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Dietrofront di Israele, riaperto il Santo Sepolcro la ferita resta

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Dopo aver sbarrato la strada al patriarca Pizzaballa, le autorità israeliane cedono alle pressioni internazionali permettendo nuovamente di celebrare i riti pasquali nel luogo della Risurrezione. Una marcia indietro tardiva e insufficiente.
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Esteri 31_03_2026
La Presse  (Ammar Awad/Pool Photo via AP)

Accordo raggiunto tra Patriarcato latino, Custodia di Terra Santa e polizia israeliana per consentire, seppur con limitazioni, lo svolgimento delle celebrazioni pasquali nella Basilica del Santo Sepolcro. Le autorità israeliane garantiranno l’accesso ai rappresentanti delle Chiese cristiane, che potranno così celebrare le liturgie pasquali. L’intesa è stata resa nota congiuntamente dal Patriarcato e dalla Custodia, nel rispetto dell’attuale stato di guerra e delle restrizioni vigenti sugli assembramenti pubblici. Le Chiese garantiranno la trasmissione in diretta delle liturgie e delle preghiere ai fedeli di Terra Santa e nel resto del mondo. Dunque, non una semplice correzione di rotta, ma una brusca marcia indietro. Inevitabile e politicamente sbagliata.

A imprimere una svolta è stata anche la pressione istituzionale. Determinante, secondo il Patriarcato e la Custodia di Terra Santa, il contributo del presidente Isaac Herzog, al quale vengono riconosciuti la «pronta attenzione» e il «prezioso intervento», con il richiamo al fatto che «salvaguardare la libertà di culto rimane un dovere fondamentale e condiviso». Un’azione accompagnata da quella di numerosi capi di Stato e rappresentanti internazionali, intervenuti con rapidità, esprimendo posizioni nette e, in diversi casi, un sostegno diretto. Un fronte compatto che ha accelerato la soluzione, ma che al tempo stesso evidenzia la portata dell’incidente.
Dopo molte ore di grande tensione, Benjamin Netanyahu ha permesso di superare la situazione di stallo che nel giro di poche ore, era sfuggita di mano al governo. Un ordine perentorio, affidato a un post su X, ha riaperto l’accesso della basilica al cardinale Pierbattista Pizzaballa. Ma troppo tardi per cancellare l’incidente. Perché nelle crisi simboliche – e Gerusalemme vive di simboli prima ancora che equilibri – il fattore tempo pesa quanto, se non più, delle decisioni stesse.

Perché il punto non è il dietrofront. È l’errore iniziale. Una pattuglia di poliziotti che sbarra la strada al patriarca latino di Gerusalemme e al custode di Terra Santa, impedendo loro di entrare al Santo Sepolcro è un’azione non comune. Non si tratta di fedeli qualsiasi o di visitatori anonimi. Sono state fermate e respinte le massime autorità della Chiesa cattolica, dirette in un luogo che non è solo uno spazio religioso, ma un nodo delicatissimo di storia, diritto e potere. Un fatto senza precedenti, almeno nella sua evidenza, nella sua esposizione pubblica, nella sua carica simbolica.

La giustificazione ufficiale – la sicurezza – regge fino a un certo punto. Perché la sicurezza, quando diventa discrezionale, smette di essere protezione e si trasforma in strumento. E quando lo strumento incide su uno dei pilastri più fragili della convivenza a Gerusalemme – lo Status Quo dei luoghi santi – il problema non è più operativo. È politico. È qualcosa che riguarda tutto il sistema. Il riferimento allo Status Quo non è retorico. È il cuore della questione. È quell’equilibrio, costruito nei secoli e formalizzato in epoca ottomana, che regola l’accesso, le competenze e le prerogative delle diverse confessioni cristiane nei luoghi santi. Un sistema rigido, spesso farraginoso, ma proprio per questo essenziale: perché evita che ogni gesto si trasformi in contesa, che ogni decisione diventi conflitto aperto.

