Far amare I promessi sposi: restituire la letteratura al racconto e alla vita
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Perché ai ragazzi non piacciono più I promessi sposi? Perché non vengono più raccontati, perché non vengono più fatti vivere, perché troppo spesso vengono proposti come un dovere, non come un’avventura.
La proposta di sostituire la lettura de I promessi sposi in seconda con un altro romanzo più comprensibile e vicino agli studenti di oggi nasconde il presupposto che ai ragazzi di oggi il romanzo non piaccia più e non comunichi nulla. Perché ai ragazzi non piacciono più I promessi sposi? La risposta, in realtà, è molto meno misteriosa di quanto sembri.
Non piacciono perché non vengono più raccontati. Non piacciono perché non vengono più fatti vivere. Non piacciono perché troppo spesso vengono proposti come un dovere, non come un’avventura.
Eppure il romanzo di Manzoni è tutto fuorché noioso: è ironico, drammatico, comico, politico, teologico, umano. È un’opera-mondo. Ma negli ultimi decenni qualcosa si è incrinato.
Il paradosso: tutti lo studiano, pochi lo conoscono davvero
Dopo trent’anni di insegnamento, una constatazione è diventata dolorosamente evidente: pochissimi studenti arrivano all’ultima pagina del romanzo. E questo non è un dettaglio: è come uscire dal cinema all’intervallo o abbandonare un film dieci minuti prima del finale. Quanti ragazzi conoscono davvero il celebre «sugo della storia», l’espressione con cui Manzoni chiude il romanzo e ne svela il senso ultimo? Quanti sanno dire come si conclude la vicenda, mentre invece sanno ripetere giudizi critici sulla Provvidenza manzoniana? La scuola, spesso, dedica ore a commenti e apparati critici o alla lettura di un capitolo integralmente come se non fosse concesso perdere una parola di un capitolo, ma avesse senso affrontare solo una parte della storia senza raccontare il finale. È un’omissione casuale? O un’abitudine che si è trasformata in tradizione?
Il vero problema: un capolavoro irrigidito
La scuola ha avuto il merito immenso di salvare I promessi sposi dall’oblio, rendendolo patrimonio comune. Ma, allo stesso tempo, lo ha ingessato in:
- schemi di analisi;
- ipotesi interpretative preconfezionate;
- letture meccaniche;
- capitoli assegnati a casa da leggere come fossero esercizi di matematica.
Il risultato? Gli studenti si trovano soli davanti a una lingua di due secoli fa e a una storia bellissima, ma complessa, stratificata, che richiede guida, contesto, accompagnamento.
L’età sbagliata, il momento sbagliato?
Diciamolo: a quindici anni l’idea di un fidanzamento lungo, di un matrimonio rimandato, di una promessa che dura anni non è esattamente irresistibile. Un adulto leggerebbe il romanzo con tutt’altro spirito. Un diciottenne, già più maturo, coglierebbe meglio la dimensione esistenziale, morale, politica. Eppure il biennio resta l’unica occasione per incontrare Manzoni con la lettura guidata dell’intero romanzo. Proprio per questo l’accompagnamento deve essere ancora più forte, più narrativo, più coinvolgente.
La verità è semplice: i ragazzi amano ciò che viene fatto amare
Tutti abbiamo visto studenti innamorarsi dei classici grazie alla passione di un insegnante. La differenza non la fa il testo: la fa la voce che lo introduce. Per questo servono strumenti nuovi, non per semplificare Manzoni, ma per restituirlo nella sua forza viva. Dunque, come far amare davvero I promessi sposi? Tre passaggi sono decisivi.
In primo luogo è necessario raccontare prima di analizzare. Gli studenti devono entrare nella storia, non nella scheda. Prima la narrazione, poi l’interpretazione.
In secondo luogo, occorre soffermarsi su alcune scene, che potremmo definire le scene-mondo, quelle che aprono porte emotive e intellettuali, che parlano da sole e non hanno bisogno di apparati critici per colpire. Alcuni esempi: l’Addio ai monti, l’assalto alla casa del vicario, la notte dell’Innominato, l’abbraccio tra l’Innominato e il cardinale Federigo, la peste e la madre di Cecilia, il matrimonio e i due paesi, l’immagine dell’infermo e il sugo della storia.
Sono momenti che condensano l’intero romanzo e che, se raccontati, aprono immediatamente un varco nel cuore degli studenti.
Un esempio eloquente è proprio la scena finale, quando il narratore si sofferma sulla vita dei due sposi dopo il matrimonio. Manzoni mostra che la vita non è una favola senza ostacoli: l’uomo desidera sempre un «vestito» diverso dal proprio e avverte un’inquietudine che punge anche quando ha raggiunto ciò che voleva. Perché? Perché il cuore umano è fatto per una felicità infinita, non colmabile da piaceri finiti. La grandezza dell’uomo sta nel riconoscere questo desiderio e nella responsabilità che esso comporta.
È un tema che parla anche ai quindicenni: come ricordava Leopardi, quanto più si è giovani, tanto più si desidera la felicità nel presente. E Manzoni aggiunge un’indicazione preziosa: «Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio». Il segreto della felicità è l’amore, il bene compiuto per l’altro.
Ogni uomo può amare. Bernanos lo ricorda con forza: «Il più miserabile degli uomini, quando crede di non amare più, conserva ancora la capacità di amare». La storia prosegue con la morale di Renzo, quella di Lucia e il sugo della storia. Ma l’esempio basta a mostrare un punto decisivo: un testo risponde quando gli poniamo le domande giuste, quelle che partono dal cuore umano e arrivano al cuore di ciascuno.
Infine, è necessario mostrare la vita e il cuore che pulsano nel testo. Manzoni parla di paura, ingiustizia, amore, potere, fragilità, speranza. Parla di noi. E i ragazzi lo capiscono, se qualcuno glielo mostra. Un classico non vive perché è «importante», ma perché tocca corde umane che non cambiano: il desiderio di felicità, la lotta contro il male, la ricerca di un senso.
Una scuola che rinuncia ai suoi classici non diventa più moderna: diventa più fragile. Una scuola che sacrifica Dante e Manzoni per «fare spazio» non guadagna tempo: perde profondità. Una scuola che non offre radici non rende più liberi: rende più esposti alle cadute, come un albero senza radici.
Le nuove indicazioni non chiedono di eliminare i classici; ma il modo in cui vengono interpretate può trasformarsi in una deriva: la normalizzazione della rinuncia. La domanda vera è un’altra: siamo disposti a consegnare ai nostri studenti una scuola senza fondamenti? Dante, Manzoni, Leopardi non sono tre autori da «incastrare» nel programma: sono tre lingue madri della nostra identità culturale, tre chiavi per capire l’Italia, l’Europa, l’umano.
La scuola non deve scegliere tra competenza e cultura. Deve formare persone capaci di pensare, non solo di eseguire. E questo passa da qui: non rinunciare ai classici, ma restituirli nella loro forza viva. Perché se la scuola smette di trasmettere ciò che la fonda, non si limita a cambiare: si indebolisce. Come giungere alla letteratura dei giorni nostri senza sacrificare i grandi classici del passato? La soluzione c’è, ed è meno complessa di quanto sembri. Ne parleremo la prossima volta.

