghi; è lui stesso che interpreta il suo Magistero e quello dei suoi predecessori, che convalida le opinioni dei Padri, che interpreta la S. Scrittura, che dice se un sistema filosofico può svolgere una funzione ancillare nei confronti della fede etc. Ovviamente la sua è una funzione di interpretazione, di esplicitazione e di trasmissione, non di creazione del deposito rivelato.
Questa funzione è un servizio indispensabile perché altrimenti ci troveremmo davanti non a una rivelazione certa, ma a una interpretazione o a un cerchio gnostico di interpretazioni che rimandano ad altre interpretazioni. Contro questo pericolo, ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II: «L'interpretazione di questa Parola [e, aggiungo io, analogamente, di una testimonianza autentica della Tradizione, la quale, insieme alla Parola, costituisce la Rivelazione] non può rimandarci soltanto da interpretazione a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi» (6).

È necessario un primum movens ingiudicabile nella trasmissione della Rivelazione
Possiamo applicare alla catena della trasmissione della Rivelazione il principio comune alle cinque vie di San Tommaso d’Aquino, cioè delle sue dimostrazioni dell’esistenza di Dio: si deve risalire a un primo principio, che è Dio, perché non si può andare all’infinito – Hic autem non est procedere in infinitum (7) – nella serie di moti, di causa-effetto-fine, e nell’ordine delle perfezioni.
Cerco di semplificare: un treno che parte dall’infinito non arriverà mai; se parte da molto lontano, ci metterà molto tempo, ma prima o poi arriva. Noi ci siamo e siamo arrivati, quindi è necessario che ci sia un punto di partenza: e questo è ciò che gli uomini chiamano Dio.
Analogamente, per una fede certa e convinta (8), ci vuole anche il punto di partenza certo e sicuro della proposizione a credere: questo principio è Dio che si rivela, non senza la mediazione del Romano Pontefice.
Non si può procedere all’infinito, in un loop testo-obiezione privata: «…è cosa impossibile valicare l'infinito. Se dunque la ricerca del consiglio fosse infinita, nessuno inizierebbe mai una deliberazione, contro ogni evidenza» (9).

E se ci troviamo di fronte a quei pochi casi in cui è per noi evidente che il Papa sbaglia?
A questo punto sorgono le difficoltà e possibili obiezioni. Siccome il Papa non è sempre infallibile, e non tutto quello che dice richiede il grado massimo dell’assenso (assenso interno di fede), non potrò forse mettere in dubbio o contestare il Papa quando sbaglia, oppure quando non definisce o non si esprime in forme particolarmente solenni nel suo magistero ordinario?
Di fronte a questo problema, ci sono due soluzioni entrambe sbagliate: attribuire al Papa infallibilità in tutte le Sue affermazioni (un’intervista sull’aereo avrebbe lo stesso valore di una definizione dogmatica e un’esortazione post-sinodale varrebbe come una dottrina da tenersi in modo definitivo), oppure nell’attribuire al Papa un’infallibilità estremamente limitata - e quindi prestare l’assenso solo alle definizioni ex cathedra: in questo caso, ci troveremmo, nell’ultimo secolo, a dover credere incondizionatamente solo all’Assunzione in Cielo della Madonna (recentemente alcuni teologi hanno messo in dubbio persino l’infallibilità delle canonizzazioni).
Quest’ultima ultima posizione trova alleati per diametrum, da un lato, teologi progressisti ed episcopati che, ad esempio, hanno accolto e valutato Humane vitae contestandola come un incidente di percorso non infallibile, e, dall’altro, pseudo-tradizionalisti, frammentati in varie forme di contestazione: un ventaglio che abbraccia sedevacantisti (vari gruppi), resistenti (10), FSSPX, Mons. Viganò, altri gruppi minori. Sono tutti concordi nel dire che il Papa (vero o presunto) sbaglia, ma pure sono un contro l’altro armati, per decidere quanto e come si può accettare o rifiutare Papa e Magistero. La tragicità di questa frantumazione mostra la debolezza delle premesse: di fatto, se non sono sedevacantisti, sono magistero-vacantisti, cioè scelgono che cosa va bene o no del Magistero, subordinandolo alla loro analisi, a cui attribuiscono un valore maggiore di quello del Magistero stesso.
Si vede chiaramente l’errore comune delle due posizioni solo apparentemente contrapposte: rifiutare il primato e l’ingiudicabilità definitiva del punto di partenza.

