• ANTIFASCISMO A TORINO?

Cosa accade se Fusaro parla di libertà di espressione assoluta

Il rettore dell’Università di Torino vuole che le associazioni studentesche sottoscrivano una dichiarazione antifascista. Diego Fusaro ha spiegato giustamente perché la proposta è discriminatoria, ma si sbaglia se pensa che la libertà di espressione debba essere assoluta. Perché altrimenti non si potrebbe vietare l'istigazione alla pedofilia, ad esempio. La libertà si fonda infatti sulla verità. 

 

Nei giorni scorsi, in occasione della giornata in ricordo delle vittime delle foibe, alcune associazioni studentesche di Torino sono venute alle mani. Nulla di nuovo, a dire la verità. Quello che c’è di singolare è il fatto che il rettore dell’Università di Torino, Stefano Genua, ha deciso di proporre al senato accademico di adottare una dichiarazione antifascista, antissessista e antirazzista che le associazioni studentesche dovranno sottoscrivere per essere inserite nell’albo ufficiale, ossia per avere il diritto di cittadinanza in ateneo, altrimenti niente aule, nessuna possibilità di riunioni, meeting, etc.

Primo problema: come individuare le condotte antifasciste, antisessiste e antirazziste di cui sopra? In altre parole, quando una persona è fascista, sessista e razzista? La proposta del rettore non rispetta il principio di tassatività che impone di indicare chiaramente le condotte illegittime per distinguerle da quelle legittime. L’individuazione della natura di queste condotte illecite appare quindi molto arbitraria.

Secondo rilievo: perché la dichiarazione non ha fatto cenno, ad esempio, anche al comunismo o alla discriminazione su base religiosa o agli orientamenti ideologici contrari alla famiglia? La dichiarazione, per paradosso, non appare così essa stessa discriminatoria? Non impone soltanto alcuni canoni di condotta politicamente corretti a cui attenersi, escludendo arbitrariamente altri?

Questa censura pare che sia fatta propria anche dalla penna arguta del filosofo Diego Fusaro che così si esprime sul sito Radio Radio: «Per poter parlare occorrerà avere la tessera di antifascismo. In sostanza il fascismo è tornato, coperto sotto il nome dell’antifascismo. Solo chi ha la tessera può parlare. Tutti gli altri saranno silenziati. […] L’antifascismo, che fu giusto e sacrosanto ai tempi di Gramsci, diventa oggi una volgare risorsa ideologica del pensiero unico. Pensiero unico che diffama senza tregua come fascista chiunque non vi sia allineato per poi silenziarlo in nome dell’antifascismo. È il nuovo fascismo dell’antifascismo, che con nome invertito attua di nuovo i princìpi della violenza per impedire la libera espressione». In breve, tu che condanni il fascismo ti comporti da fascista.

Fin qui è apprezzabile l’intervento di Fusaro, ma poi lo stesso scivola su un luogo più che comune: comunissimo. Scrive infatti Fusaro: «Si sta perdendo di vista quello che dovrebbe essere uno dei princìpi cardinali di una società libera: quello per cui ogni tesi, anche quella più sbagliata, ha il diritto di espressione». La critica a questo passaggio del Nostro così si articola. Innanzitutto è da ricordare che solo le azioni buone, ossia il cui fine è un bene oggettivo, e che concorrono al bene comune possono essere qualificate come diritti. Dunque in merito alla libertà di parola occorre verificare il contenuto di ciò che si dice: se è buono ed ha rilievo per il bene comune può legittimamente aspirare a diventare un diritto altrimenti no. Nella prospettiva morale, è assai rilevante comprendere che cosa si dice. Se, ad esempio, si vuole usare questa facoltà per incitare alla pedofilia o all’assassinio o al furto, oppure solo per parlarne bene, si comprende facilmente che tale facoltà è usata male, ossia si perverte il fine naturale per cui possediamo questa facoltà. In tali occasioni, transitando dal piano morale a quello giuridico, non si può più dire che la libertà di parola sia un diritto, perché non esiste il diritto all’errore o al male, ossia una pretesa giuridicamente tutelata a parlare favore dell’errore o del male.

Lo Stato non dovrebbe mai riconoscere come diritto ciò che non è un diritto. E infatti, ad esempio, l’art. 414 del Codice penale sanziona chi istiga a commettere un reato – e questo può avvenire anche a mezzo stampa – oppure chi fa l’apologia di uno o più delitti, ossia chi parla a favore di una condotta ritenuta illecita dal nostro ordinamento giuridico. Inoltre, ricordiamo il reato di diffamazione ex art. 595 c.p.

Anche i liberisti più puri si trovano in difficoltà se si applica la libertà di parola a discorsi a favore dell’infanticidio, della pedofilia, della violenza sulle donne, dell’incesto, dello sfruttamento del lavoro minorile e simili. Ciò a riprova che la libertà di parola, anche per i sostenitori del liberismo più spinto, non può essere assoluta, ossia sganciata da qualsiasi vincolo morale. La libertà di parola, in sintesi, non si fonda su se stessa, ma sulla verità e sul bene. La libertà di parola può essere predicata solo quando è al servizio della verità e del bene, altrimenti perde anche il nome di “libertà”, sia sotto il profilo morale che giuridico. Quindi non è condivisibile l’affermazione che «ogni tesi, anche quella più sbagliata, ha il diritto di espressione». Ciò non toglie che, per un bene maggiore, a volte sia lecito e doveroso tollerare la diffusione di idee erronee. Ma la tolleranza del male non è la legittimazione del male.

Inoltre la tesi di Fusaro è autoconfutatoria. Questi asserisce, appunto, che «ogni tesi, anche quella più sbagliata, ha il diritto di espressione». Dunque, in accordo a questa logica, il rettore di Torino ha tutto il diritto di proporre una iniziativa come quella appena descritta e Fusaro non dovrebbe limitare la libertà di parola del rettore. Su altro fronte però è espressione di libertà di parola anche quella di chiedere che sia negata la libertà di espressione al rettore in questo caso specifico (così come desiderato da Fusaro). In breve esisterebbe la libertà di essere contraddittori, la libertà di vedere negata la libertà stessa, di vedere la libertà strangolarsi con le sue stese mani: la libertà di non essere liberi. Ecco la contraddizione in termini ed ecco l’errore: aver violato il principio di non contraddizione. Affermare e contemporaneamente negare uno stesso concetto (cfr. Aristotele, Metafisica, Libro Gamma, III, 1005 b 19-20): affermare che esiste la libertà di affermare che non esiste la libertà.

Questi sono i vicoli ciechi in cui si imbatte l’intelletto quando vogliamo fondare la libertà su se stessa e non, come si diceva innanzi, sulla verità e sul bene. Senza questo doppio chiodo come farebbe il quadro della libertà a reggersi da solo sulla parete? Sarebbe impossibile, cadrebbe a terra frantumandosi. La verità e il bene precedono la libertà, sono causa della libertà, sono condizioni a priori, e non seguono la libertà, non sono effetti, non sono elementi a posteriori. È la verità che ci farà liberi, non è la libertà che ci farà veri.