• ORA DI DOTTRINA / 29 - IL SUPPLEMENTO

Il Vangelo è davvero parola di Gesù

La scuola "critica" dapprima posticipa la stesura dei Vangeli, poi in forza di questo sostiene che non sia possibile riconoscere le vere parole e i vari fatti della vita di Gesù. Ipotesi che viene smontata dallo studioso Birger Gerhardsson, dalla cui analisi emerge che quel che troviamo nei Vangeli corrisponde veramente a ciò che Gesù ha detto e fatto.

Birger Gerhardsson

Quella di posticipare il più possibile la stesura dei Vangeli non è l’unica strategia (necessaria) di quella scuola “critica” che da Martin Dibelius (1883-1947), Rudolf Bultmann (1884-1976) e Karl Ludving Schimdt (1891-1956) è arrivata fino a noi. L’altro leitmotiv fondamentale è quello della “creazione” delle parole pronunciate da Gesù e dei fatti da Lui compiuti da parte delle comunità cristiane, le vere artefici del Cristo delle fede. L’accesso al Cristo della storia è ormai bloccato da questa creazione della comunità, come l’Eden dalle spade fiammeggianti dei cherubini.

Dall’epoca dei fatti alla scrittura dei Vangeli canonici vi sarebbe dunque una lunga traversata nel deserto, che vede in una tradizione orale preletteraria l’unico mezzo di trasmissione della vita e dei detti di Gesù, mezzo però condannato dall’erosione del tempo che scorre. La critica fondamentale che Birger Gerhardsson (1926-2013), professore di Nuovo Testamento alla Facoltà Teologica dell’Università di Lund, aveva mosso alla corrente critica è di sostanza: «il loro lavoro non è sufficientemente storico. Non hanno mostrato sufficiente energia nell’ancorare la questione dell’origine della tradizione evangelica nella cornice della questione di come la sacra e autoritativa tradizione veniva trasmessa nell’ambiente giudaico della Palestina e altrove all’epoca del Nuovo Testamento» (The Reliability of the Gospel Tradition, 2001, p. 2).
A questo milieu Gerhardsson ha invece orientato i suoi sforzi di studioso e docente, a partire dalla sua tesi dottorale, pubblicata nel 1961, Memory and Manuscript: Oral Tradition and Written Transmission in Rabbinic Judaism and Early Christianity.

Il Giudaismo rabbinico si forma in conseguenza della grande lotta che il popolo ebraico aveva dovuto sostenere contro il massiccio tentativo di ellenizzazione, che aveva portato alla rivolta dei Maccabei. La custodia e la trasmissione della Torah era divenuta particolarmente viva mediante le scuole rabbiniche. La Torah, per un vero giudeo, non può essere oggetto di semplice studio personale: occorre un maestro, un rabbi, con il quale si inizia a condividere ben più di qualche ora di insegnamento. Perché il discepolo deve assorbire la Torah ascoltando l’insegnamento del rabbi, ma anche osservando il suo modo di vivere. In questo ambiente educativo, tutto incentrato sulla Torah, era di fondamentale importanza il ruolo della memorizzazione. Solo ciò che era stato appreso a memoria poteva poi divenire oggetto di commento e spiegazione. Per questa ragione, più che sprecare parole, l’arte dei rabbini doveva essere quella di esprimere delle massime in termini concisi, perché potessero essere più facilmente tenute a mente e vi si potesse poi dedicare il tempo di una vita per estrarne tutto l’insegnamento. 

Sempre per la stessa ragione, le espressioni utilizzate dovevano fare ricorso ad allitterazioni e assonanze, oltre che al caratteristico parallelismus membrorum, secondo l’espressione coniata da Robert Lowth (1710-1787). Si tratta appunto di due frasi strutturate in parallelo, che a volte si completano e altre volte sono poste in contrasto. Il libro dei Proverbi ne è colmo: «La mano pigra fa impoverire, la mano operosa arricchisce» (10, 4); ma anche Gesù vi ricorreva volentieri: «Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni» (Lc 6, 43).

