Tensioni in Israele, la guerra presenterà il conto anche a Netanyahu
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Dietro l'apparente compattarsi intorno al primo ministro, c'è una società israeliana profondamente divisa la cui tenuta dipenderà molto dall'esito della guerra all'Iran. Inquietudine e incertezza anche nei territori palestinesi. E il Patriarcato latino, per motivi di sicurezza, chiude il Santo Sepolcro a Gerusalemme.
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Israele è una polveriera: la guerra contro l’Iran, scatenata insieme agli Stati Uniti, ha mandato in frantumi ogni certezza. La coesione nazionale? Una maschera, dietro la quale si celano nervosismi e tensioni che minacciano di deflagrare da un momento all’altro. Netanyahu galvanizza la Knesset, sventola la bandiera della «difesa esistenziale», trasforma il Parlamento in una roccaforte dell’unanimità e della concordia. Ma sotto le apparenze, il Paese è attraversato da divisioni profonde. Gli israeliani vivono sospesi tra orgoglio e terrore. Il futuro è una roulette: in gioco non c’è solo la sicurezza nazionale, ma la sopravvivenza stessa della nazione.
Nelle strade riecheggia un silenzio teso. Nelle scuole, nei mercati, nelle famiglie dei 50mila riservisti mobilitati: ovunque si respira un’aria pesante, carica di inquietudine. La gente si unisce, si mobilita, costruisce reti di sostegno psicologico. Ma il costo è altissimo: incertezza che logora, stanchezza che paralizza, tensione che brucia. Ogni giorno è un salto nel buio, ogni notte una veglia nell’incubo di nuovi attacchi. Il filo su cui cammina la società è sottile, pronto a spezzarsi (nella foto LaPresse, cittadini israeliani si riparano al suono delle sirenne che avvertono di attacchi missilistici iraniani) .
Ma non tutti si piegano. Attivisti, accademici ed ex vertici della sicurezza lanciano l’allarme: una guerra aperta all’Iran può isolare Israele, distruggerne l’economia, radicalizzare il conflitto e moltiplicare i morti. Manifestazioni isolate squarciano la calma apparente, ricordando che il consenso non è mai totale. Nei pochi spazi di dibattito pubblico si insinua il timore che Israele abbia imboccato una strada senza ritorno. La guerra non è solo questione di militari, ma sociale e psicologica. Il futuro si gioca tra la forza della coesione e il peso insostenibile di una nuova escalation regionale. E poi … la paura degli attentati. Non solo in Israele ma in tutto il mondo.
Il primo ministro Netanyahu, solitamente, divide la società, ma nei momenti di crisi raccoglie un sostegno che in tempi di pace svanisce come neve al sole. La storia si ripete: la minaccia esterna produce compattezza interna. Ma basta che l’emergenza si prolunghi perché riemergano crepe, critiche, fratture. Tra i partiti di destra il sostegno è granitico, la linea dura è un dogma. Anche nei settori di centro la paura spinge a stringersi attorno al governo. Ma la fiducia è fragile, pronta a svanire se la guerra si farà interminabile.
L’esercito miete rispetto e fiducia. Ogni famiglia ha un legame diretto: il servizio obbligatorio è coesione sociale. In questi primi giorni del conflitto il sostegno è solido, quasi rituale. La minaccia esistenziale spinge la società a distinguere tra politica e operazioni militari. L’esercito è visto come l’unico baluardo. I sondaggi lo consacrano tra le istituzioni più stimate, ben più dei partiti o del governo. Ma il consenso non è eterno: errori, perdite, mancanza di risultati potrebbero minare questa fede incrollabile. Tutto dipenderà dall’evoluzione della guerra.
Il nuovo fronte con l’Iran ha già stritolato l’economia israeliana, piegata da anni di tensioni e instabilità. Netanyahu corre ai ripari: mobilitazione dei riservisti, fondi di emergenza, sostegno alle imprese e ai lavoratori colpiti. Il Ministero delle Finanze apre linee di credito, garantisce le imprese nelle zone a rischio missilistico. Ma ogni giorno di guerra è una ferita aperta: la spesa pubblica s’impenna, il bilancio vacilla. Israele è sull’orlo del precipizio perché la guerra non perdona.
