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BALLOTTAGGI NEI COMUNI

Amministrative, secondo round: vince l'astensione

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Nei ballottaggi delle elezioni amministrative, il centrodestra tiene e festeggia, il centrosinistra prende complessivamente più comuni e festeggia. Ma il vero vincitore è l'astensionismo con metà degli italiani chiamati alle urne che son rimasti a casa.

Politica 09_06_2026
Al voto per le comunali (ImagoEconomica)

Anche questa volta il primo vincitore dei ballottaggi per le amministrative è il partito dell’astensione. L’affluenza definitiva si è attestata, infatti, al 52%, in calo di oltre otto punti rispetto al primo turno quando era al 60,48%.

Il voto amministrativo di domenica e lunedì ha riguardato complessivamente 41 comuni sopra i 15mila abitanti, inclusi 6 capoluoghi di provincia, per un totale di circa 1,1 milioni di elettori. Inoltre, si è votato al primo turno per le amministrative in 148 comuni della Sardegna. L’eventuale ballottaggio si terrà nelle giornate di domenica 21 e lunedì 22 giugno.

Tra le 18 città più importanti il centrosinistra prende 10 sindaci, il centrodestra 6 e le liste civiche 2. Nei 6 capoluoghi di provincia è pareggio. Ad Arezzo, Lecco e Macerata vince il centrodestra; ad Agrigento, Trani, Chieti prevale il centrosinistra. A Vigevano, con il centrodestra diviso, vince comunque il candidato di Forza Italia. A Legnano, per soli 400 voti di differenza, si conferma sindaco Lorenzo Radice (centrosinistra) contro il candidato di centrodestra Mario Almici, di Fratelli d’Italia.

Nel complesso si tratta di un pareggio che lascia le cose immutate, nonostante l’esultanza di Giorgia Meloni, che ha commentato a spoglio ultimato: «I risultati confermano ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori. Avanti così, con serietà e concretezza». Il campo largo esulta soprattutto per la vittoria schiacciante di Agrigento, che interpreta come un avviso di sfratto alla giunta regionale siciliana presieduta da Renato Schifani.

Nel complesso, però, si tratta di un test scarsamente significativo, il cui unico segnale rilevante appare l’incremento ulteriore degli astenuti. Il crollo della partecipazione al voto è un segnale inequivocabile di disaffezione alla politica, anche di quella che si fa sui territori e che dovrebbe essere più vicina alla gente. Un dato su cui riflettere. Nonostante il moltiplicarsi di liste civiche al di fuori dei partiti, quasi un elettore su due (in alcune realtà anche più di un elettore su due) non è andato a votare. In che cosa sperano questi cittadini delusi che sempre più spesso disertano le urne? Nella democrazia elettronica, nel potere esercitato per via digitale?

Se si eccettua il secondo turno delle amministrative in Sardegna, non sono previste altre elezioni prima del 2027, anno in cui scadranno amministrazioni importanti come Roma e Milano e si voterà per le elezioni politiche (salvo l’ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere, che appare assai remota). Ora centrodestra e centrosinistra devono riflettere su come suscitare interesse nell’elettorato e su come frenare le spinte centrifughe, che in ambito locale portano alla frantumazione del consenso in tante liste civiche e su base nazionale alimentano i cosiddetti cespugli, che però nei sondaggi vengono accreditati di numeri apprezzabili. Il nuovo movimento di Vannacci, che si avvicina alla sua assemblea costituente, veleggerebbe tra il 4 e il 5%, mentre la prossima settimana a Milano i centristi di Calenda, Picierno, Monti, Cottarelli presenteranno un nuovo cartello di forze europeiste tendenzialmente di sinistra, ma che potrebbero pescare voti sia nel Pd che in Forza Italia, disturbando gli equilibri nelle due coalizioni.

È ancora presto per tirare conclusioni, ma intanto le valutazioni dei sondaggisti parlano chiaro: alle politiche, con l’attuale legge elettorale, il pareggio, e quindi il caos dell’ingovernabilità, appare la prospettiva più concreta; con un’altra legge elettorale come quella che il centrodestra vorrebbe approvare in fretta e furia c’è il rischio incostituzionalità e, per un centrodestra scosso dal fenomeno Vannacci, assai divisivo, anche il pericolo di un sorpasso da parte di un campo largo in grado di ricompattarsi. Il premio di maggioranza assegnato alla coalizione che prende più voti e supera almeno il 42% raccogliendo il 55% dei seggi potrebbe essere infatti alla portata di un centrosinistra che sbanda sulle ali estreme ma che con le iniziative riformiste organizzate da Renzi e soci raggiungerebbe ampiamente quella soglia.