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Corte Suprema pro gender, con il “sì” di due conservatori

Con un voto di 6-3, la Corte Suprema degli Usa ha stabilito che è illegittimo licenziare un dipendente a motivo del suo “orientamento sessuale” o “identità di genere”. Viene così stravolto il senso di una legge del 1964 che faceva riferimento al sesso biologico. Esultano le organizzazioni Lgbt, che possono ringraziare Gorsuch e Roberts, i giudici in quota conservatrice che hanno votato con i liberal. Ambiguo anche Kavanaugh. E Trump rischia di uscire indebolito dalla sentenza.
SE I "TRANS" INSULTANO J.K. ROWLING, di Tommaso Scandroglio

Il licenziamento di un lavoratore in quanto gay o transgender è illegittimo. Questa la sentenza, già salutata come storica, con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti si è pronunciata su Bostock v. Clayton County, Altitude Express v. Zarda, R.G. & G.R. Harris Funeral Homes v. EEOC. I primi due casi riguardano dei dipendenti che avevano impugnato il licenziamento motivato dal loro orientamento sessuale, il terzo, la vicenda di un funeral director lasciato a casa dopo che aveva dichiarato al suo datore di lavoro l’intenzione di cambiare sesso.

Comunque la si pensi, in effetti, trattasi di verdetto di grande peso. Anzitutto perché è la prima volta che la Corte si occupa di rivendicazioni transgender. Non era mai accaduto. In secondo luogo, perché tale pronunciamento - che ha visto sei giudici favorevoli e tre contrari - è espressione di un collegio a maggioranza conservatrice, ed è stato reso possibile solo perché due conservatori, Neil Gorsuch e John Glover Roberts Jr. (nella foto), si sono compattati alla componente liberal, rappresentata dai giudici Ruth Bader Ginsburg, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Stephen Breyer.

Un dato doppiamente sorprendente se si pensa che Neil Gorsuch, ora apostrofato dai commentatori come un «lupo travestito da agnello», nel 2017 era stato nominato dal presidente Donald Trump, autore proprio in questi giorni di riforme importanti in materia Lgbt volte a riscrivere i provvedimenti arcobaleno a suo tempo voluti da Barack Obama. Ma restiamo alla sentenza della Corte Suprema, che, confermando verdetti precedenti, ha stabilito come il titolo VII del Civil Rights Act del 1964 protegga il lavoratore non solo da discriminazioni basate su razza, colore, religione, sesso, ma pure da quelle basate sull’orientamento sessuale o sull'identità di genere.

Peccato - hanno fatto notare Samuel Alito, Clarence Thomas e Brett Kavanaugh, i giudici conservatori dissociatisi con forza dall’opinione prevalente - che il titolo VII del Civil Rights Act, pur richiamando il concetto di sesso, non parli né di genere né di orientamento sessuale, concetti cui il nuovo verdetto si appiglia per analogia. Una mossa acrobatica che ha spinto i giudici Alito e Thomas a definire la nuova sentenza neppure un’interpretazione giudiziaria, bensì una «legislazione» approvata in modo «ingannevole». Analogamente, il giudice Brett Kavanaugh, autore di un parere separato, ha ricordato che «la responsabilità di modificare il titolo VII appartiene al Congresso e al Presidente nel processo legislativo, non alla Corte», anche se poi non ha mancato, con un certo cerchiobottismo, di salutare l’opinione della maggioranza dei colleghi come «una importante vittoria» per i connazionali Lgbt.

Benché dunque varie per forma e contenuti, le argomentazioni dei giudici conservatori non sono bastate a fermare una sentenza che in queste ore i movimenti Lgbt stanno salutando come svolta epocale; soprattutto alla luce del già menzionato terzo caso che il collegio ha valutato. Si tratta della vicenda di “Aimee” Stephens, transgender biologicamente uomo che, nel 2013, venne licenziato da Thomas Rost, proprietario della citata R.G. & G.R. Harris Funeral Homes, un’agenzia di onoranze funebri di Detroit, dopo che, con una lettera datata 31 luglio, aveva rivelato la volontà d’iniziare il percorso di transizione per sottoporsi a intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.

Di qui la vicenda giudiziaria sorta tra Stephens - che non ha potuto assistere al suo trionfo giudiziario a causa del decesso, avvenuto per malattia lo scorso 12 maggio, a 59 anni - e Rost, fervente cristiano evangelicale secondo cui il nuovo aspetto del suo dipendente avrebbe violato il codice di abbigliamento della sua agenzia. In effetti, motivazioni religiose a parte, imbattersi in una persona più o meno palesemente transgender in un’agenzia di pompe funebri potrebbe essere motivo di più di qualche comprensibile imbarazzo.

Ciò nonostante, la Corte Suprema - con un’interpretazione creativa, che farà rivoltare nella tomba il compianto giudice Antonin Scalia, sostenitore della corrente «testualista» tale per cui le leggi vanno prese per quel che dicono, e non per ciò che si vorrebbe dicessero - ha preferito strizzare l’occhio ai movimenti arcobaleno. Il che, se non è certo una novità in senso assoluto, determina un sostanziale restringimento della libertà religiosa e di dissociazione rispetto alle istanze arcobaleno; senza naturalmente dimenticare il dato politico, con questa sentenza che rischia di indebolire Trump nella sua corsa per la rielezione.

Sarà forse per questo, e cioè per meglio parare il colpo, che l’inquilino della Casa Bianca, pur definendo la decisione «di grande peso», ha scelto di non commentarla, lasciando intendere come la sua Amministrazione non intenda contestarla. Una mossa che potrebbe essere appunto strategica, ma che rischia di non considerare adeguatamente le conseguenze che, a cascata, il nuovo verdetto potrà avere su ogni contesto religioso, dalle chiese alle scuole, con l’opposizione alle pretese Lgbt che, di fatto, da domani sarà più rischiosa e limitata.