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Un pulpito per due

"Così fan tutti": e il prete cede il posto alla pastora

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Don Rinaldo Ottone sa che non si può, ma "tanto questa norma è già disattesa", dice cedendo il pulpito alla predicatrice protestante. Basta cambiare le parole e la disobbedienza diventa "gesto dirompente", in vista delle magnifiche sorti ecumeniche e progressive...

Ecclesia 27_09_2023

Senza la carità, saremmo come un bronzo che risuona; senza la fede, come un Ottone che parla. Ottone maiuscolo, come il cognome di don Rinaldo, vicario parrocchiale di Longarone, docente dell’ISSR “Giovanni Paolo I” di Treviso e presso la Facoltà Teologica del Triveneto di Padova. Il quale ha pensato bene di invitare la signora Manuela Murazzano, pastora della missione protestante Sabaoth Dolomiti, a tenere l’omelia durante la Santa Messa di domenica 29 gennaio di quest’anno, nella chiesa di Fortogna (Belluno). Omelia prontamente pronunciata dall’ambone e con tanto di stola.

L’occasione sarebbe stata il benvenuto alla missione Sabaoth Dolomiti a Longarone. La signora Murazzano ha infatti spiegato al quotidiano locale, che «quando il sacerdote è venuto a conoscenza della nostra apertura in via Roma a Longarone e della sede dove ogni domenica celebriamo la messa protestante (…) è venuto a trovarci e (…) mi ha proposto di avere uno spazio nella prossima messa. Io farò l'omelia dove, come di mia consuetudine, commenterò alcuni passi della Bibbia».

L’introduzione del don alla predica della pastora è un capolavoro di audace menefreghismo di quanto la Chiesa comanda (qui, dal minuto 05:40): «Non ci sfugge che nel 1993 la Chiesa cattolica ha emanato un Direttorio sull’omelia, dove si sostiene che soltanto vescovi, preti e diaconi possono tenere l’omelia. Nessun altro. Sapete che già le voci circolano su questo nostro incontro (…). Qualcuno potrebbe attaccarsi a questa norma che è precisa: articolo 143 del Direttorio, che dice esattamente quello che ho appena detto. Il fatto è che già nella Chiesa cattolica questa norma è stata ripetutamente disattesa». E giù alcuni esempi di obbedienza ecumenica creativa, tra cui proprio quello che fa al caso del don: pastore valdesi invitate a tenere l’omelia. Un “argomentone” rigorosissimo per rispondere a quelli che potrebbero dire: «possono parlare, ma non durante la celebrazione eucaristica». O a quelli che potrebbero obiettare (sono sempre parole di don Rinaldo): «ma son tutti uomini, non donne. Voi sapete che noi cattolici ancora non abbiamo questa cosa qui. In questi casi, ci sono tutta una serie di eccezioni. Chissà cosa sarà nel futuro, ma intanto ci sono e ripetute».

Sicuramente, quando si sentono certe castronerie, si inizia a nutrire qualche dubbio sul perché la Chiesa riservi l’omelia al prete. Anzitutto, l’argomentazione “logica” – con le più accorate scuse alla logica più elementare: so che c’è una norma, ma siccome c’è chi l’ha trasgredita, anch’io la posso trasgredire. Che dire? Se un ladro entra in casa vostra e vi ruba tutto quello che avete, davanti al giudice potrà appellarsi al fatto che già ci sono stati altri furti che l’hanno autorizzato a rubare.

Il don poi cerca di far digerire la polpetta avvelenata, con la solita tecnica dello spostamento semantico: la sua palese disobbedienza diventa un «gesto un po’ dirompente», la trasgressione un’«eccezione». Dulcis in fundo, il commento della parola di Dio durante la celebrazione eucaristica, proprio dopo il Vangelo «non è esattamente fare l’omelia»: è che le persone chiamate «vengono ospitate e gli viene dato voce».