I dubia: via di uscita dall’impasse
Come uscire dalle due false soluzioni? Appurato che non è contro la fede ritenere che un Papa non è sempre infallibile, come collocarsi, rimanendo cattolici, di fronte a un Papa di cui si potrebbe avere la certezza morale che sbaglia (ammesso e non concesso che sbagli realmente)?
Premettendo la valutazione qualitativa del valore di una certa affermazione (se si tratta di verità definite o proposte a credere in modo definitivo ogni difetto di assenso è illecito), una via d’uscita potrebbe essere costituita dal metodo dei dubia, cioè porre al Papa una domanda analoga a quella di uno scolaro (Chiesa discente) alla propria insegnante (Chiesa docente): “Signora Maestra, non ho capito; mi sembra che Lei stamattina abbia spiegato diversamente da quello che Lei stessa ci ha detto ieri e che hanno dettole maestre degli anni scorsi. Mi può spiegare come non c’è contraddizione?”
Questo atteggiamento interlocutorio non si pone né al posto, né al di sopra del primum movens della trasmissione della rivelazione. Ci si pone come figli che attendono una risposta dal Padre. E, se il Padre non risponde, è responsabilità e inadempienza del Padre, non disobbedienza dei figli.

Il Magistero stesso afferma la liceità del metodo dei dubia
Il Magistero stesso afferma la liceità di questo criterio: riporto uno stralcio della Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede Donum veritatis sulla vocazione ecclesiale del teologo, del 24 maggio 1990, §§ 24 e 29-30 (grassetto e corsivo redazionale):
«Il Magistero, allo scopo di servire nel miglior modo possibile il Popolo di Dio, e in particolare per metterlo in guardia nei confronti di opinioni pericolose che possono portare all'errore, può intervenire su questioni dibattute nelle quali sono implicati, insieme ai principi fermi, elementi congetturali e contingenti. E spesso è solo a distanza di un certo tempo che diviene possibile operare una distinzione fra ciò che è necessario e ciò che è contingente. La volontà di ossequio leale a questo insegnamento del Magistero in materia per sé non irreformabile deve essere la regola. Può tuttavia accadere che il teologo si ponga degli interrogativi concernenti, a seconda dei casi, l'opportunità, la forma o anche il contenuto di un intervento. II che lo spingerà innanzitutto a verificare accuratamente quale è l'autorevolezza di questi interventi, così come essa risulta dalla natura dei documenti, dall'insistenza nel riproporre una dottrina e dal modo stesso di esprimersi […]. In ogni caso non potrà mai venir meno un atteggiamento di fondo di disponibilità ad accogliere lealmente l'insegnamento del Magistero, come si conviene ad ogni credente nel nome dell'obbedienza della fede. Il teologo si sforzerà pertanto di comprendere questo insegnamento nel suo contenuto, nelle sue ragioni e nei suoi motivi. A ciò egli consacrerà una riflessione approfondita e paziente, pronto a rivedere le sue proprie opinioni ed a esaminare le obiezioni che gli fossero fatte dai suoi colleghi. Se, malgrado un leale sforzo, le difficoltà persistono, è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall'insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l'insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato».

