Un intervento militare che spacca la base di Trump
Nessuno si aspettava che il presidente più isolazionista sulla scena americana, decidesse di attaccare l'Iran al fianco di Israele. La base è spaccata su una scelta politica le cui cause restano ancora un mistero.
L’attacco congiunto alla Repubblica islamica dell’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha scombussolato i già fragili equilibri geopolitici in Medio Oriente, ma soprattutto ha aperto una voragine sempre più profonda nell’elettorato repubblicano.
Lo sfogo su X di Marjorie Taylor Greene, ex membro della Camera dei rappresentanti e voce autorevole dell’universo Maga (Make America Great Again), lo zoccolo duro dell’elettorato trumpiano, è assai eloquente: «Avevamo detto: “Basta guerre all’estero, basta cambi di regime!”. Lo abbiamo ripetuto un comizio dopo l’altro, discorso dopo discorso. Trump, Vance e praticamente tutta l’amministrazione hanno fatto campagna elettorale su questo, promettendo di mettere l’America al PRIMO posto e di rendere l’America di nuovo grande. […] Migliaia e migliaia di americani della mia generazione sono stati uccisi o feriti in guerre straniere inutili e infinite, e avevamo detto basta. Eppure eccoci qui a “liberare il popolo iraniano”». (28 febbraio).
L’elettorato che per ben due volte ha sostenuto Trump alle elezioni presidenziali è in aperta rivolta contro il proprio leader, reo di aver abbandonato la linea isolazionista e di tendenza paleoconservative che aveva contraddistinto il suo primo mandato presidenziale (2017 – 2021), e che gli aveva permesso di ottenere la leadership all’interno del partito contro tutto e tutti. Una sfida lanciata, innanzitutto, contro il detestato universo neocon, fieramente interventista e sostenitore incondizionato dello Stato di Israele. Ex presidenti come Reagan, Bush (sia il padre, ma ancor più il figlio) o politici repubblicani come Romney o l’attuale Segretario di Stato Rubio, appartengono infatti a quel filone di pensiero che ritiene la democrazia «un bene esportabile» e la «messa in sicurezza globale» un prerequisito per la libertà di azione degli Stati Uniti.
È evidente che, per questo tipo di approccio, considerazioni come quella che è possibile leggere in queste ore sulla rivista The American Conservative, lasciano il tempo che trovano: «Eppure, nonostante tutti i suoi tentativi di razionalizzazione, Trump non ha mai fornito una ragione solida, precisa e – cosa forse più importante – inedita, che spieghi perché sia necessario dare inizio a una guerra per il cambio di regime proprio in questo momento; una motivazione che si distingua da quelle già gestite dai precedenti presidenti americani di fronte ai medesimi attacchi iraniani da lui citati».
Ricordiamo che l’operazione Absolute Resolve, condotta ai danni del Venezuela, lo scorso 3 gennaio, aveva attirato a sé già diverse critiche e profondi malumori nella base del Gop, ma poteva essere in qualche modo giustificata sventolando la carta del «regime narco-socialista» da abbattere. A fare da scudo ideologico è intervenuta, inoltre, la riproposizione della Dottrina Monroe in salsa trumpiana — già ribattezzata «Donroe» — orientata a legittimare l’intervento in America Latina ogni qualvolta la sicurezza strategica di Washington sia compromessa. Questa cornice teorica ha permesso di mantenere un precario equilibrio tra le spinte dei «falchi» e l’isolazionismo del popolo MAGA
Di tutt’altro tenore si presenta l’intervento in Iran. Dalla stragrande maggioranza degli statunitensi e degli elettori repubblicani, la Repubblica degli ayatollah – benché non amata (nelle generazioni più mature è ancora vivo il dramma dei 52 diplomatici americani tenuti in ostaggio nell’ambasciata statunitense a Teheran), appare lontana, poco appetibile e densa di rischi. Del resto, il ricordo dell’esperienza disastrosa in Iraq nel 2003 è dietro l’angolo, e le motivazioni per giustificare un «regime change» appaiono fumose, suonando più come un favore da fare all’alleato nella regione (Israele), che non per una reale necessità. Senza dimenticare che a monitorare la crisi in silenzio c’è anche la Turchia di Erdogan, attore di primo piano nel quadrante mediorientale e alleato Nato dai passi spesso imprevedibili. Le sue «sincere condoglianze» al popolo iraniano per la scomparsa di Khamenei sono un segnale inequivocabile di quanto la posizione di Ankara diverga da quella statunitense.
In questo quadro di incertezza, appare particolarmente preziosa la prospettiva avanzata dallo storico britannico Niall Ferguson, secondo il quale a differenza di Bush, Trump non mira tanto ad effettuare un «regime change» quanto piuttosto a favorire un «regime alteration», come già visto in Venezuela. Più che una modifica radicale dell’assetto di potere, il fine è quello di intervenire in maniera mirata, chirurgica su determinate pedine, al fine di favorire una transizione certamente importante nella catena di comando, senza però stravolgere gli equilibri complessivi dello Stato. Questo per evitare che si possano creare improvvisi vuoti di potere, i quali potrebbero dare la stura all’emergere di formazioni radicalizzate come ci insegnano le esperienze di Al Qaeda e di Daesh.
Da questo punto di vista, la strategia di Trump merita sicuramente di essere osservata ed analizzata con attenzione. Allo stesso modo, tuttavia, merita attenzione l’operazione complessiva disegnata dal presidente statunitense, che ha come orizzonte le elezioni di Midterm di novembre. Difficile ipotizzare la parabola dei consensi che intende intercettare il tycoon. Probabilmente, visto il calo nei sondaggi e la disaffezione crescente del suo elettorato di riferimento, la manovra che sta mettendo in atto è quella di allargare la sua base elettorale verso lidi più «moderati» in politica interna (che, di converso, parlano la lingua dell’interventismo in politica estera), cercando così di ricompattare le diverse correnti del Partito repubblicano intorno alla sua figura e alla sua politica bifronte.

