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EURASIA

Cina e Russia, una relazione complicata nel nuovo mondo multipolare

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La Russia ha ri-orientato il suo mercato verso oriente, ma così ha creato un rapporto asimmetrico con Pechino, che ha una posizione dominante. Uno dei tanti scenari difficili da comprendere con le vecchie categorie da guerra fredda. 

Economia 10_06_2026
Vladimir Putin e Xi Jinping (AP)

La guerra in Ucraina e in Iran, il riassetto dei mercati energetici e il ritorno della competizione tra grandi potenze stanno accelerando il passaggio verso un (dis-) ordine internazionale frammentato, in cui le categorie del vecchio bipolarismo e dell’unipolarismo post‑1989 appaiono sempre meno adeguate. In questo quadro la Russia tenta di ribilanciare la propria posizione strategica, cercando di evitare che il rafforzamento del legame con la Cina si traduca in una dipendenza strutturale da Pechino e mantenendo, per quanto possibile, margini di interlocuzione selettiva con gli Stati Uniti e con l’Europa.

Fino al 2007-2008, l’orizzonte strategico di Mosca non era affatto quello di un distacco dall’Europa: l’ingresso nel G8 nel 1997 e la centralità dei rapporti energetici con l’Unione Europea indicavano piuttosto una ricerca di integrazione funzionale con l’asse euroatlantico. La crisi iniziò a maturare dopo la dichiarazione della Nato nel Vertice di Bucarest dell’aprile 2008 di un “futuro ingresso” di Ucraina e Georgia nell’alleanza atlantica, a cui la Russia si era sempre fermamente opposta. La situazione precipitò dopo la caduta del governo Yanukovich nel febbraio 2014, la conseguente annessione russa della Crimea nel mese seguente e lo scoppio della guerra civile in Donbass. La Russia venne esclusa dal G8 e furono varate politiche sanzionatorie sempre più stringenti. Dopo l’inizio della guerra aperta in Ucraina nel febbraio 2022, molte banche russe vennero escluse dal sistema di messaggistica interbancaria Swift e furono congelati circa 300-350 miliardi di riserve russe in dollari. Ogni relazione diplomatica venne interrotta.

Sottoposta a una pressione crescente da parte di Stati Uniti e Unione Europea, la Russia iniziò allora a “guardare a Est”, intensificando i rapporti con la Cina e, in misura minore, con altri Paesi emergenti asiatici. Questo spostamento di baricentro non nacque da una scelta completamente libera, ma da una combinazione di necessità economica e isolamento politico, che rese Pechino il partner quasi obbligato per compensare, almeno in parte, la chiusura del mercato europeo. La riconversione dell’export russo di materie prime verso la Cina e verso altri mercati asiatici ha consentito a Mosca di sostituire solo parzialmente i volumi perduti in Europa, con condizioni di prezzo peggiorative. A ciò si aggiunge la struttura stessa degli scambi: la Russia esporta prevalentemente gas, petrolio, metalli e legname, mentre importa dalla Cina prodotti finiti, macchinari e tecnologie a più alto valore aggiunto, riproducendo una tipica integrazione “verticale”, quasi di tipo “coloniale”. La sproporzione demografica e di potenza economica accentua questa tendenza: la popolazione russa è pari a circa un decimo di quella cinese, col rischio che la Russia diventi il “junior partner” della Cina, con una dipendenza quasi esistenziale dal mercato cinese sia sul piano energetico sia su quello tecnologico e finanziario. Un’alleanza sempre più asimmetrica.

L’energia costituisce il cuore del nuovo rapporto russo‑cinese. Dopo il 2014, il gasdotto Power of Siberia 1 è diventato l’infrastruttura chiave per il trasferimento di gas russo verso la Cina, con una capacità a ridosso di 38 miliardi di metri cubi annui, previsti in rialzo fino a 50 miliardi di mc. A questo si aggiunge il progetto Power of Siberia 2, pensato per convogliare ulteriori 50 miliardi di metri cubi all’anno verso il nord della Cina attraverso la Mongolia, con l’obiettivo di sostituire i flussi un tempo destinati all’Europa attraverso il gasdotto Nord Stream 1. Per Mosca, l’espansione di queste infrastrutture è vitale per assorbire la capacità produttiva rimasta inutilizzata in seguito al crollo delle esportazioni verso l’Unione Europea; per Pechino, invece, rappresenta un progetto molto importante, ma all’interno di un mix energetico che include carbone, petrolio, gas naturale anche liquefatto, nucleare e rinnovabili e fornitori diversificati in Medio Oriente, Australia e altrove.

Questa asimmetria di bisogni si riflette nella dura negoziazione sui prezzi, con la Cina che punta a condizioni molto favorevoli, paragonabili ai prezzi interni russi, e la Russia che, pur bisognosa di introiti e rapidità, non è nelle condizioni di imporre termini più vantaggiosi. Il vertice di Pechino di maggio tra Putin e Xi Jinping, infatti, non ha portato alla definizione dei termini precisi dell’accordo, nonostante le dichiarazioni ostentate di “amicizia eterna” e di partenariato strategico e senza precedenti. Sono moltissimi gli accordi raggiunti e l’alleanza sino-russa rimane molto forte ma occorre evidenziare che gli interessi permanenti prevalgono sempre sulle amicizie, com’è peraltro fisiologico nei rapporti tra Stati.

