• ORA DI DOTTRINA / 30 - IL SUPPLEMENTO

Gesù nei Vangeli, è come aver avuto un registratore

Come ha dimostrato Richard Bauckhami, i Vangeli riferiscono fedelmente la tradizione su Gesù appresa mnemonicamente con diligenza e trasmessa con cura da quanti erano stati scelti dal Maestro.

Richard Bauckham

C’è un mantra ripetuto dall’approccio storico-critico ai Vangeli, e cioè che questi ultimi non devono essere intesi come biografie, ma come il frutto della predicazione delle prime comunità cristiane. La preoccupazione principale della Chiesa primitiva non era tanto quella di trasmettere i fatti e i detti di Gesù, quanto piuttosto di offrire una sorta di rilettura della sua vita in chiave teologica e morale. La “tradizione su Gesù” risentirebbe così di un adattamento parenetico e kerygmatico, che renderebbe vana la speranza di ritrovare nei Vangeli l’effettiva vita e gli autentici insegnamenti del Signore. I Vangeli ci consegnerebbero, invece, quello che la comunità cristiana credeva di Gesù, e non – diciamo così – Gesù. Un altro modo per distanziare il Cristo della fede dal Cristo della storia.

Si è già visto come il paziente lavoro di Birger Gerhardsson (1926-2013), che eredita e sviluppa quello del suo maestro, Harald Riesenfeld (1913-2008), abbia mosso una critica decisiva a questa posizione. Il Sitz im Leben dei Vangeli non è il contesto della predicazione e della catechesi, bensì la volontà di custodire e trasmettere quella che il professor Richard Bauckham (vedi qui e qui) denomina la “Jesus tradition”. Si tratta di una tradizione “isolata”, nata cioè con il preciso scopo di preservare le tradizioni su Gesù il più fedelmente possibile, distinguendole in questo modo sia dalle tradizioni di Israele – condizione essenziale per la nascita del Cristianesimo, affrancato dal Giudaismo - sia dalla successiva predicazione apostolica.

Le tecniche mnemoniche in uso nelle scuole rabbiniche, l’importanza dell’apprendimento a memoria nel mondo giudaico – come in generale nel mondo antico -, sono un riferimento fondamentale per capire come siano nati i Vangeli e come questi scritti trasmettano effettivamente le parole e le azioni del Rabbi galileo.

Nel precedente approfondimento di apologetica, avevamo anche considerato la cura con cui san Paolo, nelle proprie lettere, distinguesse gli insegnamenti del Signore dalle proprie aggiunte, mostrando così che le istruzioni e le esortazioni parenetiche dell’Apostolo venivano mantenute distinte dalla tradizione vera e propria di Gesù. Nessun assorbimento della Jesus tradition nella predicazione apostolica, ma anzi l’attenzione di apprendere, contraddistinguere e comunicare quanto proveniva dal Maestro, mediante l’apprendimento e l’insegnamento mnemonico, dalle considerazioni, pur altamente autorevoli, degli Apostoli. Bauckham fa altresì notare che l’estrema rarità delle citazioni esplicite dei detti e delle gesta di Gesù negli altri scritti neotestamentari sono un’interessante spia del fatto che la predicazione fosse un’attività consapevolmente distinta dalla trasmissione della tradizione di Gesù.

I Vangeli sono dunque il frutto di questa tradizione “isolata” da altri generi di predicazioni, attestati nel Nuovo Testamento, perché «solo essi, nella produzione letteraria del primo Cristianesimo, trasmettono la tradizione su Gesù e trasmettono esclusivamente le tradizioni su Gesù [...]. I discepoli non integrano l’insegnamento di Gesù con contributi – aggiunte o interpretazioni – a titolo personale» (Jesus and the Eyewitnesses, p. 278). Questo non significa che gli evangelisti non ci mettano del proprio: l’organizzazione e selezione del materiale, la precisazione di termini, luoghi, circostanze, etc., dipendono chiaramente dall’autore di ogni singolo Vangelo. Quello che Bauckham vuole qui sottolineare è che i Vangeli riferiscono fedelmente la tradizione su Gesù appresa mnemonicamente con diligenza e trasmessa con cura da quanti erano stati scelti dal Maestro.

Questa tradizione si forma quando Gesù è ancora in vita, anzi, per sua precisa volontà; gli stessi Sinottici (cf. Mt 9, 36-10,15; Mc 6, 7-13; Lc 9, 1-6; 10, 1-16) non mancano di enfatizzare che Gesù stesso inviò i suoi ad annunciare quanto avevano visto e udito da Lui, di modo che chi ascoltava loro, avrebbe ascoltato il Maestro stesso. «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10, 16); «Chi accoglie voi, accoglie me» (Mt 10, 40): sono espressioni che indicano non solo la comunione tra Cristo e i suoi apostoli, ma anche l’identità dell’insegnamento. E questo, nel contesto della trasmissione orale dell’epoca, significa che i discepoli avevano adeguatamente appreso l’insegnamento del maestro, grazie alla ripetuta memorizzazione.

La maggiore obiezione che viene mossa all’affermazione dei Vangeli come scrittura di una tradizione mnemonica, riguarda la variabilità di queste tradizioni che si riscontra in essi. Bauckham mostra che alcune plausibili ragioni di queste variazioni dissolvono l’obiezione. Anzitutto, Gesù stesso può aver utilizzato modi diversi di presentare un medesimo insegnamento, in situazioni temporalmente, geograficamente e contestualmente differenti. Il fatto che i Vangeli riportino i suoi detti una sola volta non comporta affatto che il Maestro li abbia effettivamente pronunciati una sola volta. Una seconda (ma non secondaria) ragione sta nel fatto delle traduzioni dall’aramaico/ebraico al greco. Un testo che poteva essere identico nella trasmissione in lingua semitica, sia orale che scritta, ha conosciuto delle ovvie variazioni nella traduzione.

Le differenze nelle parti narrative possono essere spiegate con la normale variabilità che si riscontra abitualmente quando più soggetti riferiscono di un medesimo evento: dettagli notati o meno, enfasi su alcuni aspetti piuttosto che su altri, diversità del destinatario della narrazione, e così via. Per tornare alla trasmissione dei detti di Gesù, possono esserci state anche delle alterazioni o aggiunte volutamente perseguite dall’evangelista per meglio spiegare ed adattare un insegnamento, senza tuttavia alternarne il senso. Infine, altre modifiche sono dovute all’opera redazionale che ogni evangelista ha compiuto per realizzare il proprio scritto.

L’importanza della tradizione orale non esclude la possibilità di testi scritti: «nelle culture prevalentemente orali dell’antichità, incluso il primo movimento cristiano, scrittura e oralità non erano alternative, ma complementari. Gli scritti esistevano per lo più per integrare e sostenere le forme orali di apprendimento e insegnamento». (pp. 287-8). Esempi di questa complementarietà tra scrittura e oralità nella tradizione rabbinica della Mishnah è stata documentata dal professore emerito di Jewish Studies and Comparative Religion all’Università di Washington, Martin S. Jaffee (1948). È dunque probabile l’esistenza di questi scritti a sostegno e rafforzamento della memorizzazione della tradizione orale su Gesù.

I Vangeli provengono dalla tradizione orale-scritta e nascono per continuarla e preservarla, come «mezzi per garantire la fedele preservazione della tradizione su Gesù» (p. 289).

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