La ripetizione era un’altra tecnica assai utile per imprimere nella mente degli ascoltatori un insegnamento, al punto da essere un comando diretto del Signore: «Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6, 6-7). Un altro tratto caratteristico era la lettura dei testi da memorizzare in modo ritmico. Dobbiamo immaginare non tanto una lettura, ma una cantilena melodica. Con tutte questi accorgimenti, i discepoli arrivavano ad imparare una tale quantità di testi e di insegnamenti orali, che noi oggi, così abituati ad avere sempre degli scritti sotto mano, nemmeno riusciamo ad immaginare. Basti pensare che diversi secoli dopo, nel mondo occidentale, il minimo che un monaco potesse fare, era imparare l’intero Salterio a memoria!

Trattenere gli insegnamenti del maestro era così fondamentale che i discepoli li annotavano su rotoli ad uso personale, che potevano poi essere consultati. Più che l’insegnamento esplicito, destinato alla memorizzazione, si potevano fissare sul papiro alcuni fatti o risposte estemporanee che il rabbi forniva a chi lo interrogava.

La domanda che bisogna porsi – e bisogna porre alla scuola critica – è la seguente: perché il rabbi Gesù e i suoi discepoli avrebbero fatto diversamente? Perché, nel caso di Gesù, bisognerebbe ipotizzare che i fatti della vita del Maestro e il suo insegnamento non sarebbero stati fedelmente custoditi e trasmessi, finendo così in ricordi sbiaditi reinventati a posteriori dalle comunità cristiane, per dare sostanza alla loro fede sulla sua risurrezione?

In verità Gerhardsson mostra abbondantemente come anche Gesù ricorresse a queste tecniche rabbiniche, insieme a quella di parlare in parabole, mettendosi nella scia dei moshelim, narratori di parabole, proverbi, sentenze illuminanti. Anche gli insegnamenti di Gesù, infatti, «sono stati formulati in modo da essere facilmente ricordati [...] Alla luce degli antichi metodi giudaici di insegnamento, a me sembra chiaro che Gesù offrisse questi detti due o più volte, con lo scopo di imprimerli nella mente (“cuori”) dei suoi ascoltatori» (Reliability, 44). Testi che, come attesta il Vangelo, a volte spiegava e interpretava Egli stesso. E d’altra parte non si capisce per quale ragione i discepoli del Signore avrebbero dovuto prestare alla vita e agli insegnamenti del Maestro minore cura e attenzione dei discepoli di rabbi Shammai, rabbi Hillel, o rabbi Gamaliel.

Gerhardsson, al contrario, mostra come san Paolo, nelle sue epistole, si riferisca a più riprese alla tradizione ricevuta, impressa nella memoria e trasmessa: «al tempo di Paolo, la prima cristianità è consapevole del fatto di avere una tradizione propria – che include molte tradizioni – che i capi della Chiesa trasmettono alle comunità, che le comunità ricevono e devono custodire e vivere. All’epoca di Paolo c’era una consapevole, deliberata e programmatica trasmissione nella Chiesa primitiva» (Reliability, 16).

Se questa fedele trasmissione emerge con chiarezza, per esempio, nelle parole che esprimono l’istituzione dell’Eucaristia (cf. 1Cor 11, 23-25), vi sono altri passi altrettanto significativi, in quanto Paolo si premura di distinguere tra l’insegnamento di Gesù che gli è stato trasmesso e il proprio. E’ il caso di 1 Cor 7, 10-13: «Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito [...]. Agli altri dico io, non il Signore: se un nostro fratello ha la moglie non credente e questa consente a rimanere con lui, non la ripudi». Lo stesso poco dopo, al versetto 25, riguardo alle vergini. Ci troviamo di fronte ad un classico esempio di halakah, cioè uno sviluppo normativo a partire dalle parole della Rivelazione.

E’ un testo di grande importanza altresì, come sottolinea Gerhardsson, in quanto respinge l’idea che le prime comunità non distinguessero tra l’insegnamento di Gesù e quanto veniva insegnato nel suo nome, portando così alla conclusione errata che nei Vangeli non sarebbe più possibile distinguere le parole di Gesù dalle costruzioni successive. Analogo è il caso di 1Ts 4, 15, quando Paolo precisa un punto di escatologia fondamentale: «Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti». Si noti nuovamente l’attenzione a distinguere la tradizione ricevuta dal Signore e quanto viene aggiunto «sulla parola del Signore».

Gerhardsson avrebbe insomma molto da dire a quanti, dai vertici di importanti istituti religiosi cattolici, si prendono la libertà di affermare che, in fondo, non sappiamo quello che Gesù abbia detto veramente.

Dona Ora