• LA DENUNCIA

Dall’Etiopia allo Yemen, la carestia creata dall’uomo

Il direttore del Pam, David Beasley, informa che decine di milioni di persone sono minacciate dalla carestia in Etiopia, Sudan del Sud, Madagascar e Yemen. Proprio in quest’ultimo Paese, secondo l’Onu, è in corso la crisi umanitaria più grave. E per tutti questi stati, tre dei quali in guerra, si individua nell’uomo la causa della carestia.

La carestia minaccia decine di milioni di persone in Etiopia, Sudan del Sud, Yemen e Madagascar. A darne notizia è stato il direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (Pam) David Beasley durante la riunione del comitato esecutivo dell’agenzia Onu svoltasi il 21 giugno.

Le Nazioni Unite misurano l’insicurezza alimentare in base a dei parametri standardizzati, distinguendo cinque livelli. L’allarme inizia al terzo livello, quello definito di “crisi”. Poi si passa al livello di “emergenza” e infine al livello di “catastrofe”, quello della carestia che, secondo la definizione che ne dà l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), consiste nella “totale mancanza di accesso al cibo da parte di una popolazione o di un suo sottogruppo, tale da poterne provocare la morte in un breve lasso di tempo”. È carestia quando almeno il 20 per cento delle famiglie manca del tutto di cibo, almeno tre persone su dieci presentano segni di malnutrizione acuta e il tasso di mortalità supera i due decessi al giorno ogni 10.000 abitanti.

In Etiopia, nella regione settentrionale del Tigray, l’Onu calcola che 5,2 milioni di persone hanno bisogno di aiuto. Circa 3,1 milioni sono nella fase 3, il livello della crisi, 1.769.000 persone sono nella fase 4, il livello dell’emergenza, e 353.000 persone sono nella fase 5, colpite da carestia. Secondo il rapporto IPC relativo ai mesi di maggio e giugno “è il più alto numero di persone in fase 5 dalla carestia che nel 2011 ha ucciso 260.000 persone in Somalia”. È probabile che la situazione peggiori da adesso a settembre e perciò Fao, Pam e Unicef chiedono interventi urgenti.

Nel Sudan del Sud si prevede che a luglio saranno circa 108.000 persone a patire la carestia, quasi tutte concentrate negli stati settentrionali di Jonglei, Northern Bahr el Ghazal e Warrap. Ma si stima che 7,2 milioni di persone, vale a dire il 60 per cento della popolazione del paese, nel corso del 2021 si troveranno al livello 3, in condizioni di elevata insicurezza alimentare. Si ritiene che durante l’anno 1,4 milioni di bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta, particolarmente grave per 313.000 che rischiano di morirne. Anche in questo caso si richiedono provvedimenti immediati.

Nel sud del Madagascar oltre un milione di persone soffrono di insicurezza alimentare acuta, livello 3 o superiore. Nel distretto più colpito, Amboasary Atsimo, per quasi 14.000 persone è già carestia. A partire da ottobre la situazione andrà aggravandosi e le persone in stato di insicurezza alimentare acuta potrebbero raddoppiare in tutta la regione. Le agenzie Onu registrano 74.000 bambini fortemente malnutriti e 12.000 in stato di malnutrizione acuta. Ci sono famiglie che mangiano argilla mescolata a polpa di tamarindo e termiti perché non hanno altro.

La crisi umanitaria più grave, secondo le Nazioni Unite, resta però quella in corso nello Yemen. La previsione è che 16,2 milioni di yemeniti, sul totale di 29 milioni, patiranno la fame nel 2021. L’IPC li colloca al livello 3 o superiore. Cinque milioni sono appena a un passo dalla carestia, 50.000 dei quali ne sono già stati colpiti nella prima metà dell’anno. Più di un milione di donne incinte e che allattano soffrono di malnutrizione acuta. Nella fascia d’età sotto i cinque anni, si calcola che ogni dieci minuti almeno un bambino muoia di malnutrizione e dissenteria.

Alex de Waal, direttore esecutivo della World Peace Foundation, sostiene che quella del Tigray è una carestia “man-made”, creata dall’uomo: “Non c’è siccità - dice - e anche gli sciami di locuste dell’anno scorso se ne sono andati”; la crisi umanitaria è stata innescata dalla guerra scoppiata nel novembre del 2020 tra il governo federale etiope e il Fronte popolare di liberazione del Tigray. L’analisi dell’IPC gli dà ragione: “Questa grave crisi deriva dagli effetti del conflitto: 1,7 milioni di profughi, limitazioni agli spostamenti, ridotto accesso agli aiuti umanitari, perdita di raccolti e bestiame, mercati malfunzionanti o inesistenti”. Ong e agenzie Onu raccontano di estesi terreni agricoli abbandonati, di villaggi saccheggiati dalle truppe di entrambi i fronti che inoltre rubano, appena scaricati dagli autocarri, gli aiuti alimentari internazionali. Il coordinatore dell’Onu per il soccorso alle emergenze, Mark Lowcock, denuncia che “degli operatori umanitari sono stati uccisi, picchiati, è stato loro impedito di operare ed è stato detto loro di non azzardarsi a tornare”.

L’uomo è la causa anche della crisi alimentare che incombe sul Sudan del Sud, in guerra dal 2013, e sullo Yemen, in guerra dal 2014: doppiamente responsabili, i protagonisti dei due conflitti, perché, come in Etiopia, li hanno scatenati e non si preoccupano delle ricadute sui civili, anzi, infieriscono su di essi. In Sudan del Sud tutto ha origine dallo scontro per il potere ai vertici delle due etnie maggioritarie, i Dinka e i Nuer, determinate a controllare le risorse petrolifere del paese e ogni altra sua ricchezza. In Yemen gli Houthi, milizie antigovernative di fede islamica sciita, sfidano e minacciano il governo espressione della maggioranza sunnita.

Non c’è guerra invece in Madagascar, il quarto paese minacciato dalla carestia, ma una combinazione di condizioni avverse, tra cui: tempeste di sabbia causate dalla deforestazione, una siccità che si ritiene la peggiore degli ultimi 30 anni, l’impennata dei casi di malaria, l’impossibilità generalizzata di accedere all’assistenza sanitaria e di disporre di acqua potabile. Nei secoli la storia dell’isola, particolarmente esposta a fenomeni naturali estremi, è un susseguirsi di periodi di carestia determinati da precipitazioni atmosferiche irregolari ed epidemie che i malgasci hanno subito e continuano a subire senza disporre di mezzi per farvi fronte: dal 1960, anno dell’indipendenza, per l’incuria irresponsabile di chi governa (tra l’altro le leadership malgascie sono tra quelle che praticano il land grabbing in maniera più sconsiderata, senza preoccuparsi dei danni a terreni e abitanti).

Secondo il direttore del Pam, David Beasley, anche la carestia in Madagascar, che ha definito “una tragedia silenziosa”, ha una origine umana. Dopo una visita al paese ha dichiarato che “le nazioni ricche hanno l’obbligo morale di aiutare” perché la crisi è dovuta al cambiamento climatico.

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