Intervenire su quel meccanismo significa toccare un nervo scoperto. Significa mettere in discussione non solo una prassi, ma un principio. Non a caso, la reazione della Chiesa è stata durissima. Non diplomatica, non sfumata: netta. Una violazione senza eguali nell’epoca moderna. Parole pesate, calibrate, ma inequivocabili. Perché in gioco non c’era solo una celebrazione negata, ma qualcosa di più profondo: la percezione di una progressiva compressione degli spazi di autonomia religiosa, di una “normalizzazione” delle restrizioni, giustificate dall’emergenza.
Da questo punto di vista la storia non è più un semplice susseguirsi di fatti, ma acquista valore emblematico. Perché non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che potrebbe accadere ancora. Se il principio passa – se l’idea che la sicurezza possa sospendere, anche temporaneamente, diritti consolidati – allora il precedente è destinato a pesare. Non oggi. Ma domani. E dopodomani.E tuttavia, proprio nel momento di massima tensione, emerge un secondo livello di lettura. Più sottile. Più politico. In un certo senso, più gerosolimitano.

Da un lato, c’è il documento ufficiale del Patriarcato: fermo, quasi accusatorio. Dall’altro, le parole dello stesso cardinale Pierbattista Pizzaballa – affidate a due interviste televisive, la prima domenica sera, la seconda ieri mattina – che, a poche ore di distanza dai fatti, abbassa i toni e definisce l’episodio un «grave malinteso». Parole che ricompongono ed evitano lo scontro frontale. Non è ambiguità. È consapevolezza. La consapevolezza che a Gerusalemme ogni crisi ha una memoria lunga e ogni frattura, se non gestita, rischia di diventare permanente. È la diplomazia della “porta accanto”. Quella che si esercita non nei palazzi, ma nei varchi. Nei luoghi dove autorità diverse – religiosa, civile, militare – s’incontrano, e talvolta si scontrano. E allora la scelta del cardinale Pizzaballa appare per quello che è: un tentativo di contenere il danno senza rinunciare al principio. Di denunciare senza incendiare. Di tenere insieme due esigenze, che in altri contesti, sarebbero inconciliabili: la fermezza e la convivenza.

Ma la ferita, comunque, resta. Resta nell’immagine – potentissima – di un’autorità militare, che per la prima volta, in modo esplicito, sfida quella religiosa sulla soglia del luogo più sacro della Cristianità. Resta, soprattutto, nella domanda che questo episodio lascia sospesa: quanto è ancora solido lo Status Quo? Anche perché le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Gli Stati Uniti, per voce dell’ambasciatore a Gerusalemme Mike Huckabee, definiscono la decisione «difficile da comprendere» e parlano di «ingerenza eccessiva».
Quando Gerusalemme tocca i luoghi santi, il perimetro della crisi si allarga immediatamente, diventa globale. Perché quei luoghi non appartengono solo a chi gestisce il potere amministrativo. Appartengono, simbolicamente, a centinaia di milioni di fedeli nel mondo. Ed è proprio questa dimensione globale che rende l’episodio ancora più delicato. Ogni torto locale ha un’eco internazionale. Ogni restrizione percepita come arbitraria diventa, nel giro di poche ore, una questione politica, religiosa e mediatica su scala mondiale.

In questo contesto, impedire l’accesso al Santo Sepolcro al patriarca e al custode appare una misura tanto sproporzionata quanto miope. Non solo perché colpisce figure simboliche, ma perché altera un equilibrio costruito proprio per evitare questo tipo di incidenti. E allora la marcia indietro di Netanyahu, per quanto necessaria, non basta. Non basta perché arriva dopo. Non basta perché interviene sull’effetto, non sulla causa. Non basta perché, nel frattempo, il precedente si è già creato. Perché ci sono errori che si correggono. E altri che si sedimentano. Questo, con ogni evidenza, appartiene alla seconda categoria.

 



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