Sul versante europeo, la scelta di ridurre drasticamente la dipendenza dal gas russo ha comportato il ricorso massiccio a forniture di gas naturale liquefatto, in primis dagli Stati Uniti, a prezzi generalmente molto più elevati (in media da 1,5 a 2 volte tanto, con picchi del quintuplo) rispetto ai contratti di lungo periodo con Gazprom. Ne sono derivati un forte aumento del costo dell’energia per famiglie e imprese, ricadute sulla competitività dell’industria europea – in particolare di quella tedesca ad alta intensità energetica – e una maggiore vulnerabilità logistica legata a rotte marittime e capacità di rigassificazione. L’Unione dovrebbe perseguire una strategia di sicurezza energetica fondata su diversificazione di fonti e fornitori, transizione graduale e salvaguardia del tessuto produttivo; in pratica, l’intreccio fra obiettivi climatici irrealistici, vincoli regolatori e risposta alle crisi geopolitiche ha favorito scelte spesso percepite come ideologiche, che rischiano di indebolire la base industriale e di spingere parte della produzione verso aree con energia meno costosa e normative più favorevoli. La nuova dipendenza europea dal gas naturale liquefatto da fornitori extra‑continentali non appare per nulla più equilibrata della precedente dipendenza dai gasdotti russi, ma solo più costosa e instabile.

Le sanzioni finanziarie occidentali, inclusa l’esclusione delle banche russe da Swift e il congelamento di riserve in dollari ed euro, hanno accelerato il processo di diversificazione monetaria di Mosca e la ricerca di circuiti di pagamento alternativi. In questo quadro, la Cina ha offerto alla Russia la possibilità di regolare una quota crescente di scambi in yuan e di utilizzare il loro sistema di pagamenti Cips come parziale surrogato di Swift, contribuendo a rafforzare il ruolo internazionale del renminbi. Negli ultimi anni, la quota di commercio bilaterale russo‑cinese regolata in dollari è scesa a una frazione di quella pre‑crisi, mentre sono aumentati significativamente gli scambi in rubli e, soprattutto, yuan, parallelamente alla tendenza di Pechino ad accrescere le proprie riserve auree per ridurre la vulnerabilità al dollaro. Per la Russia ciò ha significato una progressiva “yuanizzazione” dei flussi esterni: il dollaro è stato in parte sostituito non da una piena autonomia monetaria, ma da una nuova dipendenza dalla valuta cinese e dalle scelte di politica economica di Pechino.

Nonostante la retorica antioccidentale, il Cremlino non ha rinunciato a cercare canali di interlocuzione con Washington, consapevole che un rapporto esclusivo con la Cina ne accentuerebbe la subordinazione strategica. L’attivismo di figure come Kirill Dmitriev, alla guida del fondo sovrano russo per gli investimenti diretti e incaricato da Putin di seguire i dossier economici e di investimento, va letto in questa chiave: una relazione molto stretta con esponenti dell’amministrazione Trump, a partire dal principale negoziatore americano Steve Witkoff, mira a esplorare margini di cooperazione selettiva e a mantenere aperte opzioni alternative a un asse rigido con Pechino. Anche la disponibilità intermittente di Mosca a riaprire, in condizioni negoziali ritenute accettabili, il canale energetico verso l’Europa risponde alla stessa logica di fondo: usare il gas non solo come leva economica, ma come strumento per evitare che la Cina diventi l’unico sbocco strategico per le esportazioni energetiche russe. Conservare, almeno potenzialmente, una pluralità di interlocutori permette al Cremlino di attenuare lo squilibrio strutturale insito nel rapporto con Pechino.

La dinamica russo‑cinese si inserisce in un quadro internazionale che somiglia più a un multipolarismo fluido che a una chiara architettura multipolare ordinata in rigidi blocchi contrapposti. All’interno dei Brics+ e anche della Shanghai Cooperation Organisation (Sco) coesistono rivalità profonde – si pensi alla competizione fra Cina e India, che cooperano in alcuni àmbiti ma si fronteggiano su vari dossier di sicurezza – così come in Medio Oriente gli interessi di Cina, Iran, Arabia Saudita, Emirati e altre potenze sono spesso divergenti e difficili da ricomporre in linee comuni stabili. Il quadro globale è quello di una diplomazia di potenza fondata su equilibri mobili, intese selettive e negoziati caso per caso, in cui gli Stati cercano di massimizzare vantaggi su singoli dossier più che aderire a blocchi ideologici rigidi. La crescente frammentazione del sistema internazionale, con la ridefinizione delle sfere di influenza delle grandi potenze e l’aumento di conflitti locali e regionali difficili da contenere, rende probabile una moltiplicazione di guerre a bassa e media intensità piuttosto che confronti globali totali tra blocchi rigidi.

In tale contesto, le vecchie griglie interpretative della Guerra Fredda e del periodo unipolare post implosione dell’Unione Sovietica del 1989-1991 non aiutano a comprendere le trasformazioni in atto. La sopravvivenza e la prosperità di ciascun Paese dipenderanno sempre più dalla capacità di costruire rapporti bilaterali a geometria variabile, con intese selettive e negoziate caso per caso, calibrate sugli interessi nazionali permanenti, al di là di una distinzione tra amico e nemico, sempre più instabile.

Per l’Europa la questione decisiva è se voglia diventare un vero soggetto geopolitico dotato di una propria strategia energetica, industriale e finanziaria, capace di dialogare in modo autonomo a a partire dalle grandi potenze – Stati Uniti, Cina, Russia e India – oppure se accettare il ruolo di semplice “campo di gioco” dove si confrontano interessi altrui. La rinuncia accelerata al gas russo senza un’alternativa pienamente sicura e competitiva, l’esposizione a forniture più costose e instabili e la difficoltà a definire una politica estera e di difesa comune indicano una potenza che fatica a pensarsi come tale. In un mondo di multipolarismo fluido, la principale fragilità europea non è tanto la scarsità di opportunità quanto la mancanza di una visione strategica coerente orientata al lungo periodo. Senza un ripensamento profondo della propria postura energetica, industriale e finanziaria, l’Unione rischia di restare ai margini della storia.