Secondo punto, sul quale non si capisce se quella di don Rinaldo sia ignoranza o furbizia; perché non è un semplice direttorio omiletico a riservare l’omelia ai ministri ordinati, ma tutta una sfilza di documenti normativi e vincolanti della Chiesa cattolica, a partire dal Diritto canonico: «Tra le forme di predicazione è eminente l'omelia, che è parte della stessa liturgia ed è riservata al sacerdote o al diacono» (Can. 767, §1). Ancora più categorica e martellante, a motivo dei numerosi abusi su questo punto, è l’istruzione Redemptionis sacramentum (2004): «L’omelia, che si tiene nel corso della celebrazione della Santa Messa ed è parte della stessa Liturgia, “di solito è tenuta dallo stesso Sacerdote celebrante o da lui affidata a un Sacerdote concelebrante, o talvolta, secondo l’opportunità, anche al Diacono, mai però a un laico”» (n. 64, vedi anche n. 66). Il riferimento dell’istruzione è direttamente all’Institutio Generalis del Messale Romano (n. 66).

L’istruzione si premura altresì di ricordare che qualsiasi differente norma consuetudinaria «che abbia consentito a fedeli non ordinati di tenere l’omelia durante la celebrazione eucaristica», dev’essere ritenuta abrogata in quanto «tale prassi è, di fatto, riprovata e non può, pertanto, essere accordata in virtù di alcuna consuetudine». È chiaro, don Rinaldo? Le trasgressioni sono appunto tali e non è che, a furia di ripeterle, diventano consuetudine normativa.

La ragione di ciò, la conosce anche un bambino del catechismo; ma nel caso gli sfugga, le diverse Congregazioni della Curia romana hanno provveduto a ricordarlo in un’istruzione congiunta, la Ecclesiae de mysterio (1997), che mostra la ragione per cui questa norma sia immodificabile: «l'omelia durante la celebrazione dell'Eucaristia deve essere riservata al ministro sacro, sacerdote o diacono. Sono esclusi i fedeli non ordinati, anche se svolgono il compito detto di “assistenti pastorali” o di catechisti (...). Non si tratta, infatti, di eventuale maggiore capacità espositiva o preparazione teologica, ma di funzione riservata a colui che è consacrato con il sacramento dell'Ordine sacro, per cui neppure il Vescovo diocesano è autorizzato a dispensare dalla norma del canone, dal momento che non si tratta di legge meramente disciplinare, bensì di legge che riguarda le funzioni di insegnamento e di santificazione strettamente collegate tra di loro».

La Pontificia Commissione per l’Interpretazione autentica del Codice di Diritto Canonico aveva infatti risposto «negative» alla domanda se il vescovo possa dispensare dalla norma che riserva l’omelia a sacerdoti e diaconi (cf. AAS 79 [1987], 1249).

Insomma, tutti gli interventi della Chiesa cattolica sulla questione vanno nella direzione diametralmente opposta a quella praticata da don Rinaldo Ottone. Anzi, ha persino precisato dove debbano essere collocati eventuali comunicazioni di laici (cf. Redemptionis Sacramentum, n. 74), ossia «al di fuori della Messa» o, per «una causa grave (…)  quando il Sacerdote abbia pronunciato la preghiera dopo la Comunione». In ogni caso, il contenuto di queste comunicazioni dev’essere «tale da non poter essere confuse con l’omelia». Dunque, non di certo un commento alla parola di Dio!

Una eventuale “predicazione” dei laici deve invece avvenire «al di fuori della Messa» e «soltanto per l’esiguità del numero di ministri sacri in alcuni luoghi al fine di supplire ad essi e non lo si può mutare da caso di assoluta eccezionalità a fatto ordinario, né deve essere inteso come autentica promozione del laicato. Va, inoltre, ricordato che la facoltà di permettere ciò, sempre ad actum, spetta agli Ordinari del luogo e non ad altri». (Redemptionis Sacramentum, n. 161).

Gravità nella gravità, don Rinaldo non ha solo consentito ad un laico di tenere l’omelia, ma addirittura ad una persona non cattolica. Facendo in qualche modo strike, perché è riuscito a contravvenire persino alle norme del Direttorio Ecumenico. Il quale, al n. 134, richiama la norma vista sopra, che riserva ai ministri ordinati l’omelia «perché in essa vengono presentati i misteri della fede e le norme della vita cristiana in consonanza con l’insegnamento e la tradizione cattolica».
Se non avessi la fede, sarei come un Ottone che parla.

 



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