CL e il referendum, una polemica che riguarda tutta la Chiesa
È lecito che una realtà ecclesiale esprima un giudizio su un voto politico? È il tema sollevato da alcune reazioni scandalizzate all'indicazione data dalla dirigenza di CL per il referendum sulla giustizia. Ma se la fede si riduce a fatto privato non ha più niente da dire al mondo.
Indicare di votare Sì al referendum sulla giustizia può essere considerato un abuso di coscienza? L’ultima puntata della guerra interna a Comunione e Liberazione (CL) è interessante non solo perché getta una luce chiara sulla posta in gioco nel movimento, ma anche perché pone una questione che riguarda tutta la Chiesa, a cominciare da quella italiana.
In realtà, parlando di CL, più che di una guerra si tratta di un tentativo interno di rovesciare con le buone o con le cattive l’attuale dirigenza del movimento, che è frutto di un commissariamento della Santa Sede, intervenuta per correggere le storture dottrinali dovute al quindicennio di gestione firmata Julian Carron. Va ricordato che a don Carron, succeduto nel 2005 al fondatore di Cl, monsignor Luigi Giussani, su sua esplicita indicazione, la Santa Sede rimproverava l’erronea concezione del carisma, mentre all’interno del movimento i mal di pancia riguardavano il progressivo allontanamento di CL dalla sua identità originaria.
Così l’attuale presidente della Fraternità di CL, Davide Prosperi, è costantemente nel mirino della parte cosiddetta carroniana, che non perde occasione per chiederne le dimissioni. Non entriamo nel merito delle varie polemiche interne, ma a volte emergono questioni che hanno una rilevanza più ampia. Del resto i tentativi interni di delegittimare la dirigenza di CL vanno da tempo ben oltre i confini della vita del movimento, come abbiamo raccontato pochi mesi orsono a proposito del coinvolgimento dell’arcidiocesi di Milano.
E veniamo alla questione odierna, cioè la diffusione dell’audio “rubato” di una riunione dei responsabili della Lombardia in cui Prosperi spiega perché CL indichi di votare Sì al referendum sulla riforma della giustizia che si terrà i prossimi 22 e 23 marzo. Il documento, presentato come un «audio-shock», è stato pubblicato con grande risalto dal blog Silere non Possum alcuni giorni fa, per sostenere che «Prosperi obbliga CL al sì», come recita il titolo. Il che sarebbe l’ennesimo «abuso di coscienza» commesso da Prosperi e compagni, tale da richiedere l’intervento della Santa Sede. Intervento richiesto ancora dalle colonne di Silere domenica 15 marzo anche contro la Fraternità sacerdotale San Carlo accusata anch’essa – facendo riferimento a dati e documentazione però non esibiti – di abusi di coscienza.
Al proposito si deve sapere che è ormai da mesi che su questo blog redattori anonimi pubblicano articoli infamanti contro Prosperi, la Fraternità San Carlo (fondata da monsignor Massimo Camisasca) e tutti quanti in questi anni non hanno condiviso le scelte di don Carron. Addirittura una ventina di articoli – in cui notizie vere si sono mescolate a interpretazioni bizzarre, allusioni senza riscontro e pettegolezzi vari - sono stati dedicati a una presunta «vera storia di CL», in realtà una ricostruzione surreale delle vicende che hanno portato al commissariamento di fatto del movimento e alla costituzione della nuova dirigenza.
Ovviamente a fornire tutto il materiale sono personaggi vicini a don Carron, che significativamente si affidano a un blog noto per unire notizie vere a gossip livello portineria; e che soprattutto maschera sotto le vesti di un sito di notizie ecclesiali l’obiettivo di legittimare e promuovere l’omosessualità tra i sacerdoti.
Ma perché l’articolo sul Sì al referendum è importante? Anzitutto perché dimostra in modo inequivocabile la distanza incolmabile che c’è fra la concezione di CL sostenuta dalla cosiddetta ala carroniana e la realtà che don Giussani aveva plasmato.
Il nodo del contendere infatti non è sull’indicazione di voto, se Sì o No, ma sul fatto stesso che una indicazione ci sia. La pretesa di chi contesta Prosperi è che un cammino di educazione alla fede debba restare ben separato da opzioni politiche, men che meno che queste possano diventare criterio di appartenenza a CL.
In realtà basta ascoltare il famoso audio di Prosperi per capire che sta semplicemente riproponendo il metodo di don Giussani, ciò che dagli anni ’70 fino all’inizio del 2000 ha fatto sì che Comunione e Liberazione fosse una presenza originale e irriducibile in ogni ambito della società: la fede non è un fatto privato, ma giudica in modo nuovo tutta la realtà, ogni particolare della vita; e una caratteristica di CL è sempre stata quella di esprimere un giudizio sui fatti che interessano la vita delle persone, giudizio che ogni aderente al movimento era poi chiamato a verificare proponendolo ad altri.
Il riconoscimento di essere uniti in Cristo genera una tensione ad avere lo stesso giudizio, per cui – dice Prosperi nell’audio pubblicato - «non essere d’accordo è un dolore». Ma non significa affatto – e Prosperi lo sottolinea – che «se si vota no al referendum allora non si è di CL»; si deve solo riconoscere che «siamo ancora in cammino» verso quella unità che «arriva fino ad essere d’accordo».
Silere fa causa comune con chi contesta Prosperi nel sostenere che invece questo sarebbe un abuso e che un vero movimento ecclesiale non deve dare indicazioni politiche e, più in generale, giudizi sugli eventi che accadono nella società: è la ri-proposta della “scelta religiosa”, che infatti ha caratterizzato CL nell’era Carron.
Perché questo scontro è rilevante per la Chiesa? Perché l’irrilevanza attuale, ad esempio, della Chiesa italiana nella società è proprio figlia di questa riduzione della fede a fatto privato. Con il risultato che invece di esprimere un giudizio che nasca dalla fede vissuta, prevalgono opinioni personali che sono sempre figlie delle ideologie dominanti nella società.
Sempre per stare nel tema referendum è evidente ad esempio che, dietro a una apparente neutralità, i vertici della Conferenza Episcopale Italiana hanno fatto chiaramente capire che sono per il No, ma facendo appello – opinabile peraltro – alla Costituzione, come se questa possa essere il criterio fondante un giudizio per un cattolico.
Se non è la fede a giudicare la realtà, se il giudizio non è la tensione a vedere il mondo come Dio lo vede, inevitabilmente si finisce a pensare e agire come tutti, si diventa culturalmente subalterni, con al massimo un pensierino morale o spirituale da aggiungere.
Ed è significativo che la posizione espressa da Prosperi possa scandalizzare e addirittura essere considerata un abuso tale da dovere invocare l’intervento del Papa: è il segno che non solo il mondo ha cancellato Dio dall’orizzonte, ma anche una parte rilevante di ecclesiastici pensa di poter costruire una Chiesa senza Cristo.
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