• IL CASO

Dal Papa registrato alla nuova accusa, ancora guai per Becciu

Il cardinale Becciu è ora indagato, sempre in Vaticano, per associazione a delinquere. Tiene banco sui media la registrazione di una telefonata con Francesco riguardo ai bonifici alla società di Cecilia Marogna, segno che i rapporti con il Papa erano già incrinati. La verità va cercata, ma senza creare mostri.

Ancora guai per il cardinale Giovanni Angelo Becciu. Ora è indagato, sempre in Vaticano, anche per associazione a delinquere. È il risultato di un filone di indagini parallelo a quello che lo vede imputato nel processo sui presunti illeciti compiuti coi fondi della Segreteria di Stato di cui sono andate in scena ieri e l'altro ieri due importanti udienze nella Sala Polifunzionale Musei Vaticani. Una novità in virtù dell'esito di una rogatoria che ha visto il tribunale di Sassari trasmettere al promotore di giustizia vaticano i risultati degli accertamenti condotti sulla Cooperativa Spes di Ozieri. Una documentazione contenuta in una chiavetta Usb e composta da un'informativa delle Fiamme Gialle di Oristano protagoniste delle perquisizioni di febbraio e luglio nelle case di alcuni familiari del cardinale e nella sede della Spes tra Roma, Ozieri, Pattada e Bono.

Le annotazioni si basano sul contenuto delle chat e dei dispositivi sequestrati ai parenti di Becciu e sono state accompagnate da un appunto del procuratore di Sassari inviato al promotore di giustizia vaticano. Nel report della Guardia di Finanza di Oristano, l'annotazione più succulenta è senz'altro quella relativa ad una registrazione di una telefonata tra l'ex sostituto e papa Francesco avvenuta il 24 luglio 2021 e nella quale sarebbe coinvolta anche una nipote del porporato e una terza persona non identificata. L'Adnkronos ha riportato integralmente il contenuto della conversazione che ha avuto luogo due settimane dopo il rinvio a giudizio di Becciu nell'ambito del procedimento penale in Vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Al centro c'è la questione dei bonifici inviati dalla Segreteria di Stato alla società slovena di cui era amministratrice Cecilia Marogna, amica del cardinale e sedicente collaboratrice dei Servizi, come contributo per arrivare alla liberazione di una suora colombiana rapita, presumibilmente suor Gloria Cecilia Narvaez. In realtà, gli inquirenti avrebbero poi scoperto che quei soldi sarebbero stati spesi in negozi di lusso, hotel e ristoranti.

Davanti al rinvio a giudizio per peculato per i bonifici alla società di Marogna, il cardinale ha chiamato il Papa per ricordargli che - a suo dire - era stato lui ad autorizzare quel pagamento dopo che Becciu gliene aveva parlato motivandolo con la possibilità di “avviare le operazioni per liberare la suora”. Nella telefonata registrata riportata dall'Adnkronos, Francesco sembrerebbe confermare - senza troppa convinzione - la ricostruzione del suo ex braccio destro, ma, di fronte alla richiesta di mettere nero su bianco questa circostanza, pare prendere tempo chiedendo a Becciu di mandargli uno scritto e preannunciandogli che avrebbe chiesto consiglio a qualcun altro sul da farsi. Insomma, se l'intento del cardinale - come sembrerebbe suggerire il proposito di registrarlo - era quello di avere la “pistola fumante” che confermasse la sua versione, deve essere rimasto deluso.

E qui c'è da fare una precisazione: nell'ottobre del 2020, quando - sempre tramite l'Adnkronos - vengono pubblicate le conversazioni di due anni prima con cui l'allora prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi chiedeva al funzionario dell'ufficio amministrativo della Segreteria di Stato (e poi suo grande accusatore), monsignor Alberto Perlasca, di far partire il bonifico da più di 500.000 euro alla società slovena di Marogna per la causa della liberazione della suora, si scopre che Becciu sollecita quel pagamento adducendo una presunta autorizzazione data dal Santo Padre in persona (“il trasferimento è stato preceduto dall'autorizzazione della superiore Autorità Sovrana”). Il cardinale sardo, ai tempi di quel pagamento, non ricopriva più l'incarico di sostituto e in un'altra conversazione tra lui e Perlasca - pubblicata da Emiliano Fittipaldi su Domani - si scopre che il suo successore, monsignor Edgar Peña Parra, oppose dei rilievi per il versamento. Perlasca, riferendosi al suo nuovo superiore, disse a Becciu: “Vuole sapere. È voluto andare dal Santo Padre, il quale gli ha detto di pagare”. Dunque, nella telefonata il cardinale non ha forzato la mano del Papa per fargli dire il falso ma piuttosto ha cercato una conferma a quanto era già emerso nelle carte dell'inchiesta.