E se il Papa non risponde oppure fa rispondere in modo tale da non chiarire i dubbi piamente e devotamente presentati?
A quanto ho scritto finora, si potrebbe obiettare che i dubia, qualora il Papa non risponda, o risponda in modo improprio, “non servono a niente”.
Nonostante questa apparente misera fine, i dubia hanno una utilità straordinaria.
Innanzi tutto, essi lasciano nella pace la nostra coscienza, perché una domanda sincera che attende filialmente una risposta non è mai un peccato contro la fede: proprio perché essa non pretende di sovrastare l’autorità, ma ne rimane sempre al di sotto, pronta a ritornare sui propri passi, in base al grado della eventuale risposta.
Chi presenta un dubium, può sempre sospendere l’assenso alle affermazioni che non lo convincono, in attesa di risposta certa, perché è un principio del diritto e della morale: “Nessuno è tenuto a ciò che è incerto”.
Chi presenta un dubium può obbedire all’esortazione dell’Apostolo, quando dice “annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento” (2 Tim 4,2). In altre parole, possiamo e dobbiamo lavorare sodo per ribadire al popolo di Dio verità che vengono nascoste e aiutarlo a cogliere pericolosi errori.

In conclusione, i dubia non sono tempo perso, anche se non ci danno la vittoria immediata; sono invece utilissimi, perché permettono il buon combattimento, da veri cattolici, fino alla vittoria, la quale potrà essere anche molto lontana, ma è certissima.
Si tratta di una buona battaglia condotta senza sotterfugi, con pietà e sincerità: la Sapienza «condusse per diritti sentieri il giusto in fuga dall’ira del fratello, gli mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza delle cose sante; gli diede successo nelle sue fatiche e moltiplicò i frutti del suo lavoro» (Sap 10,10).
 

(1) Catechismo della Chiesa Cattolica, § 2037
(2) La fede della Chiesa Cattolica, p. 249.
(3) Onorio I ricevette quattro condanne: la prima da parte del Concilio Costantinopolitano III (680-681), la seconda da Papa Leone II (683), la terza dal Concilio di Nicea II (787), la quarta dal Concilio Costantinopolitano IV (869-870).
(4) Melchor Cano O.P. (Tarancón, 1509 – Madridejos, 30 settembre 1560), è stato un grande teologo: la sua opera più importante è De Locis Theologicis (Salamanca, edita postuma nel 1562), in cui stabilì le dieci fonti (luoghi o loci) da cui partire per una dimostrazione teologica.
(5) «Primus igitur locus est auctoritas Sacrae Scripturae, quae libris canonicis continetur. Secundus est auctoritas traditionum Christi et apostolorum, quas, quoniam scriptae non sunt, sed de aure in aurem ad nos pervenerunt, vivae vocis oracula rectissime dixeris. Tertius est auctoritas Ecclesiae Catholicae. Quartus auctoritas Conciliorum, praesertim generalium, in quibus Ecclesiae Catholicae auctoritas residet. Quintus auctoritas Ecclesiae Romanae, quae divino privilegio et est et vocatur Apostólica. Sextus est auctoritas sanctorum veterum. Septimus est auctoritas theologorum scholasticorum, quibus adiungamus etiam juris pontificii peritos. Nam juris huius doctrina, quasi ex altera parte, scholasticae theologiae respondet. Octavus ratio naturalis est, quae per omnes scientias naturali lumine inventas latissime patet. Nonus est auctoritas philosophorum, qui naturam ducem sequuntur, in quibus sine dubio sunt Caesarei jurisconsulti, qui veram et ipsi, ut jureconsultus ait, philosophiam profitentur. Postremus denique est humanae auctoritas historiae, sive per auctores fide dignos scriptae, sive de gente in gentem traditae, non superstitiose atque aniliter, sed gravi constantique ratione»  De locis theologicis, I, 3).
(6) Lett. Enc. Fides et Ratio, 14-9-18984, § 84.
(7) S. Th. Iª q. 2 a. 3 co.
(8) Cf. l’Atto di fede: «Mio Dio, poiché sei verità infallibile io credo fermamente quanto tu hai rivelato e la Chiesa ci propone a credere…»
(9) S. Tommaso d’Aquino, S. Th. Iª-IIae q. 14 a. 6 s. c., applicato al nostro caso analogicamente: “…infinitum impossibile est transire. Si igitur inquisitio consilii sit infinita, nullus consiliari inciperet. Quod patet esse falsum”.
(10) Gruppo che in qualche modo si rifà a S.E. Rev.ma Mons. Richard Williamson, vescovo consacrato da Mons. Lefebvre, ma poi espulso dalla FSSPX.



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