Chat di Delmastro, il confine fra immunità e giustizia
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Proteggere il Parlamento non significa proteggere Delmastro. Consentire le indagini non significa autorizzare una pesca a strascico nelle comunicazioni private. Il confine tra questi due principi è il vero nodo della questione.
Il voto della Camera era in qualche misura prevedibile, ma non per questo meno significativo. Con 206 voti favorevoli e 133 contrari, l'Aula ha negato alla Procura di Roma l'autorizzazione ad acquisire e utilizzare le conversazioni tra l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro e Mauro Caroccia. Il voto ha provocato una bagarre in Aula e ora potrebbe aprire un nuovo fronte istituzionale: la Procura valuterà, alla luce delle motivazioni della Camera, se sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.
Per capire la vicenda bisogna tornare alla Bisteccheria d'Italia, il ristorante di via Tuscolana a Roma nato nel 2025 dalla società Le 5 Forchette. Delmastro, allora sottosegretario alla Giustizia, ne possedeva il 25%; un'altra quota era riconducibile a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, oggi detenuto e già condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni nell'ambito delle vicende legate al clan Senese. Mauro Caroccia e la figlia sono ora indagati per riciclaggio e intestazione fittizia di beni nell'inchiesta sulla Bisteccheria. Delmastro, invece, non è indagato.
La Procura sta cercando di ricostruire soprattutto la provenienza dei capitali utilizzati per avviare l'attività, chi abbia realmente finanziato l'operazione e quale fosse il ruolo dei diversi soci. Per questo è stato sequestrato il cellulare di Mauro Caroccia, non quello di Delmastro. Ed è un punto decisivo: gli investigatori hanno chiesto alla Camera di poter acquisire le conversazioni contenute in quel telefono tra Caroccia e il parlamentare.
Delmastro, peraltro, non si è opposto all'utilizzo delle chat. Le conversazioni erano state depositate anche dalla difesa di Caroccia e lo stesso ex sottosegretario le aveva trasmesse spontaneamente ai magistrati.
Qui si confrontano due ragioni entrambe legittime. Da una parte, la Procura sostiene che quelle chat possano essere importanti per ricostruire la nascita della società, i rapporti tra i soci e l'origine del denaro. Se un parlamentare è stato socio di una società finita al centro di un'indagine antimafia, appare ragionevole che i magistrati possano verificare le comunicazioni direttamente collegate a quell'attività. Delmastro non è indagato e quelle conversazioni potrebbero persino contribuire a escludere un suo coinvolgimento consapevole.
Dall'altra parte, però, la richiesta della Procura appare, per come è stata formulata, molto ampia. Non sarebbe stato indicato con sufficiente precisione l'arco temporale delle conversazioni né un perimetro rigoroso dei messaggi da acquisire. Il rischio è quindi quello di un'acquisizione esplorativa: non la ricerca di una prova già individuata, ma la ricerca di qualcosa che potrebbe emergere dall'esame delle comunicazioni.
È un problema che, almeno in linea di principio, esisterebbe anche se Delmastro fosse un normale cittadino. Un telefono contiene conversazioni personali, familiari, professionali e politiche. La prova deve essere cercata sulla base di un'ipotesi investigativa determinata, rispettando i criteri di necessità, proporzionalità e selettività, altrimenti si degenera in pericolose violazioni della sfera intangibile di riservatezza delle persone coinvolte.
Ed è qui che va corretto un argomento utilizzato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il ministro ha evocato il rischio che, una volta ottenuto l'accesso al telefono, i magistrati potessero leggere altre conversazioni private di Delmastro, comprese quelle con Giorgia Meloni, con lo stesso Nordio o con altri interlocutori. Ma il telefono sequestrato è quello di Caroccia, non quello di Delmastro. Sotto questo profilo, parlare della privacy del telefono di Delmastro è dunque fuori bersaglio: l'autorizzazione della Camera non avrebbe consentito ai pm di perquisire il suo smartphone.
Questo non significa però che l'articolo 68 della Costituzione sia irrilevante. La norma non protegge semplicemente la privacy personale del parlamentare: tutela soprattutto l'autonomia e la libertà della funzione parlamentare. La Corte costituzionale ha chiarito che la garanzia può operare anche quando l'attività investigativa riguarda il telefono di un terzo, se l'obiettivo è acquisire comunicazioni del parlamentare.
L'articolo 68, inoltre, non è sinonimo di impunità. La disciplina fu profondamente modificata nel 1993, dopo Tangentopoli. Con la legge costituzionale n. 3 del 29 ottobre 1993 venne eliminata la più ampia autorizzazione parlamentare a procedere che aveva caratterizzato la Prima Repubblica. Rimase l'insindacabilità per opinioni e voti espressi nell'esercizio delle funzioni e fu conservata l'autorizzazione della Camera per alcuni atti particolarmente invasivi, come perquisizioni, arresti, intercettazioni e sequestro di corrispondenza.
La vera questione, dunque, non è se Delmastro debba essere “protetto” o se la magistratura debba essere lasciata libera di indagare. È se la Procura abbia formulato una richiesta sufficientemente precisa e proporzionata per acquisire le comunicazioni di un parlamentare. La critica più solida alla Procura riguarda proprio questo punto: negare una richiesta generica non significa sostenere che le chat non possano mai essere acquisite. Significa chiedere che siano individuate le conversazioni pertinenti, il periodo interessato e le ragioni della loro necessità.
Allo stesso modo, però, non è convincente giustificare il diniego parlando della privacy del telefono di Delmastro: quel telefono non è mai stato sequestrato.
Il caso Bisteccheria mette così a confronto due principi entrambi essenziali: da una parte l'esigenza della magistratura di poter raccogliere le prove di un'inchiesta che riguarda anche ipotesi di riciclaggio con aggravante mafiosa; dall'altra la necessità di impedire acquisizioni indiscriminate e di proteggere le prerogative parlamentari.
Proteggere il Parlamento non significa proteggere Delmastro. Consentire le indagini non significa autorizzare una pesca a strascico nelle comunicazioni private. Il confine tra questi due principi è il vero nodo che ora dovrà essere eventualmente affrontato dalla Corte costituzionale.