Altra storia, invece, sarà stabilire se Francesco sia stato ingannato prima e cioè alla fine del 2018, quando l'allora prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi gli presentò probabilmente la possibilità che pagando quella cifra alla presunta mediatrice si sarebbe potuti arrivare alla liberazione di suor Narvaez. Altra storia, inoltre, sarà stabilire se, prima ancora del Papa, ad essere ingannato fosse stato Becciu visto che gli inquirenti hanno poi ricostruito come buona parte di quei 500.000 euro sarebbero stati spesi per vestiti, cene e soggiorni di lusso.

In ogni caso, la registrazione della telefonata non dimostra il tentativo del cardinale di estorcere una bugia di convenienza al Papa approfittando della sua convalescenza, come non poche ricostruzioni giornalistiche hanno voluto presentare in queste ore. Peraltro, c'è da ricordare a chi si è soffermato sulla condizione “sofferente” del Santo Padre che già sei giorni prima era tornato a pronunciare l'Angelus affacciato su Piazza San Pietro. Piuttosto, la registrazione e la telefonata stessa dimostrano che i rapporti tra i due erano ormai compromessi dall'incontro del 24 settembre 2020 che segnò l'inizio della disgrazia del porporato. Il cardinale, evidentemente, non si fidava dell'assicurazione a voce del suo superiore e pensò quindi di registrarlo, il Papa allo stesso modo non si fidava pienamente del suo interlocutore e prima di acconsentire alla sua richiesta lo invitò a mettere tutto su carta. Questa rottura emerge anche dalle chat di Becciu con amici e familiari riportate nelle annotazioni della Guardia di Finanza di Oristano, depositate dal promotore di giustizia vaticano agli atti nel processo attualmente in corso ai Musei e visionate dall'Adnkronos. Dopo la pubblicazione dell'agenzia di stampa, sono state commentate con gran clamore dai media di tutto il mondo perché in esse il cardinale si è spinto a dire che il Pontefice vorrebbe la sua morte e sono stati espressi giudizi poco lusinghieri sull'inchiesta che lo riguarda, su chi la conduce e (da parte di altri partecipanti) su Bergoglio stesso. Queste conversazioni, nel modo in cui vengono riportate dai media, sembrano contribuire ad arricchire il mito nero del cardinale 'traditore' ma in realtà non fanno altro che confermare l'amarezza e la contrarietà che Becciu ha continuamente manifestato pubblicamente in questi due anni già a partire dalla conferenza stampa convocata il giorno dopo la perdita dei diritti del cardinalato.

Un altro aspetto interessante della telefonata registrata è il particolare accenno che l'ex sostituto ha fatto relativamente alla questione Marogna, su cui Becciu aveva chiesto nelle prime udienze di avvalersi del segreto pontificio pur dicendosi disponibile ad accettare decisioni diverse dal Papa. Il cardinale ha cercato di ottenere, seppur non chiedendola espressamente, una risposta definitiva da Bergoglio: «“Lo osserviamo? No, non lo osserviamo”. Va bene, siamo liberi di parlare... “Lo osserviamo? Sì ma questa è una decisione Sua Santo Padre”». Il Papa non ha preso impegni e la decisione è arrivata otto mesi più tardi quando ha fatto sapere, tramite la Segreteria di Stato, che il cardinale è dispensato dal segreto. La registrazione, più che alimentare l'idea di un cardinale scaltro a capo di chissà che sistema di potere da preservare, sembra ritrarre un Becciu quasi disperato, costretto a mosse ingenue e un po' impacciate. E testimonia un vincolo di fiducia un tempo profondo e ormai spezzato con il Papa.

Sbattere il “mostro” in prima pagina non è mai stato utile ad arrivare alla verità ma l'approccio garantista non deve far sottovalutare la necessità di scoprire la verità su uno scandalo costato alla Santa Sede centinaia di migliaia di euro che dovevano servire per un fine nobile e che presumibilmente sono stati utilizzati in maniera più che discutibile.

 

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