Al Congresso spagnolo Leone XIV ribadisce i principi non negoziabili
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Nel suo discorso ai parlamentari il Papa ha ricordato la storia cristiana della Spagna, oggi secolarizzata, e indicato tre pilastri da difendere: la vita, la famiglia, la libertà educativa. Leone ha affrontato anche il tema della libertà religiosa, ma senza un riferimento diretto al cattolicesimo come religio vera.
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Ieri, 8 giugno 2026, papa Leone XIV ha tenuto un lungo e corposo discorso al Congresso dei Deputati ove ha incontrato i membri del Parlamento spagnolo che, alla fine, gli hanno tributato un lungo applauso. Nei viaggi pontifici i discorsi davanti ai parlamenti delle nazioni visitate sono momenti di grande rilevanza nell’ambito della Dottrina sociale della Chiesa e riguardano direttamente la relazione tra la fede cattolica e la vita politica, tra la Chiesa e il mondo. Come era accaduto per i discorsi di Benedetto XVI alla Westminster Hall di Londra (2010) e al Bundestag di Berlino (2011) anche questo discorso di Leone segna un ulteriore approfondimento di questa relazione e va quindi letto con attenzione.
Negli ultimi decenni la Spagna ha vissuto un accelerato e radicale processo di secolarizzazione che ha riguardato la fine della precedente società cristiana e anche, come sempre accade in questi casi, il rovesciamento dell’etica pubblica. La laicizzazione ha prodotto il nichilismo morale soprattutto con l’introduzione di leggi contro la vita e la famiglia. Di recente, aperture ad un possibile ridimensionamento dell’inviolabilità del sigillo sacramentale della Confessione si sono accompagnate al progetto di inserire in Costituzione il diritto all’aborto, come già accaduto in Francia. Il Papa ha parlato a questa Spagna, che non è più una nazione cristiana e lo ha fatto seguendo tre piste tematiche: innanzitutto ha ricordato la storia cristiana della nazione, durante la quale la Chiesa e la religione cattolica hanno animato una luminosa civiltà; quindi ha descritto il quadro dei principi e dei valori che, anche dopo quel periodo di cristianità, devono essere mantenuti in quanto espressione della natura dell’uomo; infine ha parlato dell’aiuto che la religione può ancora dare alla società spagnola, se le viene concessa la libertà.
A proposito della prima di queste piste, Leone ha ricordato il Don Chisciotte, santa Teresa d’Avila, Miguel de Unamuno, la Scuola di Salamanca, in particolare l’opera del frate domenicano Francisco de Vitoria, che ha contribuito a fondare il moderno diritto internazionale sul «valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere». In realtà il pensiero di de Vitoria non era moderno, ma ancora legato ad una visione interna alla societas christiana, e il giusto appello nei suoi confronti non deve condurre a sovrapporre tra loro il diritto naturale cristiano e il diritto moderno degli Stati sovrani. A questo proposito papa Leone si lascia sfuggire un “mea culpa” per la Chiesa che non sarebbe stata completamene all’altezza di questa tradizione, come nella Magnifica humanitas aveva chiesto scusa per il ritardo con cui essa aveva lottato contro la schiavitù: affermazioni non molto attendibili dal punto di vista storico. A parte questo, bene ha fatto il Papa a ricordare questa storia passata, a dire che essa «appartiene alle grandi eredità della Spagna».
Il passaggio alla seconda pista indicata sopra avviene proprio sulla inviolabilità della persona umana come criterio ultimo della giustizia, inviolabilità sulla quale convergono la Rivelazione e la ragione che «può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». La parte più consistente del discorso si è snodata proprio a rivolgere «una parola forte e decisa a coloro che hanno una forte responsabilità di ordinare giuridicamente la convivenza sociale». Queste parole “forti e decise” hanno riguardato la difesa della vita umana in tutte le sue fasi, e che non «lascia nell’ombra un bambino non ancora nato»; quindi la protezione della famiglia «prima realtà umana e fondamento naturale della comunità»; poi l’educazione nella quale bisogna «sempre rispettare il diritto primario e inalienabile dei genitori nello scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli». Non c’è dubbio che in questo discorso vengano ribaditi in modo inequivocabile i “principi non negoziabili”, pur senza chiamarli così. Ciò vale anche se il discorso passa subito a parlare del «tragico dramma migratorio» equiparandolo ai tre precedenti, mentre tra loro c’è una notevole differenza, dato che per i primi tre siamo davanti a degli assoluti morali negativi. Di interesse, comunque, il realismo con cui si danno indicazioni per affrontare il problema: che ci siano «reali possibilità di integrazione» e che si promuova «il diritto di rimanere nella propria terra».
La terza pista tra quelle indicate all’inizio porta papa Leone a riflettere sulle società democratiche e sul loro concetto di libertà, soprattutto della libertà religiosa. Leone affronta la questione non basandosi sui diritti del cattolicesimo ma sulla libertà di religione, per la quale «la fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio».
Qui si apre una questione rilevante, meritevole di approfondimento. Nonostante il riferimento iniziale al contributo del cattolicesimo alla grandezza della civiltà spagnola, nonostante le osservazioni finali del Papa che, prendendo spunto da fregi e dipinti che ornano l’aula delle Cortes, ha ricordato come «la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana», non emerge nel discorso alcun diretto riferimento alla religione cattolica come religio vera, avente quindi un ruolo unico nella purificazione della ragione politica, non motivato solo da ragioni culturali e storiche. Quando si rivendicano dei suoi diritti lo si fa solo in riferimento al principio della libertà religiosa, quindi con un criterio valido per tutte le religioni, e adoperando le parole fede o religione in senso generale. Ma se il cattolicesimo è la religio vera e se, per questo, la politica ne ha bisogno, la sua posizione nella vita pubblica cambia, rispetto sia all’autorità che alle altre religioni. Sul punto si nota una qualche differenza con Benedetto XVI e i suoi discorsi davanti ad altri parlamenti.
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