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AL REGINA CAELI

Caso Orlandi, papa Francesco difende san Giovanni Paolo II

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Dopo il fango gettato su Wojtyla a DiMartedì, ci ha pensato Francesco a difendere la memoria del santo pontefice polacco. L’attuale papa lo ha fatto al termine del Regina Caeli di ieri, bollando come “illazioni offensive e infondate” le assurde accuse contro Giovanni Paolo II. E intanto si è creata una frattura tra il promotore di giustizia Diddi e l’avvocato di Pietro Orlandi.

Ecclesia 17_04_2023
Fedeli a Piazza San Pietro 16/04/2023 (foto Vatican Media/LP)

A difendere la memoria di san Giovanni Paolo II scende in campo direttamente Francesco. È un epilogo importante e nient’affatto scontato al caso nato dall’ultima puntata della trasmissione DiMartedì. Sarebbe potuta intervenire la Segreteria di Stato - ma non l’ha fatto - o ci si sarebbe potuti affidare ad una dichiarazione della Sala Stampa della Santa Sede - che non c’è stata - per dettare la linea ufficiale: invece ci ha pensato Bergoglio in prima persona dal “palcoscenico” più rilevante a livello mediatico, ovvero la finestra del Palazzo Apostolico al termine del Regina Caeli domenicale.

La difesa è arrivata nella prima occasione pubblica utile, perché l’udienza generale di mercoledì scorso era troppo ravvicinata alla messa in onda della trasmissione e le polemiche non erano ancora esplose. Francesco ha reso omaggio alla memoria del suo predecessore, bollando, dopo quanto ascoltato nel programma condotto da Giovanni Floris, come “illazioni offensive e infondate” quelle piovute addosso contro Wojtyla. Dunque, bene il Papa, male quegli addetti ai lavori che hanno preso posizione a difesa della reputazione di Giovanni Paolo II solo dopo il Regina Caeli di ieri. Bene il Papa, dicevamo, perché grazie all’autorevolezza del ruolo e - diciamolo - grazie al consenso di cui gode tra i media mainstream, dopo ieri sarà difficile dare credito a insinuazioni prive di qualsiasi fondamento e fortemente offensive per la sensibilità di milioni di fedeli. Lo si è visto dalla reazione di chi ha scatenato questo putiferio: Pietro Orlandi, infatti, ha commentato il discorso del Papa sostenendo che ha fatto bene a difendere Wojtyla “dalle accuse fatte attraverso un audio reso pubblico lo scorso 9 dicembre”.

Il riferimento è alla sola registrazione della fantomatica rivelazione fatta al giornalista Alessandro Ambrosini da Marcello Neroni, rinviato a giudizio nel processo alla famigerata Banda della Magliana. Ma quell’audio non è l’unica fonte delle accuse ventilate contro Giovanni Paolo II: infatti, poco dopo averlo ascoltato, lo stesso Orlandi in studio ha tirato in ballo voci a lui riportate in ambiente vaticano secondo cui “Wojtyla la sera se ne usciva con due suoi amici monsignori polacchi” e “non andava certo a benedire le case”. Una settimana prima, sempre Orlandi e sempre a DiMartedì era stato anche più esplicito, raccontando di un suo presunto colloquio con un vescovo - di cui, pur sollecitato da Floris, non ha voluto svelare il nome - al quale aveva chiesto se al tempo della scomparsa di Emanuela fosse possibile che la pedofilia potesse essere comune al di sopra dei cardinali, riferendosi proprio a Giovanni Paolo II (“forse non mi sono spiegato: quando parlo di più su mi riferisco a Wojtyla”, queste le parole testuali di Pietro), sentendosi rispondere “probabile” dal presunto presule.

Ieri Orlandi ha sostenuto di non aver “mai accusato Wojtyla di alcunché come qualcuno vorrebbe far credere”, ma se non si vogliono identificare queste come accuse perché de relato, è impossibile non qualificarle come illazioni. Illazioni, appunto, è il termine scelto da Francesco per la condanna espressa ieri. Le parole di Bergoglio di ieri lasciano immaginare che il nome di un Pontefice morto non sarà trascinato in un’indagine sulla scomparsa di una ragazza sulla base dello sproloquio di un pregiudicato o delle voci di un anonimo vescovo o di non identificati “ambienti vaticani”. E questo contrariamente a quanto sembrava auspicato dallo stesso Pietro Orlandi che in trasmissione aveva attribuito anche al promotore di giustizia, Alessandro Diddi, la volontà di indagare su questo fronte: «Diddi mi ha detto “non possiamo escludere di indagare anche se c’è il nome di Giovanni Paolo II”», ha affermato in trasmissione il fratello della ragazza scomparsa. Il promotore di giustizia, però, parlando con le agenzie, ha dato l’idea di non prendere in considerazione questo scenario, avendo affermato che “non si gioca con la figura e la memoria di un santo”, aggiungendo inoltre che “certe accuse sono gravi due volte perché non dimostrate e perché rilanciate mediaticamente, e dunque vanno chiarite subito, senza se e senza ma”.

Su questo punto si è prodotta anche una frattura significativa tra Diddi (e il prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Paolo Ruffini), da un lato, e Laura Sgrò, avvocato di Orlandi, dall’altro. Il promotore di giustizia vaticano, infatti, ha puntato l’indice contro l’“atteggiamento irritante” dei due perché Sgrò, secondo la ricostruzione fatta da Vatican News e confermata dal direttore Ruffini, convocata sabato in Vaticano per fare i nomi delle fonti delle voci su Giovanni Paolo II menzionate da Orlandi a DiMartedì avrebbe opposto il segreto professionale. Sgrò l’ha presa male e ha replicato con un comunicato nel quale ha difeso la sua scelta di avvalersi del segreto professionale, accusando la comunicazione vaticana di fare “pressione” per violare la sua “deontologia professionale”.

Al momento non posso che prendere atto di questa situazione inspiegabile”, ha affermato Diddi. È evidente che la mancata rivelazione dei nomi delle fonti di quelle che Orlandi ha indicato al promotore di giustizia come piste su cui indagare, per arrivare alla verità sulla scomparsa della sorella, possa generare perplessità alla luce delle numerose accuse di omertà contro il Vaticano che sono state fatte in questi anni. Nel film degli anni Settanta, Milano odia: la polizia non può sparare, il personaggio del cattivissimo Giulio Sacchi interpretato da Tomas Milian rassicurava i suoi sodali dicendo che “ci vogliono prove grandi come il grattacielo della Pirelli per mandare uno all’ergastolo”: in questo caso, invece, si voleva suggerire un’indagine, sulla base di illazioni anonime, su un Papa morto e canonizzato. Un’assurdità su cui la presa di posizione di Francesco di ieri potrebbe aver messo definitivamente una pietra sopra.