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Referendum, tra sì e no c'è chi si schiera per convenienza

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Scelte di campo interessate in vista del voto. Più che la separazione delle carriere dei magistrati per alcuni nomi di spicco sembra in gioco la propria carriera politica: chi per avanzare, magari puntando al Colle, chi per sopravvivere. L'opportunismo è bipartisan e i quesiti passano in secondo piano.

Politica 17_03_2026
ALESSANDRO AMORUSO - IMAGOECONOMICA

Il dibattito pubblico attorno al referendum sulla giustizia ha assunto sempre più i contorni di una contesa politica tradizionale, nella quale il merito del quesito appare progressivamente marginale rispetto alle dinamiche di schieramento e alle convenienze personali dei protagonisti della scena pubblica.

Quello che dovrebbe essere uno strumento di democrazia diretta, pensato per consentire ai cittadini di pronunciarsi su questioni specifiche e tecniche, si è trasformato in un terreno di scontro tra figure politiche che sembrano utilizzare il referendum soprattutto come occasione per rafforzare la propria posizione all’interno degli equilibri istituzionali. Non sorprende dunque che numerosi personaggi pubblici si stiano schierando apertamente per il sì o per il no non tanto sulla base di una discussione approfondita dei quesiti, quanto piuttosto in funzione degli interessi politici che intendono difendere o promuovere.

Un esempio significativo riguarda Pierferdinando Casini e Dario Franceschini, due figure che da tempo vengono indicate come possibili protagonisti della futura corsa al Quirinale. In questo contesto il loro schieramento a favore del no appare difficilmente separabile dalla volontà di accreditarsi presso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che inevitabilmente avrà un ruolo centrale negli equilibri politici che accompagneranno la scelta del suo successore. In particolare Franceschini è stato indicato da diversi osservatori come uno dei principali ispiratori del fronte del no, quasi il vero mentore politico di questa posizione, pronto a capitalizzare politicamente il suo impegno nel momento in cui si aprirà concretamente la partita per il Quirinale.

Anche la posizione di Casini ha suscitato sorpresa in molti ambienti politici, soprattutto perché negli ultimi anni il suo nome è stato spesso evocato come possibile candidato di mediazione tra schieramenti diversi, capace di raccogliere consensi sia nel centrosinistra sia in settori centristi e democristiani del centrodestra. Proprio per questo il suo schierarsi apertamente per il no rischia di apparire come una scelta che lo allontana da una parte significativa dell’attuale maggioranza di governo, compromettendo almeno in parte quell’immagine di figura super partes che avrebbe potuto favorirlo in una eventuale corsa al Colle.

Non meno interessante è la posizione di Mario Monti, che ha scelto anch’egli di sostenere il no. La sua presa di posizione può essere letta da alcuni come il tentativo di indebolire l’attuale assetto politico e di riaffermare un ruolo per quelle componenti tecnocratiche che in passato hanno guidato il paese senza un diretto mandato elettorale. I governi tecnici, nati spesso da crisi politiche e da manovre di palazzo, hanno sempre guardato con una certa diffidenza agli esecutivi politici stabili e dotati di una chiara legittimazione parlamentare, perché la stabilità politica riduce inevitabilmente lo spazio per interventi straordinari e per figure esterne alla competizione elettorale. In questo quadro anche il sostegno al no può essere interpretato come un segnale politico rivolto a un sistema che Monti considera forse troppo consolidato.

Tra i sostenitori del no compare anche Clemente Mastella, una figura che nel corso della sua lunga carriera politica ha attraversato numerose stagioni e schieramenti. Nonostante le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto in passato, Mastella ha deciso di collocarsi con decisione in questo campo, probabilmente intravvedendo nel centrosinistra una possibile prospettiva di sopravvivenza politica. In altre parole, anche in questo caso la scelta referendaria sembra inserirsi in una più ampia strategia di riposizionamento politico piuttosto che in una discussione approfondita sui contenuti della riforma.

Ma atteggiamenti opportunistici non mancano neppure tra coloro che sostengono il sì. L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, ad esempio, si è espresso con decisione a favore della riforma, e qualcuno ha interpretato questa posizione come il tentativo di recuperare un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico. Minniti è una figura di peso nella tradizione politica della sinistra italiana e sostenere il sì può consentirgli di presentarsi come un riformatore pragmatico, capace di parlare anche a un elettorato più moderato e sensibile ai temi dell’efficienza della giustizia.

Una dinamica simile sembra riguardare anche Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e spesso descritto come espressione di quell’area progressista urbana e radical chic che ha avuto grande visibilità negli ultimi anni. Il suo sostegno al sì potrebbe essere letto come il tentativo di ritagliarsi nuovamente uno spazio di protagonismo politico e mediatico in un momento in cui il dibattito pubblico appare fortemente polarizzato. Il risultato complessivo di queste prese di posizione è che il contenuto concreto del quesito referendario sembra passare in secondo piano.

Infine ci sono quelli che non si schierano, come Matteo Renzi, per tenersi aperte tutte le porte. Da un lato le posizioni del leader di Italia Viva in materia di giustizia sembrerebbero più assimilabili a quelle del centrodestra; dall’altro, però, la sua sopravvivenza politica si lega esclusivamente alla sconfitta dell’attuale fronte governativo e alla vittoria del centrosinistra alle prossime politiche. Ecco perché Renzi al momento non dichiara la sua preferenza né per il sì, né per il no.

Nel dibattito mediatico e politico si parla sempre meno dei dettagli delle riforme proposte e sempre più delle implicazioni politiche dello schierarsi da una parte o dall’altra. La discussione si è progressivamente trasformata in una sorta di prova di forza tra sostenitori e oppositori del governo, come se il referendum fosse diventato un plebiscito indiretto sull’azione dell’esecutivo piuttosto che un momento di valutazione tecnica delle norme in discussione. In questo modo lo strumento referendario rischia di perdere la sua funzione originaria, quella di consentire ai cittadini di esprimersi nel merito di questioni specifiche, e di diventare invece l’ennesimo campo di battaglia della politica quotidiana. Più che un referendum sulla giustizia, insomma, quello che si sta delineando appare sempre più come un regolamento di conti tra gruppi rivali, nel quale ogni schieramento cerca di utilizzare il voto popolare per rafforzare la propria posizione nei futuri equilibri di potere. In un simile contesto non sorprende che il merito dei quesiti venga spesso relegato in secondo piano, mentre al centro della scena rimangono strategie personali, calcoli di convenienza e ambizioni istituzionali.



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