L’inizio del conflitto ha avuto un’immediata ricaduta anche sui territori palestinesi, dove la reazione si muove su più livelli: politico, militare, ma soprattutto sociale. In un contesto già segnato da fragilità economica e tensioni croniche, la contrapposizione tra Israele e Iran è percepita come un ulteriore fattore di instabilità.
A Gaza il primo effetto tangibile è stato l’aumento dell’ansia collettiva. La popolazione teme che il conflitto possa tradursi in nuove chiusure dei valichi, restrizioni ai movimenti e blocchi delle forniture. In un territorio dove l’accesso ai beni essenziali è precario, ogni crisi regionale si riflette immediatamente sulla vita quotidiana. Nei mercati si registrano acquisti accelerati di generi alimentari di base, mentre le famiglie cercano di prepararsi a eventuali interruzioni prolungate.
Sul piano politico, il movimento di Hamas ha condannato con vigore l’azione militare israeliana, definendola un’aggressione che destabilizza ulteriormente l’intera regione. Il gruppo islamista, che governa Gaza, ha espresso solidarietà a Teheran, sottolineando il legame politico e strategico costruito negli anni. La retorica ufficiale parla di un fronte comune contro quella che viene descritta come un’espansione militare israeliana. Anche altre fazioni, come la Palestinian Islamic Jihad, hanno utilizzato le stesse parole, ribadendo il sostegno all’Iran e denunciando il rischio di un conflitto su scala più ampia.
In Cisgiordania, la situazione appare altrettanto tesa. Nelle città e nei campi profughi si respira un clima di preoccupazione per possibili ripercussioni sul terreno: aumento dei controlli, incursioni militari, scontri con i coloni israeliani. L’Autorità Nazionale Palestinese mantiene una posizione più prudente sul piano diplomatico, ma all’interno della società civile prevale un sentimento di sfiducia verso qualsiasi dinamica che possa aggravare le già difficili condizioni di vita.
Tra i cittadini comuni domina soprattutto l’incertezza. Molti temono che il conflitto tra Israele e Iran finisca per offuscare ulteriormente la causa palestinese sul piano internazionale, mentre altri vedono nella crisi un potenziale elemento di ridefinizione degli equilibri regionali. A Ramallah, Betlemme, Beit Sahour le discussioni oscillano tra timore di nuove sofferenze e speranza che l’attenzione globale possa riportare la questione palestinese al centro dell’agenda diplomatica. La reazione palestinese non è omogenea: condanna netta di Israele da parte dei gruppi armati, cautela delle istituzioni, inquietudine diffusa nella popolazione. In un territorio già segnato da anni di conflitto, questa guerra viene vissuta come un possibile acceleratore di instabilità, capace di incidere direttamente sulla vita quotidiana e sugli equilibri futuri della regione.
In un recente intervento, il patriarca di Gerusalemme del Latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha lanciato un accorato appello affinché tutte le popolazioni del Medio Oriente «possano vivere una vita dignitosa», collegando la drammatica situazione regionale - con particolare riferimento agli eventi che coinvolgono l’Iran e i conflitti in corso - alla necessità universale di giustizia, pace e dignità. Secondo il patriarca, nemmeno la guerra e le tensioni possono cancellare il desiderio umano di una società fondata su valori essenziali, esortando a cercare soluzioni pacifiche che evitino una degenerazione della violenza. La sua dichiarazione risuona come un invito a non perdere la speranza e a perseguire con determinazione la via del dialogo e della riconciliazione.
In questo clima di tensione, il Patriarcato ha comunicato la chiusura temporanea del Santo Sepolcro, per ragioni di sicurezza. La decisione ha un impatto diretto sulle comunità cristiane che vivono a Gerusalemme, costrette ad adattarsi ad un contesto sempre più instabile e pericoloso. La chiusura del luogo sacro rappresenta un segnale tangibile delle difficoltà che la crisi mediorientale sta imponendo anche alla dimensione spirituale e religiosa delle popolazioni locali, e non solo, richiamando l’urgenza di fermare un conflitto prima che sia troppo tardi.
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