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Francesco non era "profeta in patria" ma nel 2024 tornerà

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L’Argentina rivedrà Francesco, dopo un decennio di rinvii che ha posto più di qualche domanda. Quando il futuro pontefice risiedeva a Buenos Aires non c’era sempre buon vicinato tra l'arcivescovado e la Casa Rosada, da dove era partito – così ha detto a Budapest – «l'ordine di condannarmi» sul caso Jalics.

Ecclesia 25_05_2023

«Nella più grande discrezione» iniziano i preparativi per il viaggio che nel 2024 riporterà il Papa in visita nel suo Paese, scrive sul Clarìn il suo biografo Sergio Rubin. L’annuncio dato a mezzo intervista dallo stesso pontefice in aprile chiude un decennio di domande sul “mancato ritorno”, ennesima differenza dai due predecessori, che tornarono in patria più volte nei rispettivi pontificati.

Parallelamente si è riaccesa l’attenzione sul rapporto tra Francesco e l’Argentina nonché su Bergoglio in Argentina, cioè prima dell’elezione al soglio di Pietro. Rapporto non sempre sereno, specie tra la Casa Rosada e il palazzo arcivescovile; per non parlare del delicatissimo tema del ruolo svolto durante il sequestro dei gesuiti Ferenc Jálics e Orlando Yorio, per mano della dittatura militare, dall’allora padre Bergoglio, loro superiore in quanto provinciale della Compagnia di Gesù. Tema su cui Francesco è tornato a parlare nel recente viaggio a Budapest, durante il colloquio con i gesuiti ungheresi.

La domanda posta da un confratello del Papa verteva su padre Jálics, che era originario dell’Ungheria, ma Francesco cita anche Yorio, ripercorrendo la vicenda e ribadendo di aver fatto il possibile, in una situazione certamente difficile – «confusa», la definisce per due volte. I due sacerdoti attivi nei quartieri più poveri e considerati vicini a guerriglieri di estrema sinistra furono sequestrati il 23 maggio 1976 da gruppi paramilitari legati alla dittatura salita al potere in Argentina due mesi prima (e che avrebbe dominato il Paese fino al 1983). Detenuti e torturati, furono liberati poi il 23 ottobre successivo. Il Papa fa riferimento anche alla «leggenda che sarei stato io a consegnarli perché fossero imprigionati», riemersa all’indomani del conclave del 2013, insieme alle accuse che la preventivata uscita dei due dalla Compagnia (che non erano d’accordo con la chiusura della comunità del barrio Rivadavia, dove vivevano) li avesse privati della protezione ecclesiastica, esponendoli ai sospetti di zurdismo (cioè di essere troppo di sinistra) di fronte alle autorità.

Nel 2013 l’allora portavoce della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, respingeva come «campagne calunniose e diffamatorie» da parte di «elementi della sinistra anticlericale» le accuse mosse in particolare dal giornalista e già militante rivoluzionario Horacio Verbitsky, ma anche da padre Yorio e reiterate dopo la sua morte, nel 2000, dai fratelli Graciela e Adolfo “Fito”. Quest’ultimo attribuendo a Bergoglio la responsabilità del sequestro di suo fratello, in un’intervista definì in modo tagliente il nuovo Papa «la persona più adatta» in Vaticano, perché «non ha alcuna pietà e probabilmente questo gli servirà a fare ordine». Allo stesso anno risale però anche una ricerca del giornalista Nello Scavo che parla invece di numerosi salvataggi – La lista di Bergoglio, che dà il titolo al libro – operati a compartimenti stagni, per ridurre al minimo il rischio di essere scoperti, grazie a una rete clandestina di intessuta dall’allora giovane padre provinciale, Jorge Mario Bergoglio.

