• LA MORTE DELLA SOUBRETTE

Carrà, addio al modello del secolo edonistico

Una vita piena, quella della Carrà, scomparsa ieri a 78 anni. Soldi, successo e soddisfazioni. Modello per i giovani del secolo edonistico. Ne è valsa la pena? Non c’è tempo per chiederselo: show must go on. Avanti un altro.
- FUORI SCHEMA: HO SPARATO ALLA CARRÀ di Andrea Zambrano

Si chiamava Raffaella Pelloni, ma la prima volta che la vidi aveva già assunto il nome d’arte di Carrà. Visto che si chiamava Raffaella, prenome che rimandava a un pittore, tanto valeva – le fu suggerito - associarsene un altro, Carlo Carrà. Dicevo che la vidi, unica attrice italiana, ne Il colonnello von Ryan del 1965, in mezzo a calibri internazionali come Frank Sinatra e Trevor Howard. La parte che faceva, certo, era quanto mai improbabile: per salvare degli ufficiali angloamericani fuggiti da un lager tedesco ne infila uno nella toilette del treno, poi si spoglia per depistare la ronda nazista che cerca i fuggiaschi.

Io ero un ragazzino, ma mi sembrò strano che nel 1943 o giù di lì una ragazza italiana si spogliasse in un cesso con uno mai visto prima. Ma il copione è il copione, e il «nazi» un genere letterario talmente affollato che un soggettista non sa più che cos’altro inventare (anche perché i ruoli sono praticamente fissi: i buoni sono sempre gli stessi e i cattivi pure).

Un’altra volta in cui la soubrette incrociò la mia vita fu in discoteca. La mia partner mi costrinse a esibirmi con lei nel tuca-tuca, il ballo che la Carrà aveva lanciato in televisione quando ne era diventata una presenza praticamente fissa. L’epoca dei balli-uno-al-giorno (shake, hully gully, letkiss, triangolo, surf, eccetera) era tramontata insieme a Rita Pavone e al suo geghegé, ma lei riuscì a imporre il suo anche se fuori tempo massimo.

Terzo e ultimo incontro (si fa per dire) fu quando, non sapendo più che cosa farle fare, le fu affidato uno dei primi talk-show, una cosa all’ora di pranzo in cui lei intervistava Vip dello spettacolo. Quel giorno guardai perché c’era Gilbert Bécaud, grandissimo cantautore internazionale e uno dei (pochissimi) miei graditi. A un certo punto lei gli chiese qual fosse il suo colore preferito. Lui si voltò verso l’interprete, che tradusse. A Bécaud scappò una smorfia eloquentissima che voleva dire: ma che razza di domande fa questa qui?

Spensi e da allora non me ne occupai più. Certo, quel suo sbatacchiare le testa mentre ballava rimase impresso pure a me, con quel caschetto di capelli che tornavano magicamente a posto grazie a una messa in piega fatta a regola d’arte. Dalla sua biografia risulta che, come Carla Fracci, entrò nel mondo dello spettacolo da bambina e non ne uscì più.

Ultimamente era diventata, e se ne vantava, un’«icona» del Gay Pride. Ma non c’è da farci troppo caso. L’ambiente dei creativi – e quello dello spettacolo lo è - ne è pieno ed è noto che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, o almeno a trovarlo normale. Lei, per sua stessa ammissione, un padre non lo aveva mai avuto, visto che i suoi si erano separati in un tempo in cui i coniugi separati si contavano in Italia su una mano sola e il pensiero politicamente corretto di allora li costringeva quasi a vergognarsene.

Cresciuta da mamma e nonna, è chiaro che non trovasse affatto anormale per un bambino venir su da una coppia same-sex. Poi, svanita la fresca bellezza dei tempi in bianco e nero dell’ombelico al vento, ecco le canzoni mambo-rumba-chachachà dal ritmo scatenato e adattissime alle adunate da villaggio turistico estivo, da Com’è bello fa l’amore da Trieste in giù all’improbabile A far l’amore comincia tu, i cui versi mi hanno sempre lasciato perplesso: perché devo cominciare myself? tu sei andata un attimo in bagno? non sarebbe meglio aspettarti? Boh.

Luigi Piras Su «Il Timone» accennò anche ad altre canzoni ballabili, come Pedro e Maracaibo, con testi piuttosto equivoci; ma a chi si scatena in pista il testo non interessa. Neanche a chi li canta. Una vita piena, quella della Carrà. Soldi, successo e soddisfazioni. Modello per i giovani del secolo edonistico. Ne è valsa la pena? Non c’è tempo per chiederselo: show must go on. Avanti un altro/a.

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