• IL DISCORSO ALLA CAMERA

Draghi indossa un elmetto più grosso di Zelensky

I toni maggiormente "soft" di Zelensky ieri in Parlamento contrastano con le parole di Draghi e del suo governo che si pongono in trincea sul fronte della reazione all'intervento armato russo, anche a costo di prestare il fianco a pesanti ritorsioni economiche di Mosca. L'Italia draghiana si presenta come una spericolata “testa di cuoio” atlantista a differenza degli altri Paesi Ue (come Francia e Germania) che guardano ai loro, giusti, interessi. 

Ieri a Montecitorio si è assistito a uno spettacolo per molti versi spiazzante, che solleva profondi interrogativi sulla politica italiana in relazione alla guerra russo-ucraina. Si è assistito, infatti, ad una vera e propria inversione dei ruoli tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il capo del governo italiano Mario Draghi, in cui il leader della nazione in guerra contro la Russia sembrava paradossalmente, per certi versi, più il secondo che il primo.

Zelensky, in collegamento video, ha pronunciato un discorso nel complesso piuttosto accorto: rimacando ovviamente la situazione drammatica in cui il suo paese si trova a causa dell'invasione russa ma non insistendo - a differenza che negli interventi analoghi tenuti presso altri parlamenti di paesi occidentali – né su enfatici paragoni storici né su richieste dalle implicazioni militari potenzialmente pesantissime come quella della “no fly zone” sulla Russia.

Al contrario, il capo di Stato ucraino si è concentrato soprattutto sulla urgenza di aiuti umanitari, e ha rimarcato il ruolo che potrebbe svolgere papa Francesco, con cui ha avuto un colloquio telefonico, in vista di una possibile mediazione. Sembrerebbe che Zelensky abbia imparato la lezione dei passi falsi compiuti in precedenti perorazioni, e in particolare nel discorso alla Knesset israeliana di qualche giorno fa, e abbia scelto una rimodulazione tattica dei suoi obiettivi, magari anche forse tenendo conto realisticamente del fatto che Roma è una sede molto meno decisiva di altre per le decisioni prese dall'Alleanza atlantica.

Tanto più, alla luce di queste osservazioni, salta agli occhi la differenza tra l'intervento di Zelensky e quello del presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, che ha preso la parola subito dopo. In netto contrasto con i toni più cauti usati dal presidente ucraino, il responsabile dell'esecutivo italiano nell'esprimere la sua solidarietà all'Ucraina ha scelto un approccio particolarmente diretto, aggressivo e bellicoso nei confronti di Mosca. Ha parlato di “arroganza del governo russo” e addirittura di “ferocia del presidente Putin”, di “inciviltà” degli invasori.

Ha dichiarato esplicitamente che «l'Italia vuole l'Ucraina nell'Unione europea», scavalcando a pié pari le cautele mostrate da alte autorità della Ue come il rappresentante per la politica estera Borrell e da altri governi aderenti: evidentemente consapevole di collocarsi in una posizione di scontro frontale con la Russia anche su questo punto. E infine ha sottolineato, confermando e rafforzando la decisione di fornire all'Ucraina anche armamenti, che «di fronte ai massacri, dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza».

Comunque si giudichino i contenuti delle decisioni governative italiane, va rimarcato che quelli usati da Draghi sono toni particolarmente forti. Toni in linea, d'altra parte, con le spericolate dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio – in particolare l'infelice definizione di “animale” all'indirizzo del presidente russo Putin, che ha suscitato reazioni molto dure da parte del governo di Mosca – e con le altrettanto spericolate invettive lanciate contro Putin dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che lo ha definito, come è noto, un “dittatore sanguinario” e un “criminale di guerra”.

Parrebbe, ascoltando l'intervento di Draghi, che la principale preoccupazione dell'esecutivo italiano sia oggi quella di segnalare la propria totale adesione alla linea di totale chiusura verso Putin dettata dall'attuale amministrazione statunitense. A quanto pare Draghi e il suo governo tengono particolarmente a porsi in trincea «senza se e senza ma», sul fronte della reazione occidentale all'intervento armato russo, anche a costo di prestare facilmente il fianco a pesanti ritorsioni economiche e diplomatiche – e auguriamoci non più gravi – da parte di Mosca, e in singolare contrasto con il ruolo politico evidentemente marginale svolto finora dall'Italia su questo tema nel consesso atlantico e in quello europeista, vista l'esclusione da essa subìta dai vertici più importanti.

L'Italia draghiana sembra volersi presentare come una spericolata “testa di cuoio” atlantista, quasi a voler far risaltare, agli occhi di Washington, la differenza tra il proprio contegno zelante e quello dei due maggiori paesi Ue, Francia e Germania, ciascuno impegnato a suo modo, pur nel quadro di una generale concordanza, a salvaguardare i propri spazi di manovra. Si tratta di un approccio che manda bruscamente in soffitta la politica estera tenuta per più di settant'anni dall'Italia all'interno della cornice della Nato e dell'alleanza con gli Stati Uniti.

Nelle diverse fasi storiche e nelle diverse situazioni di conflitto internazionale succedutesi a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, infatti, il nostro paese aveva sempre mantenuto finora una strategia che conciliava la sostanziale fedeltà occidentale con una spiccata propensione al dialogo con interlocutori eterogenei e spesso non facili, dai paesi arabi e mediorientali a quelli africani alla stessa Russia, prima e dopo la fine dell'Unione sovietica.

Nel contesto del dopo-guerra fredda, poi, anche quando l'Italia è stata coinvolta direttamente o indirettamente in operazioni militari sotto l'egida statunitense (dalla guerra del Golfo a quella jugoslava, fino ai conflitti afghano e iracheno) i suoi governi hanno sempre cercato di salvaguardare una posizione per quanto possibile autonoma, in continuità con i propri tradizionali interessi nazionali, e funzionale a possibili sviluppi diplomatici.

Nell'atteggiamento assunto dal governo Draghi sulla crisi ucraina sembra rimasto ben poco, per non dire nulla, di quella tradizione, e non si scorge nessun chiaro riferimento a qualcosa che si possa definire interesse nazionale. Come la preoccupazione per l'interesse nazionale appare del tutto assente nella scelta di abbandonare tout court il mercato russo da parte di alcune grandi aziende italiane, in stridente contrasto con le decisioni prese da altri paesi (si veda, da ultimo, quella della Renault, che continuerà a prdurre nei suoi stabilimenti di quel paese). Ci si domanda se questa svolta sia stata effettivamente discussa nella compagine governativa, e condivisa consapevolmente da tutte le forze che ne fanno parte. E si moltiplicano i timori per una deriva sempre più pericolosa e priva di bussola della nostra politica estera.

 

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