Nulla è mai emerso a carico del futuro Papa, ascoltato dalla giustizia argentina tre anni prima della sua elezione in qualità di testimone. «A me è stata data la possibilità di scegliere dove tenere l’interrogatorio. Io ho scelto di farlo in episcopio», ha ricordato. Più precisamente, il tribunale oppose un rifiuto alla sua richiesta – appellandosi all’eccezione prevista per le autorità civili ed ecclesiastiche dall’art. 250 del Codigo Procesal Penal – di inviare una testimonianza scritta. Secondo il tribunale la cosa avrebbe impedito «di interrogare e controinterrogare il testimone in relazione alle sue risposte», che fu dunque interrogato “a domicilio” per quattro ore in arcivescovado l’8 novembre 2010. Benché fosse chiamato solo come testimone, si trattò un interrogatorio piuttosto incalzante – lo si vede dai vari spezzoni consecutivi su Youtube – con ripetute richieste di fare uno sforzo di memoria per precisare nomi e circostanze di fronte a risposte considerate troppo generiche. Lo ha ricordato anche a Budapest: «Uno dei giudici era molto insistente sul mio modo di comportarmi. Io ho sempre risposto con verità». «Alla fine, è stata accertata la mia innocenza».

Padre Jálics, morto nel 2021, fece in tempo a vedere Bergoglio eletto Papa e a incontrarlo dopo la sua elezione. In una sua lettera (priva di data) inviata alla sorella di Yorio, Jálics afferma: «Non credo che i militari abbiano fatto qualcosa di davvero gravemente ingiusto in base alle informazioni che avevano ricevuto. Non posso dire lo stesso della Chiesa o della Compagnia». Malgrado il giudizio non tenero sulle autorità ecclesiastiche e gesuitiche in genere, si era detto pubblicamente riconciliato con gli eventi di allora, dichiarando: «Orlando Yorio e io non siamo stati denunciati da Bergoglio». Il quale ha raccontato: «L’ho rivisto da arcivescovo e poi ancora anche da Papa: è venuto a Roma a vedermi». Ma nel rapporto tra i due c’era «una distanza», ricorda Francesco a proposito del loro ultimo incontro in Vaticano: «lui soffriva perché non sapeva come parlarmi», per via delle «ferite di quegli anni passati, rimaste sia in me sia in lui, perché entrambi abbiamo vissuto quella persecuzione». Anni in cui, ricorda, «non era per nulla chiaro che cosa si dovesse fare. Io ho fatto quel che sentivo di fare per difenderli». Padre Bergoglio aveva avuto accesso a piani decisamente alti, come dichiarò agli inquirenti: per chiedere la loro liberazione andò a bussare alla porta del dittatore Jorge Rafael Videla e (poiché il sequestro fu subito attribuito alla Marina) a quella dell’ammiraglio Emilio Eduardo Massera (che, ironia della storia, moriva proprio l’8 novembre 2010, lo stesso giorno in cui il cardinal Bergoglio era chiamato a testimoniare).

Dalle recenti parole del Papa emerge un nuovo tassello su quel lungo interrogatorio subito nel 2010 dall’arcivescovo di Buenos Aires per i fatti del 1976: il ruolo del governo, che allora era presieduto da Christina Fernández de Kirchner, subentrata nel 2007 al marito Nestor Kirchner. Uno dei giudici, ha raccontato Francesco, «mi ha detto chiaramente che avevano ricevuto indicazione dal governo di condannarmi». Il rapporto tutt’altro che idilliaco tra il cardinale e i Kirchner (entrambi, marito e moglie) è simboleggiato dalla querelle  del 25 maggio 2005, commemorazione della “Rivoluzione di maggio”: il presidente Nestor disertò il Te Deum rompendo una lunga tradizione e il portavoce dell’arcivescovo dichiarò che «no hay relación de la Iglesia con el Gobierno». La tensione giunse al culmine nel 2010 (stesso anno del processo di cui sopra) in concomitanza con la legge sul matrimonio tra omosessuali.

Tre anni dopo Christina Kirchner volava festante a Roma ad acclamare l’antico avversario appena eletto Papa e premurandosi anche di lì a poco di fargli recapitare il mate. Si rividero pochi mesi dopo a Rio de Janeiro e la Kirchner tornò in Vaticano anche l’anno seguente. Francesco invece in patria non si è più rivisto. Vedremo se l’anno favorevole sarà, come annunciato, il 2024.