• EDITORE O SOCIAL NETWORK?

Facebook può censurare. Lo dice la magistratura

Una sentenza dà ragione a Facebook. Una donna, che aveva postato un video di una parlamentare contraria al vaccino, dopo essere stata sospesa aveva fatto causa a Meta (proprietaria del social network). Il tribunale di Varese ha riconosciuto il diritto di Meta alla censura. Ma allora è un editore, con una sua linea? O solo un'autostrada virtuale? 

Bruxelles, manifestazione per la regolazione di Facebook

A sentire loro sono solo “autostrade virtuali” e dunque, per usare una metafora, non possono occuparsi di ciò che avviene nella “circolazione dei veicoli”. Stiamo parlando di Facebook/Meta e delle altre piattaforme web e social, che continuano in realtà ad intervenire sull’esercizio della libertà d’espressione, spesso limitandola, ma poi invocano una irresponsabilità giuridica per i contenuti postati dagli utenti. In altri termini, l’emanazione di regole e il controllo sull’osservanza di quelle regole dovrebbero spettare a soggetti pubblici, ad autorità legittimamente elette o nominate.  Invece, nella giungla del web, a operare selezioni di contenuti e persone sono spesso i giganti della Rete, cioè soggetti privati e multinazionali che governano i flussi di informazioni, esercitando poteri immensi sui diritti delle persone, anche superiori a quelli degli Stati nazionali, e poi pretendono di non rispondere dei comportamenti illeciti dei singoli utenti.

La giurisprudenza ondivaga su questo tema del potere censorio delle piattaforme la dice lunga sulle incertezze che regnano ancora in materia e sulla necessità di regolamentare in maniera più chiara le prerogative e i limiti dei colossi del web. Negli ultimi giorni a far discutere è stata l’ordinanza n.1181 del Tribunale di Varese, depositata lo scorso 2 agosto, che ha riconosciuto il diritto di Facebook/Meta di cancellare un contenuto no vax e di bannare per 30 giorni il profilo che lo aveva ospitato. "I diritti degli utenti, anche la libertà d’espressione - si legge nella decisione - trovano precisi limiti a fronte di situazioni di emergenza e di rischio". In altri termini, il presunto diritto alla salute può prevalere sul diritto di esprimere una propria opinione sui vaccini. La protagonista della vicenda aveva condiviso sul proprio profilo del social fondato da Mark Zuckerberg un video di una parlamentare contraria al vaccino contro il Covid, senza fare alcun commento. Secondo il Tribunale di Varese, non solo Facebook/Meta può sopprimere quel contenuto, ma può anche sospendere l’account di chi lo pubblica, poiché sollevare dubbi sui possibili rischi dei vaccini equivale a fare “disinformazione sanitaria”. Quel comportamento, secondo gli amministratori del social, violava le condizioni contrattuali accettate al momento della registrazione perché "la pubblicazione di post dannosi e informazioni false sul Covid può essere pericolosa per la salute pubblica".

Vietato, quindi, esprimere opinioni sulla scienza che, peraltro, per definizione, è in evoluzione e dunque dovrebbe sempre aprirsi al dubbio. Tanto più in assenza di evidenze scientifiche inoppugnabili come nel caso dei vaccini, rispetto ai quali verità definitive non ce ne sono.

La donna che si è vista cancellare il post e sospeso l’account aveva definito "arbitraria, illecita e gravemente lesiva" dei propri diritti la decisione presa da Facebook/Meta, ma i giudici lombardi hanno dato ragione al colosso della Rete in quanto "la libertà di espressione è un diritto costituzionale che va bilanciato con gli altri diritti di rango costituzionale e, in questo caso, con la libertà di iniziativa economica, che consente a un’impresa di disciplinare tramite condizioni contrattuali il servizio che offre".

Ma è proprio questo il punto: strumenti come i social, chiamati a garantire un bene pubblico come la libertà d’informazione, correlata al pluralismo e al principio del contraddittorio, possono arbitrariamente selezionare i contenuti senza rispondere giuridicamente della liceità di quei contenuti?

Questa è anche la domanda che implicitamente si sono fatti alcuni parlamentari della Lega, che ieri hanno presentato un esposto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni per chiedere "chiarimenti e interventi urgenti per sanzionare la condotta scorretta del gruppo Meta in campagna elettorale". L’accusa dei parlamentari del Carroccio è circostanziata: "La società di Zuckerberg in Italia sta arbitrariamente oscurando e inibendo la divulgazione di contenuti delle pagine dei parlamentari della Lega e in generale di gruppi riferiti al centrodestra. A nulla sono valse le interlocuzioni delle ultime settimane con il Gruppo Meta nel tentativo di conoscere le ragioni di questa condotta fortemente pregiudizievole. L’azienda non ha fornito alcuna risposta né sul flusso organico della diffusione dei contenuti né sul blocco delle campagne pubblicitarie. Tutto ciò accade senza alcuna ragione o evidenza comunicata agli utenti, in un momento delicato come quello della campagna elettorale in cui dovrebbe prevalere più che mai il pluralismo della comunicazione".

Si ripetono quindi ciclicamente gli interventi a gamba tesa delle piattaforme sul terreno del godimento dei diritti individuali e permane grande incertezza sul potere di selezione e rimozione dei contenuti in capo a questi colossi del web che hanno in mano le chiavi dell’esercizio della libertà d’espressione di miliardi di persone sull’intero pianeta. Le nuove leggi europee in arrivo o già in via di applicazione, come quella sul copyright o sui servizi digitali (Digital Services Act), pur essendo animate dalla lodevole intenzione di contrastare la diffusione di contenuti illeciti sul web e di responsabilizzare sempre più le piattaforme, rischiano di accrescere il potere di algoritmi e filtri tecnologici saldamente nelle mani di Facebook/Meta, Twitter e degli altri giganti del web, che maneggiano i nostri dati e condizionano le nostre condotte. Decisioni come quella di Varese vanno peraltro in controtendenza rispetto ad altre pronunce recenti, che avevano condannato Facebook a risarcire utenti ingiustamente censurati e oscurati. La materia è alquanto delicata e resterà tale, almeno fino a quando non verrà disegnato sul piano legislativo un chiaro equilibrio tra poteri pubblici e libertà private rispetto all’esercizio dei diritti in Rete.

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