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ANNIVERSARIO

Family Day, 10 anni dopo: ricominciare dalla verità sulla famiglia

Molto è cambiato da quella imponente manifestazione del 30 gennaio 2016 al Circo Massimo, soprattutto c'è ormai una grave confusione, anche nella Chiesa, su cosa sia famiglia. Riprendiamo la Nota CEI del 2007 e la Lettera di Ratzinger del 1986.

Editoriali 30_01_2026

Esattamente in questo giorno di dieci anni fa, il 30 gennaio 2016, si svolgeva a Roma, al Circo Massimo, una imponente manifestazione: il secondo Family Day nel giro di pochi mesi (il primo era stato il 20 giugno 2015), con la mobilitazione di centinaia di migliaia di persone. Era una vera risposta di popolo al tentativo di riconoscere per legge le unioni civili tra persone dello stesso sesso (il ddl Cirinnà, poi diventato legge con alcuni emendamenti).

Erano Family Day molto diversi rispetto a quello del 2007 che contestava il progetto dei Dico, ovvero il riconoscimento delle unioni di fatto, che in effetti non passò. Se quello del 2007 infatti aveva il favore, e anzi la regia, dei vertici della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) allora guidata dal cardinale Camillo Ruini, i due Family Day del 2015-2016 si svolsero in un clima di distacco e anche di divisione tra i vescovi: tutti ricorderanno l’attivismo del segretario della CEI, monsignor Nunzio Galantino (che aveva un filo diretto con papa Francesco), per impedire addirittura lo svolgimento della manifestazione al Circo Massimo, mentre il presidente della CEI, il cardinale Angelo Bagnasco due settimane prima espresse il suo favore all’iniziativa. L’appoggio tardivo di altri vescovi sulla scia di Bagnasco non tolse però l’impressione di un popolo che si era mosso nell’assenza dei suoi pastori.

La differenza non stava soltanto sull’opportunità di scendere in piazza ma proprio sui contenuti: nel 2007 una Nota della CEI «a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto» giudicava «la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo»; nel giro di pochi anni importanti ecclesiastici e lo stesso papa Francesco andarono ben oltre i Dico esprimendosi a favore del riconoscimento dei diritti per le unioni civili anche fra persone dello stesso sesso a patto che non fossero equiparate al matrimonio.

Allo stesso modo era cambiata l’aria nella politica: se l’iter dei Dico (“Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi” era il titolo del disegno di legge) non arrivò mai a compimento per la caduta del governo Prodi che li aveva promossi (co-autrice la “cattolica” Rosy Bindi) ma anche per l’opposizione parlamentare, il ddl Cirinnà invece è diventato legge con la mediazione e il sostegno di alcuni parlamentari “cattolici”, Maurizio Lupi in testa.

Ricorrendo il decimo anniversario della grande manifestazione al Circo Massimo è inevitabile guardare a cosa è accaduto in questo tempo e dove siamo sul tema della famiglia.

Non staremo qui a ripetere considerazioni già abbondantemente fatte negli anni passati sul modo sciagurato in cui è stato disperso il patrimonio del Family Day - tra divisioni personali e opposte strategie politiche votate al fallimento -  né a recriminare su quello che poteva essere e non è stato.

Guardiamo invece al presente. La sensazione è che un altro Family Day oggi sia impossibile, non per mancanza di argomenti, ma perché – oltre alle conseguenze delle precedenti manifestazioni - nei più si è oggettivamente affievolita la consapevolezza della posta in gioco. E in questo hanno avuto un ruolo determinante i pastori della Chiesa, sempre più condizionati dalla lobby Lgbt: basti solo ricordare la Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fiducia Supplicans, del 18 dicembre 2023, con cui si dà il via libera alla benedizione delle coppie omosessuali. Come si può pensare che il popolo cattolico sia compatto nel difendere la famiglia naturale quando i primi a picconarla sono i vescovi?

Malgrado ciò dagli eventi di dieci anni fa è uscita rafforzata una parte dell’associazionismo pro-family, in particolare quello che oggettivamente è diventato il principale punto di riferimento nazionale per le battaglie pubbliche, ovvero Pro Vita & Famiglia. Significativo è che ad essere presenti e vitali siano le associazioni nate e cresciute al di fuori dell’ombrello ecclesiastico, mentre il Forum delle Associazioni Familiari - che fino al Family Day del 2007 aveva giocato un ruolo importante di pressione sulla politica - ormai esiste solo sulla carta, soffocato proprio dalla dipendenza dalle gerarchie ecclesiastiche.

Una situazione di cui pare non abbiano intenzione di accorgersi i palazzi della politica, di cui il Forum delle Famiglie resta comunque interlocutore privilegiato.

E a proposito di politica bisogna riconoscere che gli ultimi governi hanno se non altro cominciato a porsi il problema dell’attenzione alla famiglia, se non altro dal punto di vista economico e con il pensiero rivolto alla drammatica crisi demografica che stiamo vivendo. Per ora assegno unico e poco altro; diciamo pure che è nulla rispetto alla necessità che ci sarebbe di vere politiche familiari da porre a fondamento di tutta la politica.

In ogni caso anche questi balbettii politici avvengono in un contesto in cui è diventato impossibile intendersi sul significato di famiglia. Nella prassi politica e legale ormai è stata livellata ogni distinzione tra la famiglia naturale – fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e aperta alla generazione della vita – e qualsiasi altra unione o convivenza; per cui quando la politica parla di famiglia ormai si riferisce a qualsiasi cosa. Ma quando tutto diventa famiglia, nulla lo è più.

Proprio da qui bisognerebbe ripartire, riaffermando con chiarezza cosa è la famiglia e perché solo la famiglia naturale può essere considerata la cellula fondamentale della società, meritevole perciò di una cura particolare. È un discorso che vale anche, e soprattutto, per la Chiesa: non basta attestarsi sulla linea “unioni civili va bene, ma senza confonderle con la famiglia naturale”, e considerare perciò un successo la legislazione italiana.

Per amore della verità bisogna tornare a quanto scritto nella Nota della CEI del 2007, ovvero che la legalizzazione delle diverse unioni è «inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo».

Bisogna tornare ad insegnare con chiarezza le affermazioni fatte dall’allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Lettera ai vescovi sulla cura pastorale delle persone omosessuali: ovvero che «scegliere un'attività sessuale con una persona dello stesso sesso equivale ad annullare il ricco simbolismo e il significato, per non parlare dei fini, del disegno del Creatore a riguardo della realtà sessuale», avendo chiaro che «quando respinge le dottrine erronee riguardanti l'omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico».

Osiamo sperare che così come il pontificato di Francesco ha portato da questo punto di vista una grande confusione, Leone XIV possa almeno riportare la Chiesa nel solco della verità.



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