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IL LIBRO

Così il Covid ci ha reso sorvegliati e sorveglianti

Negli ultimi due anni e mezzo, le politiche di gestione del Covid hanno indotto i cittadini a cedere pezzi della loro privacy. In un contesto già iperdigitalizzato, è aumentata la sorveglianza sulle persone, divenute a loro volta sorveglianti. Ma cosa aspettarsi per il futuro? È la domanda che si pone il sociologo David Lyon nel suo libro Gli occhi del virus.

Cultura 06_09_2022

Ogni emergenza divora un pezzetto della nostra privacy. E l’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di Covid non ha rappresentato un’eccezione. Negli ultimi due anni e mezzo, infatti, con il pretesto di limitare l’espansione dei contagi, l’occhio vigile del Grande Fratello si è dilatato e ha raffinato la propria vista. Lo ha fatto attraverso i dispositivi digitali che già usavamo frequentemente. Ma non solo. Ha sperimentato anche nuove soluzioni, come le applicazioni di contact tracing o i passaporti vaccinali meglio noti con il nome di Green Pass. Occorre ora capire se questa sorveglianza pervasiva resterà un’esperienza di massa circoscritta a un episodio storico o diverrà una costante anche in futuro, alla prossima emergenza o al riproporsi di questa.

È la domanda che si pone uno dei massimi studiosi del tema dei dispositivi di controllo dei cittadini, il sociologo scozzese David Lyon, nel suo libro Gli occhi del virus (ed. Luiss University Press, 2022). Sulla base delle proprie considerazioni, egli osserva che in generale «la pandemia è una condizione non soltanto medica o sanitaria, ma anche sociale, economica e profondamente politica». Ma la pandemia di Covid, in particolare, presenta un aspetto che la rende un’emergenza diversa dalle precedenti, meritevole di maggiore attenzione: il contesto. Il virus si è infatti diffuso in un mondo già dominato dalla tecnologia dell’informazione, ovvero in quello che viene definito il «capitalismo della sorveglianza». I dati che incessantemente i nostri device inviano alle reti tramite le piattaforme digitali si sono moltiplicati durante le fasi più acute delle politiche di controllo del virus. «Tra dicembre del 2019 e giugno del 2020, Zoom e altre applicazioni hanno vissuto un boom, passando da 10 a 300 milioni di utenti al giorno», scrive Lyon. «Milioni di persone isolate da amici e parenti sono state grate alle piattaforme di comunicazione video, che almeno offrivano loro la possibilità di una connessione virtuale».

I cittadini, dunque, hanno ceduto pezzetti della propria privacy senza dolersene affatto. Hanno aperto la porta della propria intimità a una sorta di panottico digitale che tutto raccoglie di loro stessi sotto forma di algoritmi e traccia profilazioni sempre più dettagliate a disposizione di enti terzi. Tutto ciò, riflette Lyon, «risulta molto meno spaventoso» quando è un amichevole assistente vocale «che utilizza questi dati per fornire un servizio personalizzato agli utenti, ad avere accesso anche ai loro dati personali, in modo da sfruttare questa sorveglianza intima come se si trattasse di un gradito “servizio” per i clienti».

La sorveglianza digitale viene quindi percepita non più come una ingombrante presenza nelle nostre vite, bensì come un “servizio”. Ci controllano sì, limitano le nostre attività o le condizionano a un determinato status sanitario, ma lo fanno per il nostro bene. E c’è di più. L’emergenza Covid rappresenta un unicum anche perché, evidenzia Lyon, «noi, oggetti della sorveglianza, ne siamo diventati anche soggetti». Ricordando i periodi delle politiche sanitarie restrittive, il sociologo rileva infatti che «mentre le app, le telecamere, i dispositivi indossabili ci “osservano”, anche noi ci guardiamo furtivamente gli uni con gli altri, controllando se indossiamo la mascherina, se manteniamo la distanza di sicurezza sui marciapiedi, se i vicini si stiano vedendo con qualcuno che non appartiene al loro nucleo familiare». È così che finiamo per elaborare «nuove culture della sorveglianza», per cui ognuno riveste allo stesso tempo un ruolo di controllore e di controllato. Un vero e proprio clima da Germania dell’Est, ove è considerato un affronto al sanitariamente corretto persino partecipare a una Messa.

Il tessuto delle nostre società è allora destinato a sfibrarsi dinnanzi al dilagare della digitalizzazione e a queste contestuali «nuove culture della sorveglianza»? L’autore pratica uno slancio di ottimismo confidando che si possa usare la tecnologia più che per controllarci reciprocamente, per sostenerci reciprocamente. Ci tornano allora alla mente le parole che Benedetto XVI ha offerto nell’enciclica Caritas in veritate: «La libertà umana è propriamente se stessa solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale. Di qui, l’urgenza di una formazione alla responsabilità etica nell’uso della tecnica». Responsabilità che ci coinvolge tutti direttamente.