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GOLFO PERSICO

La nuova alleanza fra sunniti che rimescola le carte in Medio Oriente

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Alla Mecca, il luogo più santo dell’islam, tre potenze sunnite, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato un accordo di mutua difesa. L'obiettivo è proteggersi dall'Iran. Ma ciascuno dei tre ha un altro nemico in mente.

Esteri 10_08_2026
Fuochi d'artificio a Lahore (Pakistan) per celebrare la firma degli Accordi della Mecca (AP)

Una delle conseguenze non intenzionali della guerra in Iran si è materializzata venerdì 7 agosto, con l’alleanza inedita fra tre potenze sunnite. Alla Mecca, il luogo più santo dell’islam, si sono trovati a pregare il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il premier pakistano Shehbaz Sharif e il principe reggente saudita Mohammed Bin Salman. Oltre alla preghiera hanno avuto anche il tempo per il negoziato. Quel che ne è risultato è un nuovo Accordo di Difesa Congiunta che prende il nome dalla Mecca, la città in cui è stato siglato dalle tre parti.

L’accordo prevede una mutua difesa, in stile Nato, affermando che “un attacco a una delle parti è un attacco a tutti”. Unisce nello stesso blocco il più ricco paese sunnita, l’Arabia Saudita (che è soprattutto la protettrice della Mecca e di Medina), l’unica potenza nucleare musulmana, il Pakistan, e il più potente esercito della regione, la Turchia. Tuttavia il testo non prevede alcun automatismo. E i precedenti non fanno ben sperare la parte aggredita. Se i nemici sciiti, l’Iran o la milizia degli Houthi, dovessero attaccare di nuovo il territorio saudita, cosa potrebbero fare Turchia e Pakistan? Il precedente è l’accordo di mutua difesa fra Pakistan e Arabia Saudita: il primo non ha mosso un dito per difendere la seconda dai raid degli Houthi e dai missili iraniani lanciati come rappresaglia attraverso il Golfo Persico.

Tuttavia l’accordo trilaterale (che completa quello bilaterale fra sauditi e pakistani) serve come deterrente nei confronti dell’Iran e di “chiunque minacci” (come è specificato nel patto) l’integrità di uno dei tre Stati. È un segnale politico, di riavvicinamento e concordia fra tre potenze musulmane sunnite, legittimato solennemente da una firma proprio nella città della Mecca.

Se non sorprende un rafforzamento di legami già molto solidi fra Pakistan e Arabia Saudita, la vera sorpresa è l’alleanza fra quest’ultima e la Turchia di Erdogan. I sauditi sono nemici dei Fratelli Musulmani, che ne minacciano la stabilità interna. E il presidente turco è, se non un esponente dichiarato della Fratellanza, un suo grande promotore politico ed economico. Finora avevamo assistito alla contrapposizione fra due blocchi sunniti nella regione: Qatar e Turchia (pro Fratelli Musulmani) da una parte, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dalla parte opposta. Il riavvicinamento fra Ankara e la monarchia di Riad segna dunque un punto di svolta, dettato da un’esigenza di sicurezza da un nemico esterno comune, molto più grave rispetto alle liti interne al blocco sunnita.

Questo nemico comune, nell’immediato, è sicuramente l’Iran. Tuttavia, ciascuno dei tre firmatari dell’Accordo della Mecca, ha almeno un retropensiero, un altro nemico che pensa di combattere e contro il quale preferisce raccogliere altri alleati potenti. La Turchia pensa soprattutto a Israele, da tradizionale alleato dei predecessori laici di Erdogan a nuovo potenziale nemico. L’Arabia Saudita si sente minacciata dall'Iran e dagli Houthi in Yemen e nella ricerca di nuovi accordi per la sicurezza tradisce una certa sfiducia nei confronti dell’alleato statunitense. Sia Turchia, sia l’Arabia Saudita affermano che il nuovo Accordo della Mecca non si sostituisce alla Nato (per la Turchia), né all’alleanza con gli Usa (per i sauditi), ma semmai è complementare. Tuttavia è impossibile non notare il cambiamento: finora, soprattutto i sauditi, erano dipendenti unicamente dagli Stati Uniti quanto ad armamenti e protezione militare. Con la guerra in Iran e la percezione netta che gli Usa non stiano facendo gli interessi dei paesi arabi del Golfo (o non riescano a proteggerli), qualcosa si è evidentemente incrinato.

Più complicata la posizione del Pakistan, lontano dalle logiche strettamente mediorientali. Il suo unico vero nemico è l’India. E con l’India stava per entrare in guerra a seguito di un grave attentato islamico nel Kashmir, nel 2025, a cui sono seguiti una serie di scontri aerei fra le due potenze nucleari. Il Pakistan è alleato di vecchia data degli Usa, ma è anche un partner strategico della Cina, a cui concede territorio e infrastrutture per la Nuova Via della Seta e da cui compra armamenti di ultima generazione. Per il Pakistan, dunque, l’alleanza con le altre due potenze sunnite è utile per avere soldi e legittimazione islamica, eventualmente un deterrente in più contro l’India.

La nuova alleanza rischia, alla lunga di far saltare o quantomeno ridimensionare gli Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita ha mantenuto buoni rapporti con lo Stato ebraico, anche se non ha ancora firmato gli Accordi per la normalizzazione delle relazioni con Gerusalemme. L’alleanza fra Turchia e Arabia Saudita potrebbe allontanare la loro firma e cambiare di nuovo lo scenario, facendo tornare in auge la tradizionale politica pro-Palestina di Riad.